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Libia, condannato a morte il figlio prediletto di Gheddafi

(AGI) – Tripoli, 20 lug. – Seif el Islam, il figlio considerato il ‘delfino’ di Moammar Gheddafi, e’ stato condannato a morte da un tribunale di Tripoli per la sanguinosa repressione della rivolta che mise fine al regime nel 2011. Un verdetto che e’ stato condannato dall’Onu, dal Consiglio d’Europa e da diverse organizzazioni non governative. Con Seif al-Islam, sono stati condannati a morte per fucilazione altri 8 imputati, tra cui anche l’ultimo primo ministro dell’era Gheddafi, Al-Baghdadi al-Mahmudi, e quello che era all’epoca il suo capo dell’intelligence, Abdullah Senussi. I due, presenti in aula al momento della sentenza, sono rimasti impassibili. Gheddafi e altri quattro ex gerarchi sono stati condannati in contumacia, non essendo presenti in tribunale a Tripoli: il figlio del rais, 43 anni, si trova infatti a Zintan, dove ha sede la milizia che lo catturo’ un anno fa; e le milizie di Zintan hanno gia’ detto che non lo consegneranno perche’ non riconoscono la legittimita’ del governo rivale e temono che lo farebbe scappare. La Libia e’ divisa in due entita’ separate dallo scorso anno. Da una parte vi e’ un Parlamento eletto nel giugno 2014, riconosciuto a livello internazionale, con sede a Tobruk e che opera nell’area orientale del Paese, la Cirenaica; dall’altra un’amministrazione sostenuta da gruppi islamisti che governa la capitale, Tripoli, e che controlla gran parte delle regioni occidentali. Nel mezzo vi sono le milizie di Misurata e di Zintan, che sostengono rispettivamente Tripoli e Tobruk, e una miriade di gruppi armati che seguono agende locali e stringono alleanze mutevoli. A complicare questo scenario ci sono i militanti armati fedeli ad al Qaeda e allo Stato islamico, che controllano importanti centri del Paese tra cui Sirte, citta’ natale di Gheddafi sulla costa centrale del Paese, e quartieri di Bengasi e Derna. Il processo a carico di 37 esponenti del passato regime di Gheddafi riguardava l’incitamento e l’uccisione dei rivoltosi nel febbraio del 2011, l’uso di soldi pubblici per pagare mercenari e l’uccisione di innocenti durante la rivoluzione. Seif al-Islam ha studiato all’estero, architettura in Austria per poi specializzarsi alla prestigiosa London School of Economics. Di fatto era stato designato dal padre a succedergli e, completata la sua formazione, era stato in diverse occasioni il mediatore di ‘querelle’ tra Tripoli e la comunita’ internazionale. Considerato il delfino di Gheddafi, il volto riformista del regime, durante le rivolte si era schierato pubblicamente contro le proteste. Accusato di aver “concepito e orchestrato il piano per reprimere, in tutti i modi, le proteste civili” contro il regime, il 43enne ‘delfino’ e’ ricercato anche dalla Corte penale internazionale dell’Aja. Ma dal novembre del 2011 e’ detenuto nel carcere libico di Zintan, controllato dalle milizie fedeli al governo di Beida. E piu’ volte il tribunale dell’Aja ha chiesto alla Libia di consegnarglielo. Le accuse per le quali e’ stato condannato Seif vanno dal rapimento, al saccheggio, dal sabotaggio all’appropriazione indebita di fondi pubblici. Nel diritto libico, solo i condannati a morte possono presentare ricorso contro la sentenza, le pene detentive sono immediatamente applicabili, come ha rimarcato il procuratore generale. Tuttavia, il governo del premier Abdullah al Thani, riconosciuto dalla comunita internazionale, ha annunciato di non riconoscere il procedimento giudiziario e la sentenza. Il ministro della Giustizia libico, Mabruk Qarira, ha aggiunto che il processo in corso a Tripoli, gestito dalle milizie locali, “e’ illegale”. Il ministro ha poi chiesto alla comunita’ internazionale di non riconoscere il tribunale che porta avanti questo processo, considerando che “si tiene in una citta’ (Tripoli) che e’ al di fuori del controllo dello Stato”. L’Onu ha deplorato la condanna a morte, sostenendo che gli standard di equita’ processuale non sono stati rispettati: la procedura e’ “viziata da gravi difetti che evidenziano il fallimento della Libia nell’assicurare in modo efficace alla giustizia”. Anche ‘avvocato libico Hussein Sharif, del collegio difensivo di Seif al Islam Gheddafi e degli altri gerarchi del passato regime ha giudicato “eccessiva” la sentenza. Durissimo il giudizio di John Jones, l’avvocato britannico che avrebbe dovuto difendere il secondogenito del defunto dittatore libico davanti al tribunale dell’Aja al quale il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva stabilito che fosse affidato: e’ stato un “processo-spettacolo”” e “l’intera faccenda e’ illegale dall’inizio alla fine”, ha tagliato corto Jones. “E’ un’esecuzione avallata sul piano giudiziario”. (AGI) .
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