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L'intervento integrale di Mattarella al Forum Ambrosetti

(AGI) – Roma, 5 set. – Ecco il testo integrale dell’intervento in videoconferenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla 41esima edizione del Forum The European House – Ambrosetti a Villa d’Este: “Rivolgo un saluto cordiale al moderatore, ai relatori e ai partecipanti al Forum “Ambrosetti”. Al centro della vostra discussione e’ stata, opportunamente, posta “l’agenda per l’Europa”. Credo che questa agenda sara’ tanto piu’ efficace quanto piu’ evitera’ di limitarsi a una lista di interventi di emergenza. La logica emergenziale sta rendendo l’Europa piu’ debole, i suoi cittadini piu’ insicuri e produce diffidenze tra gli Stati membri. Occorre, al contrario, una visione adeguata di lungo periodo ; e consapevolezza del destino comune. Va sconfitta la paura e il senso della comunanza di interessi deve tornare ad essere la base della strategia continentale. Le crisi non devono paralizzarci. L’Europa, come sottolineava Jean Monnet, si e’ fatta nelle crisi ed e’ attraverso le crisi che statisti illuminati hanno saputo intravedere, e perseguire, obiettivi di crescita. L’Europa si trova nel pieno di un passaggio storico simile a quelli indicati da Monnet. Vorrei far riferimento a due questioni cruciali, rispetto alle quali avvertiamo che, oggi, l’azione dell’Europa manca di efficacia. Lo avvertiamo nelle carenze nella governance economica di questi anni. Lo avvertiamo di fronte alle tragedie, spaventose, di profughi e di migranti, purtroppo sempre piu’ frequenti. Sul primo versante, la carenza di governance incrementa le disparita’ interne all’Unione, ostacola la capacita’ di promuovere la crescita, impedisce all’Europa di giocare un ruolo nelle crisi globali (come e’ accaduto di recente quando e’ arrivato il vento delle Borse cinesi). C’e’ un filo che lega le nostre impotenze ai nostri egoismi particolari. Questi precludono all’Unione la possibilita’ di giocare un ruolo di equilibrio, autorevole e incisivo, nello scenario globale. Frenano la capacita’ di definire, all’interno del Continente, una politica economica, attenta alla stabilita’ delle finanze pubbliche, ma anche in grado di valorizzare le potenzialita’, le risorse e il capitale umano di cui l’Europa dispone, riducendo gli squilibri territoriali e sociali. Abbiamo evitato l’uscita della Grecia dalla zona euro, abbiamo implementato il Meccanismo europeo di stabilita’, abbiamo avviato l’Unione bancaria: non manca, insomma, capacita’ di reazione quando ci si avvicina al punto di rottura. E’ un fatto certamente positivo ma non e’ sufficiente. Sull’altro versante di crisi, quello dell’immigrazione, le chiusure, illusorie, e le inerzie smentiscono drammaticamente i valori della nostra civilta’. Le immagini strazianti – come quelle del piccolo Aylan – confliggono con questi valori, anzi confliggono con la nostra stessa idea di umanita’. La commozione a volte perfora la corazza dell’indifferenza, ma siamo lontani dalla percezione del carattere epocale e della dimensione del fenomeno migratorio. E’ ancora lunga la strada di politiche comuni, di risposte all’altezza della sfida. Lo spettro che a volte compare e’ l’Europa della paura, dei muri, dei veti: e’ l’Europa che insegue e, cosi’ facendo, alimenta nazionalismi e populismi. Al di la’ della coincidenza temporale, cosa vi e’ in comune tra queste due crisi, quella delle economie e quella migratoria ? Di certo, da queste crisi non si potra’ uscire con le ricette del passato. Non devo ricordare ai partecipanti a questo Forum come l’orizzonte cui guardano, e di cui hanno bisogno, imprenditori e operatori economico-finanziari abbia confini ormai ben piu’ estesi di quelli nazionali. Imprenditori e operatori economico-finanziari sono interlocutori necessari per gli Stati nazionali ma questi – gli Stati nazionali – non sono piu’ interlocutori necessari o, comunque, decisivi per imprenditori e operatori. Questa stessa condizione di asimmetria, di sproporzione, di inadeguatezza degli Stati nazionali, contrassegna anche il loro rapporto con il fenomeno migratorio. Anche per queste ragioni, malgrado lo spirito critico con cui si guarda ai limiti dell’Europa di oggi, mi sento, personalmente, piu’ europeista che mai. Accanto alle motivazioni ideali, all’ammirazione per la sagacia, il coraggio e la visione storica dei fondatori, quel che accade rende sempre piu’ evidente l’esigenza di sempre maggior integrazione, non soltanto attraverso politiche omogenee ma, necessariamente, anche attraverso adeguate istituzioni comuni. E’ un’illusione pensare che la fine dell’euro, o un suo indebolimento, possa restituire agli Stati nazionali la sovranita’ perduta: e’ la storia a renderne inattuali alcuni elementi. Senza Unione tutti i Paesi europei diventerebbero piu’ poveri, con il ritorno ad asfittici mercati nazionali bloccati alla frontiera: l’economia pagherebbe un prezzo ancora maggiore, con la perdita, prima ancora delle potenzialita’ produttive e commerciali, di quei beni immateriali che sono diventati la struttura connettiva delle nostre societa’ e del nostro modello civile, a partire dalla cittadinanza europea. Le politiche europee – siano quelle del mercato comune del lavoro indicate dai Trattati, siano quelle del mercato dell’energia e delle infrastrutture, delle telecomunicazioni, della politica spaziale, della coesione regionale – sono parte della nostra vita quotidiana di cui non riusciremmo piu’ a fare a meno. E che, piuttosto, dobbiamo incrementare. Al tempo stesso e’ un’illusione immaginare che sospendere le regole di Schengen, o dar vita a un loro ambito di serie A e a uno di serie B, possa garantire a una parte dell’Europa la sicurezza che si teme minacciata. Il tentativo di chiusura delle proprie frontiere si sta rivelando, come era inevitabile, illusorio, a fronte delle dimensioni dei flussi migratori. Si tratta di un fenomeno di portata inedita, con la prospettiva di flussi sempre piu’ imponenti senza adeguate risposte strategiche. Per questo, in questi giorni, alcuni paesi fondatori hanno richiamato l’intera Unione ad assumere un’azione comune ed efficace. Questi due versanti di crisi incalzano, con tempi veloci. Non e’ possibile, rispetto ad essi, imboccare scorciatoie, pensando di lasciare il compito di affrontare i problemi a chi governera’ dopo, perche’ il dopo e’ gia’ arrivato. Ecco perche’ l’Europa e’ un percorso storicamente obbligato. Occorre manifestare la stessa disponibilita’ con cui l’Unione ha aperto, con immediatezza, le sue porte ai paesi dell’Est europeo, facendo prevalere, su ogni altra considerazione, la ragione ideale della riunificazione del Continente. La ragione storica, ideale, coincide, questa volta, con la convenienza, con l’ interesse dell’Unione e dei suoi Paesi. Bisogna essere consapevoli che i traguardi raggiunti non sono garantiti per sempre. Democrazia e societa’ del benessere storicamente hanno trovato la loro realizzazione nella dimensione degli Stati nazionali. Oggi possiamo difenderle soltanto in una dimensione continentale. In uno spazio piu’ angusto rischiano di deperire. Per quanto riguarda l’euro occorre passare da regole comuni a istituzioni comuni: il presidente Mario Draghi e’ stato molto efficace nel sintetizzare questo obiettivo, che condivido pienamente. La moneta unica conteneva una promessa che non e’ stata sinora mantenuta: quella dell’unita’ politica. La moneta unica non era un punto di arrivo ma piuttosto un passaggio fondamentale, per dar vita a una nuova fase del processo di integrazione. Avrebbe dovuto indurre a realizzare strumenti per iniziative di politica economica comuni. La crisi ha messo in luce l’incompiutezza dell’eurosistema e deve indurci a recuperare con urgenza il tempo fin qui perduto. Certo, i ritardi hanno reso piu’ complicata questa strada. Ma, lo ripeto, non e’ possibile rinunciarvi. I percorsi non sopportano di essere congelati all’infinito: si degradano, regrediscono. Opportunamente si e’ aperta a livello continentale una discussione sulla governance dell’area dell’euro, che in sostanza coinvolge l’intera architettura dell’Unione. Non e’ mio compito entrare nel merito di un confronto, su cui devono esprimersi governi e parlamenti. Credo, pero’, di poter dire che si pone fortemente l’esigenza di una maggiore integrazione, di un governo piu’ coinvolgente, e democratico, dell’area euro. Le politiche economiche non possono essere affidate esclusivamente ad ambiti rigidamente intergovernativi o, ancor meno, a vertici tra due o tre leader. Per il loro governo occorre, nelle forme che si riterranno opportune, un’istituzione di segno comunitario. Ed e’ necessario che il tavolo dell’eurozona abbia anche una base democratico-parlamentare su cui poggiare. Non ci si puo’ limitare alla moneta unica e al ruolo prezioso della Banca Centrale Europea. Tornando al fenomeno migratorio, e’ necessario alzare lo sguardo. Speriamo che si inizi bene con la prossima riunione straordinaria sull’immigrazione, a meta’ di settembre, per proseguire poi con la conferenza di novembre a La Valletta, che dovrebbe legare questo tema a un rafforzamento della cooperazione con i Paesi da cui provengono i flussi migratori. Occorre connettere politiche serie e lungimiranti, che affrontino in primo luogo nelle opportune sedi internazionali, le cause immediate e remote all’origine dei fenomeni migratori, che rendano gestibili i flussi, possibile l’integrazione di chi cerca e trova lavoro, piu’ sicure le nostre citta’. La serieta’ di queste politiche passa per una collaborazione con i Paesi piu’ poveri, per investimenti che possano favorire la loro crescita e rimuovere le condizioni di invivibilita’ che spingono i loro cittadini a sfidare qualunque pericolo pur di giungere in Europa; spazio di benessere, di pace, di sicurezza dei diritti. Passa anche, naturalmente, per intese che riescano a stroncare la tratta di esseri umani e a colpire i trafficanti. Mi auguro che si stia aprendo davvero la strada per regole finalmente comuni sul diritto di asilo. Superare con regole nuove, condivise e adeguate all’oggi il vecchio accordo di Dublino e’ un necessario passo in avanti. L’alternativa non e’ tra la resa a un’invasione e la presunta difesa della ”Fortezza Europa”. L’alternativa e’ tra un’Europa protagonista del proprio destino e un’Europa che subisce gli eventi senza saperli governare. Il mondo e’ in movimento, sulle gambe di milioni di donne, uomini, bambini: un esercito inerme, che marcia alla ricerca della propria salvezza. Cosa possiamo opporre alle loro ragioni ? Sono loro, che fuggono dalla violenza e dalla morte, il nostro nemico ? O il nemico, piuttosto, va visto nelle guerre e nel terrorismo internazionale, variamente alimentato, che vanno contrastati con decisione, anzitutto sul piano della cultura e della liberta’ ? La direttrice Nord-Sud e’ fondamentale per l’agenda europea. Non si puo’ pensare che la frontiera a est sia quella piu’ sensibile per l’Europa. Una politica comune europea – capace di relazioni economiche di pace nel Mediterraneo – e’ anche l’arma migliore di cui disponiamo nei confronti del terrorismo. La pressione di Daesh si estende ormai in tutti i Paesi del Nord Africa, e punta, con evidenza, a insediare avamposti nelle periferie piu’ disgregate delle citta’ europee. L’antidoto migliore che possiamo opporre e’ prosciugare i giacimenti di odio, promuovere cooperazione, dimostrare che le democrazie sono piu’ credibili e attraenti perche’ offrono opportunita’ di vita, di sviluppo, di tutela dei diritti anziche’ morte e distruzione. In questa sfida globale, abbiamo il dovere di ammodernare il nostro Paese e renderlo migliore. Una priorita’ e’ certamente l’affermazione della legalita’, la lotta a ogni forma di corruzione, il contrasto intransigente verso le mafie di ogni natura. Anche in questo caso non si tratta soltanto di un auspicio di ordine morale, ma di una questione molto concreta. I fenomeni di illegalita’ e di corruzione non inquinano solo la convivenza civile, ma penalizzano la societa’, l’economia, e anche la qualita’ della democrazia. E’ bene che l’opinione pubblica abbia sviluppato una acuta sensibilita’ al riguardo. Non credo affatto che la corruzione e l’illegalita’ siano una malattia prevalentemente italiana, ma spero che i nostri strumenti di rilevazione restino sempre attivi. Quando usciamo dal nostro Paese ci accorgiamo dell’apprezzamento della nostra storia, della nostra cultura, della nostra creativita’. Le istituzioni hanno il dovere di essere al servizio della qualita’ italiana e del suo sviluppo. Expo, poc’anzi citato dal moderatore Enrico Letta, ne e’ stato dimostrazione. I dati di questi mesi mostrano che la strada di un nuovo sviluppo italiano e’ percorribile. Dobbiamo tutti coglierne, con prontezza, le occasioni. Il futuro dell’Italia ha un legame fortissimo con il destino dell’Europa. L’agenda europea e’ la nostra agenda. A cominciare dall’equilibrio necessario tra disciplina di bilancio e prospettive di crescita economica e sociale. La stabilita’ economica non puo’ riguardare soltanto la moneta e la finanza, dove molti passi sono stati fatti, ma deve riguardare anche la crescita e l’occupazione. Abbiamo, come Paese, un oneroso debito pubblico: questo tuttavia va considerato insieme al grande risparmio privato degli italiani, il che ci aiuta a partecipare senza complessi al confronto nell’Unione. La gestione del nostro debito richiede scelte responsabili e fiducia dei mercati, degli altri Paesi, dei nostri concittadini. Quando siamo stati chiamati a sacrifici, anche dolorosi, li abbiamo fatti. Con la stessa fermezza ed energia dobbiamo ora saper operare affinche’ tutta la politica europea, e le sue istituzioni, si orientino verso investimenti strategici, verso la ricerca, l’innovazione, la sostenibilita’. Il problema del lavoro riguarda l’intera Europa: non puo’ essere ridotto all’ultima delle variabili economiche. In definitiva, piu’ Europa. Non vuol dire piu’ vincoli, piu’ burocrazia. Piu’ Europa e’ la consapevolezza che questa e’ la dimensione della sfida globale. Noi ci impegneremo per questa strategia. Sentiamo questo compito anche come Paese fondatore dell’Unione europea. Tutti i Paesi hanno un ruolo e una responsabilita’ cruciale in questo passaggio epocale. I fondatori, che non si arresero, oltre 60 anni fa, al naufragio della Ced, hanno ancora oggi – io credo – una responsabilita’, particolare, nel contribuire ad aprire una stagione di rilancio dell’Unione”.(AGI) .
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