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Libia, 5 anni dopo la fine di Gheddafi è ancora un mistero

di Paolo Dodero

Roma – Sono passati cinque anni dall’uccisione di Muammar Gheddafi, l’eccentrico dittatore libico che nel 1969 con un colpo di stato militare rovesciò la monarchia filo-occidentale di re Idris I e poi per 42 anni tenne in ostaggio un Paese potenzialmente ricchissimo, isolandolo di fatto dal resto del mondo. E su quell’uccisione, che per le modalità con cui fu perpetrata sarebbe forse più appropriato definire un supplizio, aleggiano ancora troppi misteri.

UNA DATA DI MORTE A SCATOLA CHIUSA

Due sole, a tutt’oggi, le certezze. Gheddafi fu eliminato nell’ottobre 2011, mentre cercava di fuggire dalla città natale di Sirte, sulla costa della Tripolitania, caduta nelle mani dei ribelli del Consiglio Nazionale Transitorio che stavano completando l’abbattimento del regime: la vulgata ufficiale fa risalire la morte proprio al giorno 20, ma persino su un elemento così essenziale esistono diverse versioni. Non ci sono peraltro date alternative più o meno esatte: o si accetta per buono il 20 ottobre, e ci si accontenta, oppure si brancola ancora di più nel buio.

 

 

LA FINE DELL’UNITA’ LIBICA

L’altro dato acquisito è che la fine di Gheddafi ha segnato anche la fine di un’entità statuale comunemente conosciuta come Libia: quasi un concetto astratto, anziché uno Stato sovrano, che solo la permanenza al potere per oltre quattro decenni del sedicente colonnello (neppure il grado effettivamente raggiunto è mai stato chiarito) fu in grado di far sopravvivere, seppure a prezzo di reiterate nefandezze, spesso così esagerate dall’assumere connotati grotteschi. Caduto lui il ‘cassone di sabbia’, come Gaetano Salvemini lo chiamò con disprezzo all’epoca della guerra italo-turca del 1911-’12 (espressione poi ripresa da Benito Mussolini), è tornato a essere quello che è sempre stato: un coacervo di clan reciprocamente ostili, poco o nulla interessati a fare quadrato di fronte all’esterno, bramosi di conquiste territoriali magari effimere. Addirittura peggio che in Somalia.

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IL CARNEFICE E LA SPIA 

In realtà, sulla conclusione della parabola terrena di Muammar Gheddafi sembrerebbe esistere anche una terza notizia assodata, e cioè l’identita’ del suo carnefice virtuale: Omran Shaban, un oscuro combattente del Consiglio di Misurata, milizia tribale che in quei giorni stava emergendo come una delle più agguerrite e pericolose. Sarebbe stato lui a condannarlo, snidandolo dalla tubatura fognaria, sotto a un terrapieno nel deserto dove l’ex tiranno aveva tentato di nascondersi insieme ad Abu Bakr Younis Jabr, già ministro della Difesa e comandante in capo delle Forze Armate, e a una guardia del corpo. Però da più parti è stato sostenuto che tra i guerriglieri all’inseguimento di Gheddafi e del suo seguito, in fuga su un convoglio formato da decine di veicoli, si fosse infiltrato un anonimo agente dei servizi segreti francesi, sguinzagliatogli dietro affinché ne impedisse la carcerazione e il possibile disvelamento, sotto interrogatorio, dei rapporti segreti che il leader libico avrebbe intessuto con l’allora titolare dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy: potrebbe essere dunque stato costui a tradirne il nascondiglio, per assassinarlo a sangue freddo subito dopo. Shaban non potrà mai fornire la propria verità: poco più di un anno dopo i fatti fu catturato da paramilitari della Resistenza Verde, una fazione di fanatici nostalgici, sottoposto a torture indicibili, ridotto alla paralisi e infine rilasciato, solo per morire nel giro di pochi giorni a causa delle sevizie.

GLI INTERROGATIVI E LE COINCIDENZE

Quanto si sa veramente della vicenda finisce qui, se si eccettuano un paio di coincidenze ‘cabalistiche’. Quando fu trucidato, Gheddafi con ogni probabilità aveva 69 anni, come l’anno in cui conquistò la supremazia politica e militare in patria (ma, altro dubbio, potrebbe anche averne avuti 68, 70 o 71: non c’era anagrafe, tra i nomadi). Aveva inoltre preso il potere in agosto, lo stesso mese in cui fuggì da Tripoli per riparare a Sirte, ignorando che stava scavandosi la fossa da solo. Per il resto, tanta confusione. Quanto lontano riuscì ad andare? E’ plausibile non i soli tre chilometri a ovest della città di nascita, che la storiografia gli concede. A individuarlo, e a bombardarne la colonna motorizzata, furono per primi gli aerei americani o quelli francesi? Dopo averlo stanato lo uccisero sul posto, o lo condussero brevemente altrove? Può anche darsi che sia vera la seconda ipotesi, ma quando ormai il prigioniero versava in stato vegetativo a causa delle percosse e delle ferite: che certo, a giudicare da fotografie e video moltiplicatisi sul web, dovrebbero essere state ben più numerose di quelle elencate nelle relazioni dei medici legali.

TROPPE OMBRE

E’ vero che fu sodomizzato con una baionetta, estremo sfregio, oppure ‘semplicemente’ l’arma gli aprì un vasto squarcio nella schiena, provocandone il dissanguamento? Fu quella a ucciderlo, oppure uno o più colpi di pistola, di fucile, di mitraglietta, alla testa e, o, all’addome? Ovvero, ancora, lo scoppio di una bomba a mano lanciata maldestramente dal suo guardaspalle, rimbalzata contro un muretto e tornata indietro, per scoppiargli praticamente addosso? Ci fu un processo sommario e, se sì, dove? La cella frigorifera di Misurata dove stesero i resti su un materasso era stata preparata in anticipo, o scelta a caso? Fu celebrato un funerale, seppure clandestino? In quale punto del deserto è sepolto il cadavere, ammesso che vi sia arrivato davvero, e che lì sia rimasto. Forse non lo si saprà mai. Sono troppi i misteri che si sono sovrapposti e confusi in appena un lustro: un gioco di specchi che troppi hanno tuttora interesse a perpetuare, e a confondere ulteriormente. (AGI)

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