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L’ISLAM E IL PENSIERO DI SANT’AGOSTINO

“L’infibulazione è, di fatto, la peggior forma di mutilazione del corpo femminile”, ha spiegato all’Ansa il dottor Saverio Arena, ginecologo presso la struttura complessa di ostetricia e ginecologia azienda ospedaliera di Perugia.

Una pratica che non è ritenuta necessaria dal Corano, ma diffusa nei Paesi islamici: Somalia, Eritrea, Egitto meridionale e Senegal. “Consiste nell’amputazione dei genitali femminili ma se ne riconoscono quattro differenti modalità di intervento,

che vanno dalla circoncisione fino ad arrivare alla forma completa”, ha spiegato il medico. L’infibulazione viene eseguita sulle bambine e così vengono presentate ai futuri mariti: ha infatti il significato di illibatezza. Il danno è “una forte menomazione della donna”. La dichiarazione del dott. S. Arena è stata raccolta da un giornale online che ha comunicato la notizia dell’ennesima infibulazione di bambine nel territorio italiano in una famiglia nigeriana. L’agosto, finalmente un po’ rasserenato, digita queste notizie che vanno ad arroventare le polemiche e le manifestazioni intorno allo scontro cruento tra Israele e Palestina.

Tutto fa brodo e via di questo passo. Dunque, per l’ennesima volta in nome del politically correct, qualcuno si precipita a dichiarare che nel Corano non esiste questa prescrizione. Ma gli islamici che la praticano la pensano diversamente.

Poi tutto evapora e tutto si dimentica fino alla prossima notizia.

A ricordarci che la questione complessa dell’emigrazione islamica – e delle seconde generazioni- è drammatica attualità, ci ha pensato il settimanale, l’Espresso che ha pubblicato un’inchiesta sul terrorismo islamico e i reclutamenti in Europa. Titolo di copertina: “I terroristi della porta accanto”. Giusto, giusto appena alcuni giorni dopo l’espulsione di un imam che predicava, dal pulpito del centro islamico di San Donà del Piave, l’uccisione di tutti gli ebrei. Secondo l’inchiesta dell’Espresso non sono pochi i giovani, anche ben inseriti nel tessuto sociale italiano, che sono partiti per le varie guerre sante dalla Siria alla Libia, all’Irak.

Se ufficialmente qualche responsabile di organizzazioni islamiche territoriali si è detto d’accordo con il ministero dell’Interno, non mancano su Facebook interventi, in lingua italiana, d’immigrati che offrono la loro solidarietà all’espulso. Il conflitto Israele-Palestina ha esaltato la rabbia di tanti – e forse anche d’imam -, perché le tesi sostenute hanno sempre l’identica cifra. Gli ebrei, tutti, sono dei sionisti. La “razza ebraica comanda” i parlamenti europei, americani e i media. I cristiani cacciati dalle loro case e dai loro paesi in Irak, fanno parte del mondo dei colonialisti.

C’è anche chi utilizza parole e immagini antiche come “il complotto giudaico cristiano”.

Sotto traccia un’unica tesi: l’Occidente colonialista è privo di valori, come dimostra la libertà sfacciata delle donne. La comunità dei credenti dell’Islam possiede i valori religiosi autentici utili alla vita, anche statuaria, delle comunità nazionali.

E se proprio è richiesta una risposta: per esempio, sulle truppe dell’Isis (Stato Islamico dell’Irak e del Levante) , ti rispondono che sono i figli del dopo Saddam, cioè il frutto delle scelte di Bush; giustamente arrabbiati  e violenti.

Il conflitto tra Palestina e Israele, ha fatto emergere pubblicamente la formazione che i giovani immigrati probabilmente ricevono fin da bambini nelle scuole coraniche; o frequentando le sale di preghiera dove predicano gli imam il venerdì.

“È allarme in tutto l’Occidente” scrive l’Espresso. Forse con qualche ragione perché nei siti in lingua italiana si può leggere l’invito -a tutti i credenti- a unirsi per cacciare Israele dalla Palestina; dove la povera Palestina è simbolo della lotta contro l’Occidente, rappresentato da Israele, ovvero dagli ebrei di tutto il mondo, ovvero dai cristiani, ecc..

La rivista Micromega n.5/2014 (Il corpo della donna tra libertà e sfruttamento) ha pubblicato un saggio di Rachid Boutayeb, filosofo marocchino che vive a Berlino; profondo conoscitore della cultura delle sue origini.

Un serio confronto con il Corano, scrive, è un passo obbligato per comprendere la cultura che permea tanti stati mediorientali.

Il soggetto, nell’Islam, “viene sacrificato alla violenza dell’archivio; il suo corpo costituisce un archivio interdit.(…) I guardiani dell’archivio, giustamente, riconoscono una minaccia al loro potere in ogni atto che cerchi di emancipare il corpo dal potere dell’ortodossia. Essi controllano ogni forma di comunicazione, dalla televisione a internet, e cercano con la forza di islamizzare  la modernità, di imporle il velo.”

Spesso, troppo spesso, il dialogo culturale, o interreligioso, si ferma a celebrare riti culinari e momenti di preghiera. Fare diversamente non è possibile, si fa “conto di sì”.   Il rinnovamento culturale, scrive il filosofo marocchino, è assente nell’islamismo.

Spesso su Internet, su facebook, la critica degli immigrati musulmani si rivolge al presunto permissivismo occidentale: niente pena di morte, accettazione dell’omosessualità, eccessiva libertà delle donne….

Gli islamisti “considerano il discorso sulla democrazia, sulla secolarizzazione e sui diritti umani, e in particolare sui diritti delle donne, come un attacco occidentale all’islam”.

Individuo, “nella società islamica, è una parola straniera. Il gergo della purezza oggi dominante vede nell’individuo una minaccia. Nel mondo arabo-musulmano, il controllo patriarcale sulla sessualità femminile, come anche la separazione dei corpi, giocano un ruolo fondamentale. Se si prendono in esame le posizioni dei rappresentanti del tradizionalismo che negli ultimi anni vanno rapidamente aumentando – si viene presi dal sospetto che la più grande battaglia dell’Islam, oggi, sia quella contro l’autonomia della donna e del suo corpo.”. Perché “l’architettura teologica dell’Islam poggia su una repressione del femminile.”.

L’Islam non conosce una sfera privata. “L’impostazione patriarcale non tollera l’amore, poiché esso discende da una co-originarietà dell’io e del tu, espressione dell’autonomia del femminile. Ancora di più, l’autonomia delle donne, nel provare i propri sentimenti è presupposto dello sviluppo di concezioni democratiche del potere.”.

La sottigliezza dell’analisi del filosofo marocchino può aiutare a capire le relazioni amorose e familiari, troppo spesso considerate, anche dagli operatori delle istituzioni (come i consultori) secondo il pensiero e la cultura o la mentalità occidentale: “Attraverso il corpo e la sessualità il soggetto percepisce se stesso e la sua relazione all’altro. Il discorso religioso non tollera questa autonomia, la condanna come peccato, arroganza, atto di insubordinazione contro la volontà divina.” Così era secondo il pensiero di Agostino e l’Islam è ancora fermo a quell’epoca: “Il discorso islamico ancora non dispone di un linguaggio che sia  in grado di parlare alla donna moderna”.

La conseguenza è una rigida amministrazione degli spazi, che richiede la separazione dei sessi: la semi reclusione della donna nella casa del padre e poi del marito ; l’imposizione del velo fuori casa.

“…la femminilità può essere solo sottomissione all’uomo”.

Talvolta capita di ascoltare affermazioni del tipo: gli uomini e le donne musulmane vivono la sessualità con più libertà. Niente di meno vero, ci dice il filosofo.

Corpo e sessualità nella cultura arabo-islamica antica come in quella moderna, sono un fenomeno periferico o marginale. La vita del credente è per l’aldilà, perché sacro e quotidianità sono indivisibili. Certo, ciò non implica la rinuncia al godimento e non è ammesso lo stato celibatario. L’uomo islamico giunge alla sua piena realizzazione tramite la donna; “ma non si pone mai la questione della realizzazione femminile”. La sessualità libera, il corpo libero, sono creazioni della modernità occidentale. La donna “nell’Islam è un essere diabolico”. Ecco perché l’ infibulazione, tradizione precedente alla nascita dell’Islam, torna utile per il controllo della satanicità femminile.

Il fallo poi non è solo strumento di guerra e di conquista (anche delle donne), è potere politico. Ecco perché i guerrieri del nuovo califfato dell’Irak fanno prigioniere bambine e giovani donne per farne delle spose.

Ileana Montini

(Foto da chicagonow.org)

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