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L’inizio del Renzexit

Di Piergiorgio Odifreddi –

Le elezioni comunali hanno segnato il primo jab di un “uno-due” che, insieme al referendum autunnale sulla riforma costituzionale, potrebbe e dovrebbe portare all’uscita di scena di Renzi e del suo governo dal ring della politica.

I dati sull’affluenza alle urne sono desolanti: solo metà degli elettori sono andati a votare, e il resto è rimasto a casa disgustato appunto della e dalla politica in generale, e da quella del Pd in particolare. Il trend in discesa è ovviamente inversamente proporzionale alla percezione dell’uomo comune di essere tenuto fuori da un gioco che viene giocato sopra la sua testa e sulla sua pelle: maggiore è la convinzione che la politica sia sporca e insanabile, e minore diventa il numero di coloro che continuano a illudersi che un voto, qualunque esso sia, possa cambiare la situazione.

La democrazia indiretta non prevede per sé stessa gli stessi requisiti che impone alla democrazia diretta: cioè, uno sbarramento del 50% sull’affluenza dei votanti, al di sotto del quale le elezioni dovrebbero essere annullate alla stessa maniera dei referendum. Ma se lo sbarramento ci fosse, saremmo ormai arrivati a sfiorarlo: senza una rivoluzione della politica, il prossimo passo saranno elezioni formalmente valide ma sostanzialmente non rappresentative, e dunque non democratiche, indipendentemente dai risultati.

Una rivoluzione sembra però in atto, stando almeno alle vittorie della Raggi e dell’Appendino a Roma e a Torino, che hanno portato alla ribalta due esponenti del M5S lontane anni luce dai minus habentes del partito della prim’ora. Morto e sepolto l’inquietante Casaleggio, rimosso dalla politica e rimandato a fare il comico l’incompetente Grillo, due donne giovani e competenti hanno sconfitto due apparatchicks del Pd, e potrebbero diventare le future alter ego delle giovani e incompetenti ministre di Renzi.

Se il presidente del Consiglio fosse un uomo d’onore si dimetterebbe stanotte stessa, come aveva fatto D’Alema dopo la sconfitta alle regionali del 2000. E dovrebbe farlo, visto che aveva politicizzato queste elezioni comunali intervenendo in prima persona nella campagna di Giachetti a Roma e della Valente a Napoli: sconfitto per 2 a 1 dalla Raggi il primo, e neppure arrivata al ballottaggio la seconda.

Ma l’uomo dello “♯staiserenoEnrico” non sa neppure cosa sia l’onore, e probabilmente non si dimetterebbe neppure dopo una sconfitta al referendum costituzionale, nonostante le sue promesse da marinaio al proposito. Il che non ci esime dall’iniziare fin da oggi a lavorare per infliggergli questa seconda sconfitta, anzitutto. E dal prepararci a usare poi qualunque mezzo per fargli mantenere, volente o nolente, la sua promessa di andarsene nel disonore, esattamente come nel disonore era venuto in seguito alle torbide manovre dell’ex presidente della Repubblica Napolitano e dei suoi mandanti economici e politici.

Ps. La perdita del Campidoglio costituisce un degno contrappasso per il Pd, che qualche mese fa aveva liquidato un proprio sindaco per sostenere le torbide manovre di papa Francesco e del presidente del Consiglio Renzi. L’atteggiamento del nuovo sindaco Raggi nei confronti della Chiesa permetterà di valutare se quella del M5S è una vera rivoluzione, o solo la più recente reincarnazione del “bisogna che tutto cambi, se vogliamo che tutto rimanga com’è”.

http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2016/06/20/linizio-del-renzexit/

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