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«Io, sacerdote caldeo costretto a fuggire da Qaraqosh»

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In fuga verso il Kurdistan(©Afp) In fuga verso il Kurdistan

Gianni Valente

Padre Paolo Thabit Mekko, sacerdote caldeo iracheno di Qaraqosh, aveva passato gli ultimi mesi a riaprire pozzi e far funzionare generatori di corrente per i profughi fuggiti da Mosul, dopo che la seconda città irachena era caduta nelle mani dei jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Adesso anche lui si trova a vivere la condizione del rifugiato, insieme alle migliaia di fuggiaschi della Piana di Ninive sparpagliati per le strade, le chiese e i terreni di Ankawa, il sobborgo a maggioranza cristiana di Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno. Mentre racconta la notte della fuga, nella sua voce si avverte tutta la rabbia e l’amarezza di un popolo umiliato. «Alle due di mattina» spiega a Vatican Insider padre Paolo «abbiamo visto che le milizie curde dei Peshmerga abbandonavano la linea di scontro con quelli dell’Isil e si ritiravano. Non sappiamo perché è successo. Ma certo non potevamo rimanere senza la loro protezione. Le famiglie avevano già iniziato a scappare da parecchie ore. Siamo saliti sulle macchine, sui carri e sui pulmini, un fiume di gente terrorizzata, tutti di corsa sulle strade verso il Kurdistan».

 

 

Le milizie jihadiste sono entrate a Qaraqosh dopo le sei di mattino. Secondo vari testimoni, sono passati nelle strade delle città della Piana di Ninive con gli altoparlanti intimando a chi era rimasto di andarsene via. «Sulle strade verso Erbil» riferisce il sacerdote caldeo «si sono creati ingorghi di auto durati per ore. Adesso la gente è sparpagliata per strade e parchi, lasciata a se stessa, contenta solo di essere ancora viva. Ad assisterli ci sono i volontari della diocesi, ma fanno quello che possono. I rifugiati hanno lasciato dietro di se tutto quello che avevano. E sanno che quelli del Califfato entrano nelle case e nelle chiese e rubano tutto, come hanno già fatto a Mosul».

 

 

Ma tra i profughi cristiani il disastro di un popolo in fuga non viene addebitato solo al fanatismo feroce dei jihadisti: «La gente» spiega padre Paolo «da la colpa al governo, che dopo la caduta di Mosul per due mesi non ha fatto niente, lasciando che tutto degenerasse». E si svela anche l’inconsistenza delle promesse di quei politici cristiani che fino a ieri inseguivano il sogno di trasformare la Piana di Ninive in una regione autonoma da assegnare ai cristiani. «Adesso» conclude amaro il sacerdote «quello che rimane davanti agli occhi è l’assurdità di popoli eredi di quattromila anni di civiltà, costretti da bande di fanatici criminali a fuggire dalle proprie case e a sopravvivere per strada come mendicanti».

Fonte

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