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Link-tax e copyright: cosa prevede la riforma Ue che Di Maio vuole bloccare a tutti i costi

La dichiarazione più forte, quella destinata a tenere banco per tutta la durata dei lavori spetta a Luigi Di Maio: “Faremo tutto quello che è in nostro potere per contrastare la direttiva sul copyright al Parlamento europeo, e qualora dovesse passare decideremo se recepirla o meno”. E ancora: “Questo provvedimento ci riporterebbe indietro di 20 anni. Il governo italiano non può accettare passivamente questo. Le nostre soluzioni non passano per i bavagli”.

L’intervento del vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo, forse destinato ad aprire un nuovo fronte con l’Europa, è arrivato in apertura dell’Internet Day che Agi ha organizzato alla camera dei deputati. L’Ue dal 2016 sta pensando ad una serie di regole sui contenuti del web e sul copyright che per alcuni potrebbero cambiare definitivamente il modo in cui usiamo Internet, e forse applicare uno stretto controllo ai contenuti online. Tra questi anche uno dei padri del Web, Tim Berners-Lee, che sul Guardian ha parlato esplicitamente di “strumento di controllo”.

Di queste regole, che l’Europa dovrebbe approvare entro la fine dell’anno, sono due gli articoli oggetto delle critiche di molti esperti della rete, e adesso anche del governo italiano: si tratta degli articoli 11 e 13. Il primo riguarda la link tax, il secondo più in generale il copyright.

Cosa prevedono gli articoli contestati da Di Maio

Nell’articolo 11 viene esplicitato, ha spiegato sul suo blog l’avvocato Guido Sforza , “un principio in forza del quale chiunque voglia pubblicare un link e/o uno snippet  (l’estratto di due righe che segue il link pubblicato dai motori di ricerca e dagli aggregatori per anticipare all’utente il contenuto di una pagina web, ndr) avrà bisogno di un’autorizzazione da parte dell’editore del contenuto linkato e/o citato e dovrà pagare a quest’ultimo un compenso”.

Un’autorizzazione che i social network e i motori di ricerca dovrebbero richiedere e ottenere dietro compenso economico (si pensa ad un abbonamento annuale). Ma i link, prosegue Scorza, come i collegamenti ipertestuali, le citazioni e gli snippet “sono parte integrante della infrastruttura immateriale di Internet e qualsiasi regola che li riguardi è una regola inesorabilmente destinata ad avere un impatto sul nostro quotidiano di cittadini digitali, oggi e, ancor di più domani”.

Per Di Maio è un errore perché darebbe “un diritto per gli editori, i grandi editori di giornali, di autorizzare o bloccare l’utilizzo digitale delle loro pubblicazioni introducendo anche una nuova remunerazione per l’editore”. Remunerazione che verrebbe da licenze, accordi privati, tra piattaforme e società editrici che potrebbero dover pagare una cifra annuale per poter pubblicare questi contenuti. Ma che agitano lo spettro che queste società possano benissimo decidere di non pagare gli editori, e decidere di evitare del tutto di pubblicarne i contenuti. Il che potrebbe ritorcersi contro gli editori stessi.

Ma per il vicepremier è molto più pericoloso il secondo articolo, il 13, che prevede un controllo preventivo di tutti i link che potranno circolare nel web in maniera tale da accertarsi che non vengano violati i diritti d’autore (video, foto, testi, musica), attraverso un sistema automatizzato di controllo simile al content Id di Youtube.

Questa norma imporrebbe alle società che danno accesso ad una grande quantità di dati “di adottare misure per controllare ex ante tutti i contenuti caricati dagli utenti. Praticamente deleghiamo a delle multinazionali, che spesso nemmeno sono europee, il potere di decidere cosa debba essere o meno pubblicato. Cosa è giusto o sbagliato. Cosa i cittadini devono sapere e cosa non devono sapere. Se non è un bavaglio questo ditemi voi cos’è un bavaglio”.

Di Maio non è solo in questa battaglia. Lo scorso 12 giugno un gruppo di ingegneri tra i pionieri del web, tra cui Tim Berners-Lee, ha scritto una lettera al presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani chiedendo di rivedere proprio l’articolo 13 che sarebbe una minaccia alle basi della libertà di Internet. Il problema della monetizzazione dei contenuti che qualcuno crea e pubblica in Internet è un problema serio, spiegano, ma non è questo il modo di risolvere il problema. Anzi, un sistema di controllo automatizzato potrebbe portare a qualcosa assai vicino alla censura dei contenuti, chiedendo, “per la salvezza di Internet stessa”, di “cancellare il punto 13 della riforma”.

@arcangeloroc

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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