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lightspell toronto

Quasi due milioni di dollari spesi per un’installazione artistica mai inaugurata. Succede a Toronto, in Canada, dove Lightspell, l’opera d’arte che avrebbe dovuto rivoluzionare la stazione della metropolitana Pioneer Village, è ancora inattiva dopo oltre un mese. Il motivo? Il timore che possa scatenare hatespeech, cioè messaggi d’odio, e razzismo. Gli artisti che l’hanno realizzata accusano la TTC – Toronto Transit Commission, la società che gestisce la metropolitana – di censura.

L’opera

L’installazione è composta da 40 pannelli luminosi, ognuno dei quali composto da 16 elementi, appesi al soffitto della fermata. Cinque tastiere sparse lungo il percorso della metropolitana consentono ai passeggeri di digitare cifre e parole, lunghe al massimo otto lettere, che vengono riprodotte proprio sui pannelli luminosi. In questo modo, nelle intenzioni degli autori, il duo tedesco realities:united, Pioneer Village diventerebbe un luogo in cui si mischia sperimentazione artistica e illuminazione funzionale: “Da un lato l’opera fornisce luce alla stazione – spiegano in un comunicato stampa -, dall’altra mostra i messaggi di testo scritti dagli utenti”.

E se poi..?

L’opera sarebbe dovuta diventare operativa lo scorso 17 dicembre, il giorno dell’inaugurazione di Pioneer Village e di altre cinque stazioni della metropolitana nell’area nord-occidentale di Toronto. I pannelli, tuttavia, sono rimasti desolatamente spenti. Il motivo, spiega la TTC, è il timore di un “utilizzo sbagliato dell’opera”, cioè che “i passeggeri scrivano messaggi d’odio o testi che discriminano un individuo o un gruppo di persone”. Un’ipotesi che “mina l’obiettivo di creare un ambiente sicuro e accogliente, libero da ogni forma di discriminazione e molestia”.

 

Our public art installation #Lightspell remains censored after yesterdays #TTC board meeting – so far we have… https://t.co/GGWTZtyxqA

— realities:united (@realitiesunited) 19 gennaio 2018

Il caso

Eppure è da anni che l’azienda di trasporti e gli artisti sono d’accordo sull’opera da installare. L’annuncio di affidamento dell’incarico ai fratelli Jan e Tim Edler risale a marzo 2011. Ma del progetto, hanno fatto sapere gli artisti, se ne parlava ancora prima, nel 2009, quando tra committente e autori erano intercorsi i primi scambi d’opinione. Già allora la Ttc aveva espresso la propria preoccupazione per il rischio che il meccanismo potesse degenerare in messaggi d’odio, ma era stata trovata una soluzione: fornire al controllore dei biglietti, posizionato in uno stand all’interno della metropolitana, la possibilità di intervenire sui messaggi. Cioè di cancellarne i contenuti nel caso di abusi. 

Otto anni dopo, al momento di entrare in funzione, la fermata di Pioneer Village però non prevede più che all’interno della metropolitana vi sia personale dell’azienda. Tutto automatizzato, e quindi niente possibilità di controllare i testi digitati dai passeggeri in attesa delle carrozze. L’opera d’arte costata 1.9 milioni di dollari (di cui 200mila versati ai fratelli Edler) è bloccata, inutilizzabile dagli utenti che sul web hanno riversato la propria rabbia.

 

All I want for Christmas is for #Lightspell to work at Pioneer Village station. #TYSSE #Line1ext #TTC pic.twitter.com/loiUMipHvg

— Damien D. (@TsarKasim) 23 dicembre 2017

Gli stessi artisti non hanno preso bene la decisione di bloccare la loro opera. “Lightspell è un esperimento di interazione pubblica e mette in gioco vari aspetti che riguardano la libertà degli individui e l’interesse di gruppi più ampi – attaccano -. È un’opera democratica”.

“Canada o Corea del Nord?”

La decisione di bloccare Lightspell, secondo i fratelli Edler, “è un atto di censura. È qualcosa di incredibile – hanno dichiarato in un’intervista all’emittente Toronto News –, sembra di essere in Corea del Nord più che in Canada”. Per cercare un accordo la Ttc ha proposto di inserire “funzioni di mitigazione” dei rischi, come per esempio offrire agli utenti una rosa di possibili parole tra cui scegliere oppure l’utilizzo di una blacklist di parole non pubblicabili. “Non possiamo accettare la censura automatica, e non ci sarà alcun sistema di questo tipo nel nostro software artistico”, chiariscono gli autori. Se qualcuno scriverà la parola odio sui pannelli luminosi, la speranza è che ci sarà qualche altro utente che la sostituirà con la parola amore.

Nel dibattito è così entrata anche l’ong Cjfe – Canadian Journalist for Free Expression – che ha espresso la propria preoccupazione per la deriva che sta prendendo la questione. “Sosteniamo ogni idea che crea opportunità di espressione pubblica e incoraggia l’azione civica”, hanno fatto sapere.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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