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L’irreligiosità travestita da goliardia

Di Livio Ghersi | 13.11.2016 –
Durante il corrente mese di novembre 2016, dirigenti e militanti di varie associazioni, in primo luogo “Radicali italiani”, hanno tenuto una manifestazione pubblica a Roma in occasione della presentazione alla Camera dei Deputati di una proposta di legge, d’iniziativa popolare, tendente alla legalizzazione della Cannabis, proposta corredata da sessantamila firme.Nel vedere il servizio giornalistico che un telegiornale ha dedicato all’evento, sono stato attirato da un cartello che recava la seguente scritta: «meno Gesù, più Maria». Ovviamente, non si faceva riferimento alla Madonna, ma alla marijuana.

Non ritengo di essere un bacchettone, ma mi sono sentito irritato ed offeso da quel cartello. Mi sono chiesto cosa intendessero con l’espressione «meno Gesù». Minore rispetto per le esigenze della religione? Minore rispetto del Cristianesimo? Il fatto è che ai giovani sostenitori del cartello importava ben poco di quanto negassero, mentre erano molto concentrati su quanto volevano: più marijuana per il proprio benessere ed il proprio piacere, senza divieti e senza rotture di scatole da parte dei moralisti.

Questi sono chiari segni dei tempi. Non attribuisco particolari colpe a quei giovani. Si può soltanto consigliare loro la lettura di un passo del Vangelo: «Quando furono giunti nel luogo detto Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, l’uno a destra, l’altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”» (Luca, 23, 33-34).

Non sanno quello che fanno, non sanno quel che dicono, o scrivono. Ritengono che l’essere emancipati dal cattolicesimo, dal cristianesimo, da qualsiasi esigenza religiosa, renda più vero ed autentico il loro sentirsi libertari.

Conoscono la libertà nell’esclusivo senso di licenza di fare il proprio comodo e di ricercare il proprio piacere. Non conoscono ancora la libertà nel senso di responsabilità delle proprie scelte. In relazione alle dinamiche delle loro esistenze individuali, perché la vita umana non è mai soltanto gioco e trastullo, ma è fortemente innervata di una componente di dolore, può darsi che si renderanno conto di quale differenza intercorra fra i due predetti modi di concepire la libertà. Del resto, come si sa, lo Spirito soffia dove vuole e molti grandi peccatori sono diventati santi.

Questa è anche l’ennesima conferma dello sfascio, della Caporetto, della crescente inutilità della Scuola pubblica. La scuola viene vissuta dai giovani come un’istituzione repressiva, una sorte di carcere, per fortuna ancora senza grate alle finestre. Lo studio non viene sentito come una imperdibile occasione di arricchimento interiore, di crescita intellettuale, per imparare cose che aiuteranno a stare meglio in società ed a sapersi meglio orientare nella vita. L’unica cosa che ancora, in qualche modo, si tollera è apprendere quelle conoscenze che possano essere immediatamente finalizzate all’esercizio di un mestiere, o di una professione. Tutto il resto dell’umano sapere viene reputato inutile. Inutili la geografia e la storia, perché si ritiene che qualunque eventuale curiosità possa essere rapidamente soddisfatta da una rapida ricerca nella rete Internet. Non viene neanche il sospetto che chi carica i contenuti nella rete possa, a sua volta, avere dei notevoli limiti culturali, o che, di proposito, possano essere veicolati contenuti tendenziosi. Non si comprende che, per trovare, bisogna prima sapere cosa cercare. Del resto, lo spirito critico non nasce spontaneamente sotto i cavoli; andrebbe alimentato e coltivato. Proprio a questo dovrebbe servire l’educazione scolastica che si rifiuta.

Tra le cose avvertite come massimamente inutili ci sono la filosofia e la religione. L’unico pensatore ritenuto degno di fiducia è Voltaire, perché si è fatto beffe delle religioni ed ha scherzato sulle cose sacre. Ma Voltaire era Voltaire ed aveva perfetta contezza di ciò che criticava. I suoi presunti attuali seguaci non conoscono altro che la negazione e la dissacrazione; ma non sanno più perché.

Nel sistema filosofico di Hegel, l’ultima triade, quella dello Spirito assoluto, si articola nei momenti: arte / religione / filosofia. Con ciò s’intende che le verità di cui la religione è portatrice sono, insieme, conservate e superate, al livello della comprensione filosofica. Tale conclusione non significa che Hegel, il quale personalmente apparteneva alla Chiesa luterana, non attribuisse rilevanza al fenomeno religioso; o pensasse che le dinamiche della Storia lo avrebbero espunto dalla vita degli esseri umani. Basti sapere che, nell’ultimo decennio della sua vita, dedicò ben quattro anni accademici alle lezioni sulla Filosofia della religione: nel 1821, 1824, 1827 e nel 1831 (Hegel, ammalatosi di colera, morì nel novembre dello stesso anno 1831).

Tra gli alunni di Hegel, viene molto ricordato Ludwig Feuerbach (la “eu” iniziale si pronuncia “oi”). Feuerbach era uno studioso serio ed un filosofo degno di questo nome. Era anche un uomo meritevole di rispetto perché pagò fino in fondo il prezzo che ai suoi tempi doveva pagare chi professasse idee troppo anticonformiste: dovette, quindi, rinunciare ad una carriera accademica e visse sempre in modo stentato. Appartenente alla cosiddetta sinistra hegeliana, passò, dallo spiritualismo idealistico di Hegel, al materialismo. Nel 1841 pubblicò un libro divenuto celebre: L’essenza del cristianesimo. La tesi era ardita: non era stato Dio a creare gli uomini, ma erano stati gli uomini ad inventarsi Dio, per risolvere una serie di problemi teorici e di esigenze pratiche, ai quali, altrimenti, non avrebbero saputo dare soluzione. Karl Marx e Friedrich Engels ne furono entusiasti. Ma Feuerbach non si fermò lì. Nel 1846 pubblicò L’essenza della religione. Stavolta Marx ed Engels furono meno entusiasti; invitavano il filosofo a non continuare ad occuparsi di questioni di cui egli stesso aveva dimostrato l’infondatezza, ma di mettere il proprio ingegno a servizio della causa politica. Feuerbach tirò dritto per la sua strada. Nel 1857, dopo cinque anni di applicazione in completo isolamento, pubblicò un’opera ponderosa: la Teogonia, secondo le fonti dell’antichità classica, ebraica e cristiana. In altre parole, Feuerbach non riusciva a staccarsi dal problema con cui aveva deciso di misurarsi. Il suo dichiarato materialismo nascondeva travaglio interiore, inquietudine, incapacità di mettere fine alla ricerca intrapresa, perché c’era sempre qualcosa di ulteriore da meglio comprendere, o meglio definire.

Una volta affrontati argomenti filosofici, ho meno voglia di occuparmi della polemica politica. Resta però da dire che tutta la campagna “Legalizziamo!” contiene un’ambiguità, che non si potrà risolvere. Da una parte si sostiene che non è razionale, né producente, punire con il carcere chi faccia uso di droghe leggere, derivate dalla Cannabis, o chi coltivi piantine di marijuana, invece di rifornirsi dagli spacciatori. Fin qui nulla da eccepire. Si sostiene pure che la Cannabis possa essere utilmente assunta a scopi terapeutici, per alleviare il dolore in costanza di determinate malattie. Anche qui nulla da obiettare. L’ambiguità sottintesa si coglie, però, nel fatto che, sotto sotto, si rivendichi il diritto di drogarsi.

Questo diritto per me non esiste e non lo riconosco come tale. Esattamente come non esiste il diritto di ubriacarsi, o di farsi venire un cancro fumando come ciminiere, una sigaretta dietro l’altra. E poi quando questo presunto diritto sarebbe esercitabile? Al compimento della maggiore eta?

Poiché le facoltà più importanti degli esseri umani sono le facoltà razionali (intelletto, ragione, memoria) e queste sono l’unico loro sostegno per condursi ed orientarsi nella vita, è sbagliato prospettare come desiderabile, come piacevole, il fare uso di sostanze, di qualunque specie (derivate da prodotti naturali o da sintesi chimica), che abbiano l’effetto di stordire, di depotenziare, di compromettere a lungo a andare, quelle stesse facoltà razionali.

Secondo me, bisogna non stancarsi mai di affermare che è sbagliato drogarsi, perché fa male alla salute psico-fisica. Non si deve incoraggiare il nichilismo, facendo passare il messaggio che chi vuole essere padrone della propria vita possa liberamente buttarla via.

Affermare che «il proibizionismo ha fallito» è una delle tante, consuete, semplificazioni dei nostri tempi. Equivale a dire che non si dovrebbero più punire le rapine, o gli omicidi, perché, a dispetto di tutte le sanzioni previste dall’ordinamento per questi reati, si continua incessantemente a rapinare ed a uccidere.

Sempre secondo me, l’assumere droghe è — deve restare — un disvalore, fatta eccezione per comprovate esigenze terapeutiche; di conseguenza, l’ordinamento giuridico deve comunque prevedere sanzioni di tipo amministrativo nei confronti delle persone abitualmente dedite al consumo di sostanze stupefacenti. Per fare intendere loro che quel comportamento non è consentito, né tollerato, in quanto contrasta con l’esigenza di salvaguardare il benessere della comunità sociale nel suo insieme. Il carcere non serve, siamo d’accordo. Quello riserviamolo a chi organizza e gestisce il traffico ed il commercio delle droghe. Non avrei però alcunchè da eccepire nei confronti di una legislazione che procedesse per gradi nei confronti dei tossicodipendenti: cosicché ad una prima ammonizione puramente verbale, seguisse, in caso di recidiva, un richiamo formale, registrato, quindi, in caso di ulteriore recidiva, una vera e propria condanna in sede penale, risultante nel certificato penale.

Né avrei alcunchè da obiettare se tale legislazione interdicesse alle persone così condannate l’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni, massimamente l’insegnamento scolastico ed universitario, così come l’appartenenza alle Forze armate dello Stato ed alle Forze dell’ordine. Un’interdizione per un tempo determinato, s’intende, e sempre revocabile quando si producesse documentazione medica comprovante un adeguato percorso di disintossicazione e di recupero presso strutture a ciò destinate.

Palermo, 12 novembre 2016

Livio Ghersi

http://www.italialaica.it/news/articoli/56206

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