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L'idillio svanito tra Washington e Mosca

La Russia non si è mai fatta illusioni che con Donald Trump alla Casa Bianca i rapporti con Washington si sarebbero normalizzati, ma sperava sicuramente che sarebbe stato diverso dai suoi predecessori. Le parole e gli atteggiamenti della conferenza stampa congiunta dello scorso 11 aprile tra il segretario di Stato Rex Tillerson, nella sua prima visita a Mosca, e il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov non sono state diverse da quelle usate in passato da John Kerry o Hillary Clinton. Il messaggio finale della visita, che doveva preparare anche il possibile primo incontro tra Trump e il presidente Vladimir Putin, è stato: “Le due prime potenze nucleari al mondo non possono avere questo tipo di relazioni, ma sfortunatamente rimangono alcune differenze sulla maggior parte delle questioni“, che vanno dalla Siria, all’Ucraina, all’interferenza nelle presidenziali americane.

Nelle relazioni con la Russia non c’è spazio per i diritti umani

Mosca guarda ancora con fiducia alla possibilità di costruire con Washington relazioni pragmatiche, con poco spazio per le questioni morali o diritti umani: la nomina a capo della diplomazia Usa di Tillerson, ex Ceo della Exxon Mobil e con ottimi rapporti in Russia, continua a far sperare anche se il segretario di Stato non si è mostrato disponibile a fare sconti e ha usato toni molto più duri del suo capo contro il Cremlino. La Russia non ha, però, potuto non apprezzare che nella sua visita a Mosca, Tillerson non abbia compiuto il rituale incontro con esponenti della società civile locale e attivisti per i diritti umani. Il presidente Vladimir Putin non lo avrebbe ricevuto se non ci fosse la reale convinzione che l’amministrazione Trump rispetta la Russia come interlocutore di pari livello ed è intenzionata a includerla nelle decisioni che riguardano le maggiori crisi internazionali.

Il raid chimico in Siria cambia le carte in tavola

La questione del presunto raid chimico a Khan Sheykhun, nella provincia siriana di Idlib – che la Russia considera una provocazione usata come pretesto per attaccare il regime – ha creato le prime vere tensioni con la Casa Bianca, quale che neppure le ripetute accuse di interferenza russa nelle elezioni americane hanno potuto causare. Il seguente raid americano alla base siriana del 6 aprile, ha segnato un brusco cambio della politica Usa nei confronti della Siria e per estensione nei confronti della Russia, a cui era fino ad allora era stato assicurato che la priorità di Washington non era un cambio di regime a Damasco, ma sconfiggere insieme l’Isis.

Tra Usa e Russia una profonda crisi reciproca di fiducia

Trump ha iniziato a parlare di “linea rossa”, la Casa Bianca ha insinuato che Mosca coprisse il suo alleato Assad e Tillerson ha ammonito che il tempo del presidente siriano al potere “sta finendo”. Il Cremlino ha reagito con moderazione, nella speranza che il raid con missili Tomahawk rimanga un caso isolato, una risposta impulsiva del presidente, che aveva bisogno di dare segnali forti all’opinione pubblica interna e all’establishment. Tutti, a partire da Putin, hanno sempre sottolineato che con Trump si era di fronte a nuova “possibilità per le relazioni russo-americane”, ma hanno lasciato intendere che la Russia non si fidava ciecamente e aspettava di vedere azioni concrete. Come poi è stato, le aperture di Trump candidato non hanno corrisposto alle politiche di Trump presidente. I due paesi vivono una profonda crisi di fiducia reciproca, iniziata prima dell’Ucraina e poi deflagrata con la Siria e si tratta di un divario molto profondo.

Trump fa inversione di marcia

Al di là delle dietrologie che vedono la recente inversione di Trump sulla Russia come una mossa di facciata, necessaria per fugare gli attacchi sui legami sospetti del suo staff con funzionari russi, già da febbraio il clima di favore nei confronti del nuovo inquilino della Casa Bianca a Mosca era cambiato. Basti pensare che alla notizia della vittoria di Trump, a novembre, alla Duma si erano alzati in piedi ad applaudire, mentre solo pochi mesi dopo, a febbraio, i deputati russi sono insorti contro le dichiarazioni del presidente Usa che ha messo in dubbio il trattato di disarmo sottoscritto da Stati Uniti e Russia. Già a febbraio, come hanno riportato alcuni media indipendenti russi, era stato dato ordine ai canali di Stato di dare meno spazio e meno enfasi alla copertura del presidente americano e c’era stata anche una piccola protesta in questo senso davanti alla sede dell’agenzia di Stato Ria Novosti.

Dopo l’attacco americano alla base siriana di Shayrat, a mettere a tacere chi parlava di idillio tra la Russia di Putin e quella di Trump ci ha pensato il premier di Mosca Dmitri Medvedev: “L’azione militare dell’amministrazione del presidente degli Stati Uniti ha dimostrato la sua subordinazione, la sua incredibile sottomissione all’establishment di Washington, aspramente criticato dal presidente nel suo discorso di insediamento”. Trump aveva confermato la sua apertura verso Mosca in tutte le sedi, anche a dispetto dei suoi ministri e principali collaboratori. Nel corso delle audizioni al Senato americano, che doveva ratificare le nomine della nuova amministrazione, tutte le figure di maggior spicco hanno espresso preoccupazione verso Putin. A partire da Tillerson, fino al generale James Mattis, scelto per il Pentagono. “Se si va d’accordo e la Russia ci aiuta davvero, che bisogno c’e’ di mantenere le sanzioni contro qualcuno che sta facendo grandi cose?”, aveva dichiarato Trump in un’intervista al Wall Street Journal.

Secondo il New York Times, negli ultimi tempi, i collaboratori di Trump stanno convincendo il presidente ad adottare un approccio più tradizionale nei confronti della Russia. Questo cambio di politica sarebbe stato influenzato da alcuni cambiamenti negli equilibri interni dell’amministrazione americana, come l’arrivo di HR McMaster, il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump. McMaster, che ha assunto l’incarico dopo le dimissioni di Michael Flynn – travolto dal cosiddetto Russiagate per le sue relazioni non dichiarate con funzionari russi prima dell’elezione di Trump – è un militare molto esperto ed è stato centrale nella decisione di attaccare la base di Shayrat.

La caduta di Flynn e il Russiagate

In patria, la Russia è ancora un Tallone d’Achille per Trump e proprio Flynn ne è la sua incarnazione. Il 13 febbraio, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale si è dimesso ammettendo di aver “inavvertitamente dato informazioni imprecise” al vice presidente Mike Pence e alla stampa sulle sue conversazioni con l’ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak, al quale avrebbe promesso l’abolizione delle sanzioni contro la Russia, in modo illegittimo perché la nuova amministrazione non si era ancora insediata e lui, all’epoca, era solo un privato cittadino.

Secondo il Wall Street Journal, l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente è pronto a testimoniare davanti alle commissioni parlamentari che hanno aperto inchieste sul ‘Russiagate’, ma solo in cambio dell’immunità. La caduta del generale ha riaddensato le nubi dei sospetti sui rapporti del presidente con Mosca. Stando al New York Times, durante la campagna elettorale vi sono stati “contatti costanti” tra collaboratori del miliardario e dirigenti dei servizi segreti russi. Un altro duro colpo all’idillio tra Trump e Putin e all’auspicata politica del disgelo.

La partita nella penisola coreana 

La Russia per ora sta a guardare le prossime mosse di Trump, soprattutto nella penisola coreana, dove il Cremlino si è schierato con la Cina chiedendo agli Usa moderazione e di evitare qualsiasi provocazione. A Mosca, continuano a far notare che non si hanno informazioni sulle nomine al dipartimento di Stato di chi sarà incaricato a curare la Russia. Si tratta di un leitmotiv ripetuto fin dall’inizio dal Cremlino: l’amministrazione Trump è percepita ancora come troppo fluida e finché tutti i tasselli dello staff di Trump non saranno al loro posto, Mosca non trarrà conclusioni affrettate su come impostare i suoi rapporti con il nuovo presidente.

Alleato o nemico, l’importante è che si giochi alla pari

I 100 giorni di Trump hanno per ora dimostrato che su molte questioni le relazioni tra Russia e Usa sono allo stallo per motivi che non dipendono dalla personalità dei loro leader (come si diceva ai tempo di Barack Obama e Hillary Clinton) e che non possono essere risolti solo con dichiarazioni di simpatia reciproca. Per Mosca un obiettivo rimane importante prima ancora che la normalizzazione delle relazioni con la revoca delle sanzioni: che Washington la consideri un interlocutore alla pari e la includa in tutti i processi decisionali sui grandi dossier internazionali, poco importa se in veste di alleata o di nemica.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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