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«L’indissolubilità? Verifichiamo le ragioni che portano al fallimento dei matrimoni»

«L’indissolubilità? Verifichiamo le ragioni che portano al fallimento dei matrimoni»Indossolubilità e la fragilità delle famiglie che può portare al divorzio.

ANDREA TORNIELLI –
Roma –

«La dottrina dell’indissolubilità andrebbe verificata sulle ragioni che portano al fallimento dei matrimoni». Lo afferma in questa intervista con Vatican Insider il teologo don Giacomo Canobbio, direttore dell’Accademia cattolica di Brescia, professore di Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale.

 

Su uno dei temi del Sinodo, la questione della possibilità a certe condizioni della riammissione dei divorziati risposati ai sacramenti, si sono confrontati pubblicamente diversi cardinali. Ma non c’è stato un dibattito pubblico dei teologi. Perché?

 

«In verità il dibattito c’è stato. Solo per fare un esempio: alla fine del 2013 l’Associazione Teologica Italiana ha organizzato un corso di aggiornamento su questo tema e a breve usciranno gli Atti. Certo, la discussione non appare sulla stampa, che rischia di ridurre la complessità delle questioni. Il dibattito tra i cardinali è alla fine un dibattitto di carattere teologico. Si confrontano infatti visioni dottrinali diverse non tanto circa il valore del matrimonio (nessuno misconosce che si tratta di un sacramento), quanto circa le condizioni grazie alle quali possa essere riconosciuto presente di fatto». 

 

Quale contributo può dare la riflessione teologica ai due Sinodi sulla famiglia?

 

«Penso possa aiutare a capire che la dottrina nel corso del tempo si è evoluta anche in base alle circostanze e quindi ci si dovrebbe domandare se attestarsi su una posizione dottrinale in nome del Vangelo non possa manifestare un particolare rapporto tra Vangelo e dottrina. Peraltro ci si dovrebbe domandare se nella ricerca della fedeltà al Vangelo non si possa tenere conto della tradizione ortodossa. In una prospettiva ecumenica che valore dare alla pratica di Chiese che sono riconosciute apostoliche, benché non in piena comunione con la Chiesa cattolica?». 

 

Quali sono, a suo avviso, le sfide più urgenti che la Chiesa deve affrontare nell’ambito della pastorale familiare?

 

«Mi pare si dovrebbe anzitutto tentare di capire le ragioni delle fragilità delle famiglie. A volte si ha l’impressione che si accusi la cultura, come se la Chiesa non fosse presente nei processi di trasformazione di questa. La vera sfida mi pare stia nei percorsi di formazione delle coscienze. In questo momento l’attenzione è posta sul tema della famiglia, ma sono molti gli ambiti nei quali le coscienze sembrano essere formate più dal costume che non dal Vangelo. In tal senso la sfida riguarda l’educazione morale».

 

Secondo lei, è possibile mantenendo ferma la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio cristiano arrivare a riammettere in alcuni casi i divorziati risposati all’eucaristia?

 

«La dottrina dell’indissolubilità andrebbe verificata sulle ragioni che portano al fallimento dei matrimoni. Qualora si verificasse che le persone non erano in grado – pur nella fedeltà a tutte le norme canoniche – di tenere fede a un rapporto sponsale perché non riconoscere una seconda possibilità, da verificare nel tempo? Quale sarebbe il vero matrimonio? Quello che dura alcuni mesi o quello che dura per sempre? Che valore ha la durata/fedeltà nello stabilire dove ci sia effettivamente matrimonio nel senso sacramentale del termine? Il valore della dottrina dell’indissolubilità è innegabile: serve anche a richiamare la necessità di tenere fede agli impegni in ogni ambito della vita. Ma, ripeto, si dovrebbe verificare il livello di consapevolezza delle persone quando si assumono l’impegno. I fattori emotivi a volte non permettono di rendersi conto del senso delle parole che si pronunciano».

 

Più che il rapporto (o la contrapposizione) tra dottrina e misericordia, dal confronto pubblico che è emerso in questi mesi (le proposte di Kasper, le risposte di altri cardinali) sembrano emergere sfaccettature diverse riguardo la concezione della tradizione e della dottrina stessa. Può spiegare per favore che cos’è la «dottrina» e come la Chiesa l’ha vissuta lungo i secoli e la vive?

 

«La “dottrina” sul matrimonio è maturata gradualmente nel corso dei secoli. In tal senso la tradizione ha fatto maturare elementi che nell’antichità non erano presenti. Ciò vale per tante dottrine. Il problema che si pone oggi è se tutti gli elementi della dottrina cattolica sul matrimonio – per esempio, il suo essere simbolo della fedeltà di Dio – siano compresi adeguatamente da chi si avvia nella vita matrimoniale. L’ignoranza religiosa è sempre sottolineata e a questa non si ovvia con i veloci percorsi di preparazione al matrimonio. Torna il tema della consapevolezza. Non si può dimenticare che appare problematico attribuire agli sposi piena consapevolezza del significato delle parole che pronunciano nell’atto del sacramento, del quale sono ministri. E qui non pare valere il principio dell’ex opere operato».

 

Che cosa si aspetta che possa venire dai due Sinodi sulla famiglia?

 

«Non mi aspetto grandi trasformazioni. Probabilmente si metteranno ancora più in rilievo i problemi e si confronteranno visioni diverse, ma mi pare non siamo ancora nella condizione di trovare una sintesi».

Fonte

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