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L'istituzione della confessione. 275

Il Cristianesimo primitivo conosceva soltanto una penitenza, unica e irripetibile: il battesimo, una specie di bagno dal quale si usciva purificati da ogni colpa, anche la più grave e ignominiosa. Ogni successiva macchia era considerata indelebile in quanto, dopo il battesimo, era esclusa una seconda forma di penitenza.
Nel NuovoTestamento, in aperto contrasto con Gesù che ammetteva sempre il perdono, la remissione delle colpe posteriori al battesimo viene definita «impossibile» . Anche Paolo escluse i cristiani macchiatisi di gravi colpe. In nessuna delle sue Lettere si trova cenno alla possibilità di un rientro, di una riconciliazione; perciò molti cristiani rimandavano il battesimo per molto tempo, spesso fino agli ultimi istanti della vita.
Sul modello delle religioni misteriche, in seguito, si operò la distinzione fra colpe remissibili, peccati «veniali» e quelle non remissibil,i peccati «mortali»: apostasia, lussuria (adulterio o sfrenatezza sessuale) e assassinio. Tale distinzione viene fatta, già agli inizi del II secolo, dalla I Epistola di Giovanni. Tuttavia, anche questa Lettera neotestamentaria si attiene fermamente all’esistenza di peccati non remissibili e neppure consente di pregare per chi si trova in peccato «mortale». Una norma tanto rigida non poteva essere tenuta in vita col crescere delle comunità perché la maggior parte dei cristiani sarebbe morta in peccato mortale.
Così, nel II secolo, il romano Erma, facendo credere di essere stato istruito da un angelo del Signore, proclamò la possibilità di una seconda penitenza, ma per una volta soltanto, dando così il primo impulso all’istituto penitenziale cattolico. Ben preso, come vedremo, una volta divenne due volte, poi tre volte e infine sempre. Secondo Porfirio, antico filosofo anticristiano,con questo rito chiunque viene incitato a commettere ogni sorta di nefandezze, sapendo che avrebbe ottenuto attraverso la confessione il perdono dei suoi crimini. Per lui, quindi, il cristianesimo si configurava, come una religione che spinge all’empietà.
Così la pensava anche Tertulliano e d’accordo coi montanisti. La confessione, del resto, esisteva già presso molti popoli primitivi, ad esempio presso le tribù africane e anche nella religione misterica. Al sacerdote, quale rappresentante della divinità veniva confessata la colpa, per liberarsi delle sue conseguenze. Nel culto di Iside, dove esisteva una remissione anche per l’apostasia, funzionava già una completa prassi penitenziale chetrapassò nel Cristianesimo con la medesima denominazione.
Così, nel II secolo il papa Callisto concesse la possibilità di una seconda penitenza, ma per una volta soltanto, soprattutto per i peccati di lussuria, omicidio e apostasia, allora i più frequenti. L’apostasia era considerata il peccato più grave perché riportava il penitente alla stregua di un pagano e lo escludeva dalla Chiesa Durante le persecuzioni erano numerose le abiure, non solo dei semplici fedeli ma anche dei vescovi, tanto che sotto Diocleziano abiurò anche papa Marcellino.
Per ricondurre nella Chiesa tutti questi peccatori i papi successivi estesero la penitenza per tre volte, ma siccome anche queste erano insufficienti, concessero ai sacerdoti di rimettere i peccati ogni qual volta venivano confessati, come al giorno d’oggi. Non senza aspre polemiche, però, perché fu vista da molti come un incoraggiamento al peccato. Ma la Chiesa era salva e per di più con la confessione prendeva due piccioni con una fava: controllava capillarmente i suoi fedeli e li ricattava con la minaccia dell’inferno, se negava loro l’assoluzione.

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