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«Mangia il tuo riso, al resto ci penserà il Cielo». Parola di vescovi

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Brambilla mentre cucina il risoBrambilla mentre cucina il riso

GIANFRANCO QUAGLIA
Torino

Il proverbio è cinese: «Mangia il tuo riso, al resto ci penserà il Cielo». Risale al 1600 a.C., quando l’imperatore Kangh Hi capì che per soddisfare le necessità alimentari occorreva una varietà di riso precoce nella maturazione, coltivabile a nord della Grande Muraglia. Così nacque il riso imperiale, lo «Yu-mi». Sono trascorsi oltre 3600 anni, il riso oggi sfama ancora i due terzi della popolazione del Pianeta. E forse è anche per questo che il cereale più coltivato al mondo diventa sinonimo di incontro, comunione tra i popoli.

Il valore antropologico, il significato intrinseco di «Sua Maestà il Riso» sono rilanciati da due vescovi italiani che promuovono questo prodotto come opportunità di dialogo e aggregazione. L’uno, Franco Brambilla, vescovo della diocesi di Novara; l’altro è Nunzio Galantino, vescovo di Cassano allo Jonio e segretario della Cei.

 

Due riferimenti lontani geograficamente, ma accomunati nella cura per l’esaltazione del riso made in Italy. Brambilla, lombardo di origine, piemontese d’adozione dopo essere stato nominato alla guida della diocesi novarese, ripete anche quest’anno il rito della «risottata in piazza» nel piccolo centro Walser di Rima San Giuseppe (Vercelli) domani (sabato 23 agosto). Tradizione che ha come protagonista lo stesso Brambilla da quando, sacerdote della diocesi ambrosiana, trascorreva con i giovani parrocchiani le vacanze sui monti della Valsesia, poi concludeva le ferie cucinando e servendo lui stesso il risotto. Diventato vescovo, ha mantenuto la consuetudine e ogni estate si improvvisa chef scrupoloso nella scelta degli ingredienti e nella cottura di quel riso che poi distribuisce nelle ciotole dei villeggianti. Quest’anno la varietà prescelta è riso Carnaroli, «principe» della risicoltura made in Italy, donata dall’azienda agricola Rizzotti della bassa Novarese.

 

Dai confini con la Svizzera alla Piana di Sibari, in Calabria, una delle poche aree meridionali dove si coltiva il riso. È qui che monsignor Galantino, vescovo di Cassano e segretario della Conferenza episcopale Italiana, si occupa di risicoltura. Come il suo predecessore Domenico Graziani, ora arcivescovo di Crotone, è ai vertici della fondazione diocesana presieduta dal vescovo, proprietaria dell’azienda agricola La Terzeria. Complessivamente seicento ettari nei comuni di Cassano e Villapiana. Duecento ettari di questa vasta area sono coltivati a riso: Karnak, varietà simile al Carnaroli, particolarmente adatta alle zone ventose come la Piana di Sibari, perché grazie alla taglia bassa non è incline all’allettamento. Una parte del riso del Vescovo è lavorata in loco e commercializzata come “riso di Sibari”; il resto è venduto alle riserie del nord Italia. La coltivazione ha anche un preciso scopo ambientale: la sommersione delle risaie salva i terreni dalla desertificazione impedendo al sale dello Jonio di contaminare gli strati superficiali del terreno.

 

Galantino il 28 agosto sarà relatore a Stresa, sul Lago Maggiore, ai simposi dedicati a Rosmini, sul tema “L’attualità del personalismo rosminiano nel contesto del post-umanesimo”.

 

Fonte

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