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L'ingerenza dei clan mafiosi nelle processioni è una lunga storia

Criminali ma devoti. Affonda le sue radici nella notte dei tempi l’ingerenza della ‘ndrangheta nelle manifestazioni religiose che si svolgono nell’intera Calabria. Un fenomeno che negli ultimi anni la Chiesa ha dovuto affrontare sull’onda di casi eclatanti, come quello verificatosi a Zungri, nel Vibonese, varando apposite disposizioni che vietano ai condannati per mafia di partecipare a qualunque manifestazione religiosa.

Ma questo non è bastato a impedire agli ‘ndranghetisti di fare riferimento proprio ai santi in occasione dei riti di affiliazione e non a caso San Michele Arcangelo, patrono della Polizia, è stato usurpato dai clan eleggendolo a proprio protettore.

Ci si accorda all’ombra del santuario

Emblematico del rapporto distorto che si è sviluppato negli anni fra ‘ndrangheta e religione rimane da sempre il santuario della Madonna di Polsi, nel cuore dell’Aspromonte, dove accanto a migliaia di fedeli si radunano anche gli esponenti più in vista della famiglie mafiose calabresi che in quel luogo sacro pianificano le linee strategiche dell’intera organizzazione criminale.

Diverse inchieste della magistratura hanno documentato l’ingerenza dei clan nelle processioni, come quella di Oppido Mamertina interrotta nel 2014 per “l’inchino” dell’effigie della Madonna dinanzi alla casa del boss Giuseppe Mazzagatti, o come l’Affrontata di Sant’Onofrio con la statua di San Giovanni contesa il giorno di Pasqua da esponenti del clan Bonavota. E ancora a Briatico dove la statua della Madonna è stata caricata per anni su un’imbarcazione del boss locale e guidata personalmente dal capo del clan Accorinti, seguito da altre imbarcazioni.

La Madonna nel bunker

Manifestazioni di ingerenza plateali che hanno provocato a più riprese l’intervento dei carabinieri per ragioni di ordine pubblico, come è avvenuto a Zungri, dove il quadro con la Madonna della Neve, patrona del paese, è stato per un tratto portato a spalla dal boss Giuseppe Accorinti prima che i militari dell’Arma gli impedissero di proseguire.

Statue e quadri di santi e madonne, del resto, sono state trovate in più occasioni dalle forze dell’ordine in diversi covi di latitanti di ‘ndrangheta, pronti a vivere in bunker sotterranei e rinunciare all’aria aperta, ma non alle immagini sacre. Un rapporto equivoco con la religione esportato dagli ‘ndranghetisti persino in Canada ed Australia, dove pure sono stati ritrovati dei manoscritti di affiliazione per i gradi, non a caso chiamati “vangelo” e “santista”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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