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L'Italia ha pronta una legge all'avanguardia per combattere il consumo del suolo. Ma è bloccata da 11 mesi

Festeggiamo la Giornata Mondiale della Terra, ma dobbiamo fare qualcosa di più per non vederla svanire sotto i nostri occhi. Fermare il degrado di suolo a livello globale entro il 2030 è un obiettivo delle Nazioni Unite. Ma, intanto, ogni anno il pianeta perde una superficie agricola grande quanto l’Italia. E’ come se ogni giorno sparisse l’equivalente della superficie totale della città di Berlino. In numeri, parliamo del 30% dei terreni coltivabili che diventano improduttivi. E siamo a rischio fame anche se quasi il 40% della superficie terrestre è sottoposta alle attività agricole e zootecniche. Lo ricorda la FAO nel rapporto Lo Stato Mondiale delle Risorse Terrestri e Idriche.

Così come dal 1990 a oggi sono andati perduti 129 milioni di ettari di foresta che equivalgono ad un’area grande quasi quanto il Sudafrica e la produzione alimentare è responsabile dell’80% del fenomeno. A cui si aggiunge il fenomeno del land grabbing (accaparramento della terra): 60 milioni di ettari di terreno coltivabile nei paesi poveri e destinati in prevalenza a monocoltura come soia, mais e frumento, secondo i dati raccolti dall’Osservatorio Land Matrix. Un vero e proprio accaparramento da parte delle multinazionali, investitori privati e nazioni più ricche a discapito della sussistenza, ad esempio delle popolazioni africane.

Un problema anche italiano

Anche il nostro paese non è estraneo alla gravità del problema. L’Italia soffre di un consumo vorace del suolo. Lo attestano anche i dati elaborati Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition insieme a The Economist Intelligence Unit, che hanno prodotto il Food Sustainability Index,  analizzando le scelte alimentari del pianeta non solo sulla base del “gusto”, ma anche del valore complessivo che il cibo rappresenta.

Se è vero che il nostro Paese si posiziona settimo all’interno del ranking stilato per quanto riguarda l’agricoltura sostenibile, è altrettanto vero che nei tre grandi indicatori in cui quest’area viene suddivisa -– consumo delle risorse idriche, sfruttamento del suolo e emissioni di gas serra – è proprio nello sfruttamento del suolo che il nostro Paese registra i risultati peggiori scendendo alla 10˚posizione (con un punteggio di 48.72 su 100) battuta da Australia, Canada e Giappone in vetta alla graduatoria.

Cosa può fare l’Italia per ridurre il consumo del suolo

Che fare quindi per ridurre il consumo di suolo? Le proposte che arrivano  Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition insieme al Milan Center for Food and Law Policy partono dalla nostra tavola e dalle nostre scelte alimentari.

  • In primo luogo, ridurre lo spreco di cibo: il 40% di quello che viene prodotto non arriva neppure sulla tavola.
  • In secondo luogo usare la terra agricola per produrre cibo, mentre da qui al 2020 saranno ben 40 milioni gli ettari convertiti a coltivazioni per biocarburanti. 
  • Infine, scegliere le produzioni di cibo che richiedono meno suolo. Un esempio su tutti, l’80% dei terreni agricoli è utilizzato per l’alimentazione animale, ma dalla carne arriva solo il 17% delle calorie che assumiamo.

A confermare la diffusa consapevolezza del problema, in Europa ci hanno pensato oltre 500 organizzazioni promotori dell’Iniziativa dei Cittadini Europei People4Soil, che sempre in occasione della Giornata Mondiale per la Terra, hanno rivolto un appello a  Claude Juncker, presidente della CE, per fermare il consumo di suolo sviluppando un quadro legislativo vincolante per gli Stati Membri, che riconosca al suolo lo status di “bene comune” proprio come l’aria e l’acqua.

Le ONG ribadiscono che “la  superficie agricola europea, pari a 170 milioni di ettari non è in grado di rifornire il mercato europeo delle materie prime”, che dipende in larga misura dalle importazioni, ricordando che “ogni giorno vengono urbanizzati o degradati 500 ettari di suolo europeo, e in molti casi il degrado corrisponde a una perdita definitiva della risorsa, ad esempio in seguito a urbanizzazioni”. E per questo hanno lanciato una campagna per raccogliere almeno un milione di firme in tutta Europa.

In Italia c’è un provvedimento, ma da 11 mesi è bloccato al Senato

In Italia la task force formata da ACLI, Coldiretti, FAI, INU, Legambiente, LIPU, Slow Food e WWF, le associazioni che hanno aderito al network europeo con il manifesto #Salvailsuolo, punta il dito anche sulla grave impasse del progetto di legge nazionale contro il consumo di suolo, da tre anni rimbalzato dalle commissioni delle due Camere e, da 11 mesi, impantanato al Senato: “L’Italia per una volta poteva essere capofila europea, come primo Paese a darsi regole per il contenimento del consumo di suolo, ed invece quel provvedimento, che pareva sospinto da consenso unanime, sembra essersi infilato in un tunnel di cui ancora non si vede la fine”.

L’impegno del ministro Martina: ‘Legge fondamentale per il nostro futuro’

“Proteggere le terre fertili è un impegno che ci riguarda tutti. Per questo chiedo ancora oggi al Parlamento di arrivare presto all’approvazione della prima legge nazionale contro il consumo di suolo in Italia. Passa da qui una prospettiva fondamentale del nostro futuro, anche della nostra agricoltura. Dobbiamo proseguire il percorso intrapreso in linea con gli impegni che ci siamo assunti ad Expo con la Carta di Milano, come abbiamo fatto con le leggi per la tutela della biodiversità e contro gli sprechi alimentari.” Così su Facebook il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Maurizio Martina in occasione della giornata mondiale della terra. “Con questo obiettivo – prosegue il ministro – proprio quest’anno abbiamo attivato la Banca nazionale delle terre agricole, uno strumento nuovo per valorizzare il patrimonio fondiario pubblico e riportare all’agricoltura anche le aree incolte, incentivando al massimo il ricambio generazionale. Attraverso questo strumento vorremmo ottenere due importanti risultati: quello di semplificare, soprattutto per i giovani, l’accesso alla terra e anche quello di assicurare che il suolo torni ad essere destinato all’agricoltura. Perché dove c’è agricoltura c’è cura per la terra, per il paesaggio e per la comunità”.

 

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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