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«Il Concilio di Trento non condannò la prassi orientale sul matrimonio»

Sta per iniziare il Sinodo sulla famiglia(©LaPresse) Sta per iniziare il Sinodo sulla famiglia.

ANDREA TORNIELLI –
Città del Vaticano –

È una pagina di storia poco conosciuta, che «La Civiltà Cattolica», l’autorevole rivista dei gesuiti le cui bozze sono riviste dalla Segreteria di Stato, ha deciso di mettere in pagina nel numero che esce a Sinodo sulla famiglia appena iniziato. I contenuti della rivista sono stati anticipati questa mattina ai giornalisti. L’articolo di padre Giancarlo Pani s’intitola «Matrimonio e seconde nozze al Concilio di Trento», e racconta quanto avvenne nel 1563, quando si discusse il canone nel quale si condannava e si scomunicava quanti ritenevano possibile un secondo matrimonio in seguito a un adulterio.

 

L’autore, dopo aver ricordato che la Chiesa, «radicata nella fede ricevuta dagli apostoli, deve saper guardare il presente e proiettarsi nel futuro, per aggiornarsi, per essere vicina agli uomini e rinnovarsi sotto l’azione dello Spirito», rievoca la storia di «uno dei decreti più innovativi del Concilio di Trento: quello sul matrimonio, detto “Tametsi”». Il decreto vieta i matrimoni clandestini, sancisce la libertà del consenso, l’unità e l’indissolubilità del vincolo, la celebrazione del sacramento alla presenza del sacerdote e dei testimoni; e impone, inoltre, la trascrizione dell’atto nei registri parrocchiali.

 

Questo è il canone in questione, distribuito il 20 luglio 1563 ai padri conciliari per l’approvazione: «Sia anatema chi dice che il matrimonio si può sciogliere per l’adulterio dell’altro coniuge, e che ad ambedue i coniugi o almeno a quello innocente, che non ha causato l’adulterio, sia lecito contrarre nuove nozze, e non commette adulterio chi si risposa dopo aver ripudiato la donna adultera, né la donna che, ripudiato l’uomo adultero, ne sposi un altro».

 

Ma nel corso della congregazione conciliare dell’11 agosto, viene data lettura di una richiesta degli ambasciatori veneziani. I diplomatici della Serenissima dichiarano solennemente la fedeltà di Venezia alla Sede apostolica e la sincera devozione all’autorità del Concilio. Poi avanzano una richiesta e spiegano come sia inaccettabile la formulazione del canone settimo, in quanto crea preoccupazione per i cattolici del regno di Venezia, che si trovano in Grecia e nelle isole di Creta, Cipro, Corcira, Zacinto e Cefalonia. Arrecando anche un danno gravissimo, non solo per la pace della comunità cristiana, ma anche per la Chiesa d’Oriente, in particolare per quella dei greci. In queste aree soggette al dominio veneziano vivevano molti cristiani che seguivano i riti orientali pur essendo guidati da vescovi latini. Non era in discussione la comunione col Papa – l’obbedienza al vescovo di Roma era ribadita tre volte l’anno in queste comunità – ma la consuetudine dei riti orientali.

 

Ora, per gli orientali era usuale, nel caso di adulterio della moglie, sciogliere il matrimonio e risposarsi, ed esiste anche un rito antichissimo dei loro Padri per la celebrazione delle nuove nozze. «Tale consuetudine – ricorda l’articolo di Civiltà Cattolica – non è stata mai condannata da nessun Concilio ecumenico, né essi sono stati colpiti da alcun anatema, benché quel rito sia stato sempre ben noto alla Chiesa cattolica romana». Gli ambasciatori chiedono pertanto ai padri conciliari che il canone sia modificato, là dove si scomunica chi dice che il matrimonio si può sciogliere per l’adulterio dell’altro coniuge. Nella richiesta si fa anche notare come questa scomunica andasse contro l’opinione di «venerabili dottori».

 

I Padri della Chiesa a cui ci si riferivano gli ambasciatori veneziani sono Cirillo di Alessandria, il quale, a proposito delle cause di divorzio, afferma che «non sono le lettere di divorzio che sciolgono il matrimonio di fronte a Dio, ma la cattiva condotta dell’uomo». Poi Giovanni Crisostomo, che ritiene essere l’adulterio la ragione della morte reale del matrimonio. Infine Basilio, quando parla del marito abbandonato dalla moglie, riconosce che egli può essere in comunione con la Chiesa (il testo presuppone che il marito si sia risposato). Gli ambasciatori della Serenissima propongono quindi una nuova formulazione del canone: il Concilio di Trento rinunci alla condanna della prassi orientale delle nuove nozze per adulterio mediante una norma che per di più è accompagnata dalla scomunica.

 

«Si vuole evitare, insomma – scrive padre Pani – che i cattolici presenti nei domini veneziani, che dipendono dai vescovi in comunione con Roma, siano colpiti dalla condanna per una prassi antichissima circa il matrimonio: un “rito greco” particolare, che però contrasta con l’indissolubilità del matrimonio sancita dal Concilio. Poiché si teme uno scisma, si propone di modificare il canone, in modo che non vengano scomunicati coloro che accettano il rito orientale, ma solo quelli che rifiutano la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio. In tal modo vengono colpiti quanti negano l’autorità del Papa o il magistero della Chiesa, ma non i cattolici greci che li riconoscono».

 

Dopo la discussione, 97 padri conciliari sono favorevoli alla richiesta dei veneziani e la approvano, mentre altri 80 sono contrari alla prassi orientale, ma divisi nelle loro ragioni. «Ciò non significa – scrive Civiltà Cattolica – che la maggioranza dei padri voglia mettere in questione l’indissolubilità del matrimonio: si intende solo discutere la forma della condanna. Rimane fermo il canone quinto, con le ragioni contro il divorzio».

Fonte

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