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L’insegnamento del “fatto religioso” in una scuola laica

Di Renato Piccini –

Nell’intero arco del processo storico, le varie culture religiose, e le comunità che ad esse si rifanno, sono state, e sono, in bene e in male, rilevanti nella società civile, nell’ordinamento pubblico, nell’istituzionalità di ogni paese.

Le religioni hanno una specifica rilevanza culturale, sociale e politica.

Il “fatto religioso” va ben oltre l’ambito in cui si è soliti collocarlo, così come ogni simbolo (croce, velo, immagini, gesti, regole, segni…) incarna una realtà più complessa del significato che si pensa possa esprimere.

Il cosiddetto “velo islamico”, per esempio, rappresenta un insieme di fattori più ampi del sentimento religioso, è espressione culturale, affermazione di identità… e non è sempre un’imposizione o un ostacolo per la libera scelta delle donne.

La conoscenza del “fatto religioso”, seriamente affrontato, permette di comprendere più a fondo società, storia, patrimonio culturale, espressioni artistiche… di ogni popolo; sottovalutarne il ruolo ostacola la comprensione della realtà del mondo contemporaneo. È difficile cogliere la cultura attuale, la politica e la geopolitica mondiale ignorando le religioni che oggi, come scrive Jan Assmann[1]«da oppio sono diventate dinamite».

Uno degli atteggiamenti più diffusi, e più deleteri, del mondo attuale è, infatti, il fondamentalismo, da qualunque parte venga ed a qualsiasi corrente di pensiero si rifaccia. È necessario trovare gli strumenti idonei per prevenire il suo impatto negativo su cultura, libertà individuale, educazione.

L’ignoranza del fenomeno religioso e delle sue dinamiche è pericolosa perché spesso la religione serve come strumento di potere in campo politico, sociale, culturale, economico… e viene usata anche come mezzo di coesione, di aggregazione del disagio, un alibi per scatenare tensioni, violenze e guerre.

Per ridurre la complessità dello scontro sociale prodotto dal radicalismo religioso, è necessaria un’educazione che cancelli e superi stereotipi, false interpretazioni e pericolose pressioni sulla coscienza attraverso dogmi e regole dottrinali.

Una positiva “alfabetizzazione” del “fatto religioso” a livello globale è essenziale per affrontare l’emergenza in cui ci troviamo oggi: una conoscenza veritiera e autentica aiuta a “smontare” la strumentalizzazione della religione a fini geopolitici e ad aprire la strada a rapporti basati su rispetto, dialogo, convivenza.

Diviene, così, necessaria un’analisi più complessa del pensiero e della prassi delle varie religioni, un’analisi che non deve rimanere all’interno di circoli intellettuali e/o istituzionali, ma diffondersi ad ogni livello della società per costruire una massa critica di cittadini con coscienza laica… e tutto ciò richiede un lungo percorso di educazione.

Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile e urgente un insegnamento critico e storico delle religioni. Ed uno degli strumenti essenziali dovrà essere la scuola.

Opporsi  all’insegnamento confessionale di una religione, non significa rifiutare ogni tipo di insegnamento della problematica religiosa; significa denunciare ogni manipolazione, difendere e favorire un insegnamento laico, nel metodo e nei contenuti, all’interno del percorso educativo pubblico. Non un’operazione dottrinale, ma uno studio in una prospettiva “scientifica”, quindi laica e a-confessionale.

L’attuale “ora di religione” si rivela insufficiente, per non dire inutile, per preparare persone aperte alla realtà ed ai profondi cambiamenti a livello globale:

«Nell’ora di religione si continua a fare di tutto: a discutere di droga e di sessualità, astudiare la dogmatica cattolica, a esplorare i mondi dell’ebraismo o dell’islam, a interrogarsi sulle nuove espressioni di religiosità. Ma questa babele di contenuti e di metodi didattici esprime un malessere ed un problema: quale deve essere lo spazio della religione nel sistema dell’istruzione pubblica?»[1].

La proposta di uno studio del “fatto religioso” nel curriculum scolastico crea pareri contrastanti in settori laici e credenti. Da una parte si vede come “un cavallo di Troia” per salvaguardare la diffusione della dottrina cattolica nella scuola pubblica; dall’altra, viene considerato uno strumento per confondere le coscienze di ragazzi e giovani con il conseguente, inevitabile relativismo e allontanamento da principi morali ed etici assicurati dalla Chiesa.

Se ne parla da anni, sotto governi di ogni tendenza, ma oggi pregiudizi, superficialità, integralismo e dogmatismi, condanne reciproche lo rendono davvero essenziale e urgente perché le religioni hanno acquisito, e non certo in senso positivo, un posto importante sulla scena mondiale; si è affermata, ripeto, una dimensione pubblica, politica, sociale del “religioso”, che rende improrogabile una conoscenza rigorosa e veritiera.

Di conseguenza, diviene sempre più indispensabile una profonda revisione e rinnovamento dell’insegnamento religioso a scuola, fuori dai ristretti ambiti della confessionalità e “opzionalità”, con pari dignità rispetto ad altri insegnamenti. Chi lo impartisce deve avere preparazione culturale, pedagogica, educativa riconosciuta dallo Stato secondo le modalità di ogni materia e non lasciata ad libitum di istituzioni ecclesiastiche di ogni tipo.

Flavio Pajer, pedagogista e presidente del Forum europeo per l’istruzione religiosa nelle scuole pubbliche, afferma:

«Il carattere democratico e laico dello Stato e della scuola pubblica non consente trattamenti di privilegio ai membri di una o di poche religioni; il diritto individuale di libertà religiosa impegna le chiese a non servirsi della scuola pubblica a scopi confessionali ma impegna nel contempo la scuola di Stato a garantire alla totalità della popolazione scolastica adeguati strumenti di lettura e comprensione del fenomeno religioso».

Nel 2002 uscì in Francia, su richiesta del ministero dell’educazione, il rapporto di Régis Debray su L’enseignement du fait religieux dans l’école laïque.

Nel 2003 Debray affermava:

«La laicità non è un’opzione spirituale sulle altre, essa è ciò che rende possibile la loro coesistenza, perché ciò che è comune sul piano del diritto a tutti gli uomini deve avere la precedenza su ciò che li separa sul piano di fatto».

Le parole con cui Enzo Pace[2] sintetizza l’argomento centrale del Rapporto di Debray ci aiutano a comprendere meglio un concetto valido non solo per la Francia:

«Siamo uno Stato laico, ma non possiamo rimanere indifferenti all’ignoranza religiosa che sta aumentando nelle nuove generazioni; se non vogliamo assistere impotenti alle manifestazioni d’intolleranza religiosa, ai conflitti etno-religiosi che esplodono diffusamente nelle banlieues e nelle scuole delle periferie delle grandi città francesi, occorre che educhiamo i nuovi cittadini della Francia laica alla conoscenza del fatto religioso».

Non si deve dimenticare che la laicità, espressa anche nella netta separazione Stato-Chiesa, non combatte la religione in sé, ma l’imposizione di dottrine dogmatiche nell’ordinamento di una nazione

studiare la dogmatica cattolica, a esplorare i mondi dell’ebraismo o dell’islam, a interrogarsi sulle nuove espressioni di religiosità. Ma questa babele di contenuti e di metodi didattici esprime un malessere ed un problema: quale deve essere lo spazio della religione nel sistema dell’istruzione pubblica?»[1].

La proposta di uno studio del “fatto religioso” nel curriculum scolastico crea pareri contrastanti in settori laici e credenti. Da una parte si vede come “un cavallo di Troia” per salvaguardare la diffusione della dottrina cattolica nella scuola pubblica; dall’altra, viene considerato uno strumento per confondere le coscienze di ragazzi e giovani con il conseguente, inevitabile relativismo e allontanamento da principi morali ed etici assicurati dalla Chiesa.

Se ne parla da anni, sotto governi di ogni tendenza, ma oggi pregiudizi, superficialità, integralismo e dogmatismi, condanne reciproche lo rendono davvero essenziale e urgente perché le religioni hanno acquisito, e non certo in senso positivo, un posto importante sulla scena mondiale; si è affermata, ripeto, una dimensione pubblica, politica, sociale del “religioso”, che rende improrogabile una conoscenza rigorosa e veritiera.

Di conseguenza, diviene sempre più indispensabile una profonda revisione e rinnovamento dell’insegnamento religioso a scuola, fuori dai ristretti ambiti della confessionalità e “opzionalità”, con pari dignità rispetto ad altri insegnamenti. Chi lo impartisce deve avere preparazione culturale, pedagogica, educativa riconosciuta dallo Stato secondo le modalità di ogni materia e non lasciata ad libitum di istituzioni ecclesiastiche di ogni tipo.

Flavio Pajer, pedagogista e presidente del Forum europeo per l’istruzione religiosa nelle scuole pubbliche, afferma:

«Il carattere democratico e laico dello Stato e della scuola pubblica non consente trattamenti di privilegio ai membri di una o di poche religioni; il diritto individuale di libertà religiosa impegna le chiese a non servirsi della scuola pubblica a scopi confessionali ma impegna nel contempo la scuola di Stato a garantire alla totalità della popolazione scolastica adeguati strumenti di lettura e comprensione del fenomeno religioso».

Nel 2002 uscì in Francia, su richiesta del ministero dell’educazione, il rapporto di Régis Debray su L’enseignement du fait religieux dans l’école laïque.

Nel 2003 Debray affermava:

«La laicità non è un’opzione spirituale sulle altre, essa è ciò che rende possibile la loro coesistenza, perché ciò che è comune sul piano del diritto a tutti gli uomini deve avere la precedenza su ciò che li separa sul piano di fatto».

Le parole con cui Enzo Pace[2] sintetizza l’argomento centrale del Rapporto di Debray ci aiutano a comprendere meglio un concetto valido non solo per la Francia:

«Siamo uno Stato laico, ma non possiamo rimanere indifferenti all’ignoranza religiosa che sta aumentando nelle nuove generazioni; se non vogliamo assistere impotenti alle manifestazioni d’intolleranza religiosa, ai conflitti etno-religiosi che esplodono diffusamente nelle banlieues e nelle scuole delle periferie delle grandi città francesi, occorre che educhiamo i nuovi cittadini della Francia laica alla conoscenza del fatto religioso».

Non si deve dimenticare che la laicità, espressa anche nella netta separazione Stato-Chiesa, non combatte la religione in sé, ma l’imposizione di dottrine dogmatiche nell’ordinamento di una nazione

Laicità di uno Stato di diritto non richiede la negazione del “fatto religioso”, ma impedire che il “clericalismo”, di qualsiasi matrice esso sia, rivendichi la pretesa di esercitare il potere sull’intera società, di condizionare il potere civile. Parlare di neutralità dello Stato non significa una scelta di “ateismo di Stato” che, di fatto, assumerebbe una posizione ideologica, non di taglio laico, non “neutrale”.

Le drammatiche situazioni legate all’uso (e abuso) del “religioso” in conflitti e legislazioni, la sua sempre maggiore rilevanza pubblica,  impongono allo Stato il diritto/dovere di farsi carico anche di questo tipo di formazione in tutte le fasce d’età.

Da qui deriva il “dovere” delle istituzioni statali di porsi (e risolvere) il problema dell’insegnamento del “fatto religioso” nella scuola pubblica. Non si tratta, ripeto, di promuovere un insegnamento religioso, ma del “fatto religioso”, tralasciando, logicamente, sia il fattore “trascendenza”, sia “la verità ultima” delle religioni. Uno studio critico dei fenomeni religiosi, sottratto ad ogni forma di indottrinamento, apologia, dottrina e difesa confessionale.

Concludo con un’espressione che può ben riassumere l’intera analisi:

«L’analfabetismo sulle questioni collegate alla religione non ci fa più laici, ma più ignoranti»[1].

E, come ogni tipo di ignoranza, provoca quel pericoloso “sonno della ragione” da cui sorgono, ovunque, “mostri” di ogni segno: culturale, sociale, politico, economico, religioso…


[1] Riprendo l’espressione “fatto religioso” dal rapporto uscito in Francia nel 2002, su richiesta del ministero dell’educazione, L’enseignement du fait religieux dans l’école laïque, perché, a mio parere, esprime bene il concetto della complessità della problematica legata alle varie religioni.

[2] Jan Assmann, Non avrai altro Dio. Il monoteismo e il linguaggio della violenza, IL MULINO 2007

[3] Gian Mario Gillio, Un’ora di scuola davvero singolare, Confronti novembre 2003

[4] www.seer.ufrgs.br/debatesdoner

http://www.italialaica.it/news/editoriali/58602

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