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L’Italia senza figli litiga sul Fertility Day

Articolo di Michele Serra (Repubblica 1.9.16)

Chiamarlo Giorno della Fertilità avrebbe avuto un inevitabile retrogusto da Ventennio, con l’esortazione alle fattrici italiane di dare soldati alla Patria e benedizione del parroco alle spose gravide. E dunque l’angloma Fertility Day, indetto per il 22 settembre del ministero della Salute, suona, più che renziano, prudentemente eufemistico rispetto a un argomento in sé minaccioso, perché si intromette in cose privatissime, e a forte rischio di motto di spirito. Probabile che la ministra Lorenzin e i suoi collaboratori sapessero, o almeno intuissero, di addentrarsi in un campo minato. Incoscienti o coraggiosi che siano, va loro riconosciuto il merito di esercitare con abnegazione il loro ruolo, perché un comune mortale, di fronte a meno della metà delle reazioni acide, dei commenti ostili e delle facezie raccolti in poche ore dal Fertility Day, si chiederebbe chi glielo ha fatto fare.
Glielo ha fatto fare, probabilmente, la constatazione che esiste, in Italia più ancora che nel resto d’Europa, un problema di denatalità grosso come una montagna. Si mettono al mondo pochissimi figli, tanto che l’immigrazione ha sempre più le sembianze (e il valore) di una massiccia importazione di giovinezza in una società che sembra produrre soprattutto vecchiaia. Peccato che un Fertility Day promosso dal ministero della Sanità abbia l’inevitabile effetto di defalcare, appunto, a “problema sanitario”, o di educazione genitale (si dirà così?) quello che con ogni evidenza è un problema economico e sociale.
Non si fanno figli prima di tutto perché non si ha un lavoro per mantenerli e una casa per metterceli, perché ci si sente precari, perché la madre è sempre certa ma il futuro sempre incerto. Eventuali componenti narcisistiche (non si fanno più figli perché gli adulti occidentali tendono a restare per sempre bambini, e i bambini non fanno bambini) esistono certamente, ma non sono il cuore della questione. È molto probabile che prospettive economiche e psico-sociali un poco meno depresse, e deprimenti, avrebbero effetti fertilizzanti. Meno probabile che sia una campagna di educazione ai piaceri della famiglia a risvegliare la voglia di diventare genitore di ragazze e ragazzi che spesso dipendono ancora, quasi in tutto, dai propri genitori. Quando le generazioni si insaccano l’una nell’altra, generare diventa vagamente claustrofobico, no?
D’altra parte, lo zelo delle istituzioni obbedisce a logiche “naturali” di ottimismo e di virtuosità che i cittadini, specie quando sono di malumore, non riescono ad accogliere con il favore e la cortesia che meriterebbero. C’è poi, nello spirito italiano, un’irriducibile avversione, perfino superiore a quanta ne basterebbe, per l’intromissione pubblica nelle scelte private. Mio nonno, italiano di mondo vissuto per quasi l’intera vita a New York, se la rideva di gusto dei Syphilis Day e dei Single Mother Day (Giornata della sifilide, Giornata della ragazza madre) ai quali le signore benpensanti e benefacenti lo esortavano a partecipare, ovviamente con obolo da versare alla causa prima di tracannare numerosi cocktail. Ma era, appunto, un signore molto navigato, e guardava alla ingenua filantropia puritana con una punta di esilarato cinismo. Magari, però, le ragazze madri e gli affetti da malattie veneree ricavarono, da quelle attenzioni e da quella retorica soccorrevole, qualche sollievo e qualche vantaggio.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma possiamo indirizzare alla ministra Lorenzin un augurio che ci sollevi, chi più chi meno, dal nostro disincanto: che almeno un paio di culle si riempiano proprio in virtù delle raccomandazioni e dei suggerimenti del Fertility Day, facendo registrare, il 22 settembre, un’impennata anche minima del tasso di natalità. Si sa che basta uno 0,01 in più, di questi tempi, a far suonare le campane a festa.
(Noi ci sentiamo esentati per ragioni anagrafiche. L’età ha i suoi vantaggi).””

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