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Lo “scisma di Asti”, folla alla messa del prete scomunicato dalla Curia

lodovico poletto –

inviato a ferrere (at) –

Scusi, lei è Monsignor Gabriele? «Sì». Ed è davvero un vescovo? «Certamente. Ho le carte che lo dimostrano. E sono tutte autenticate dalla Procura della Repubblica di Torino. Io non ho usurpato il titolo di nessuno. E compio ministeri che sono nelle mie prerogative». Anche dopo la bolla di scomunica che le hanno mandato? «Guardi, questa storia è tutta da ridere».

Eccolo qui il vescovo scomunicato di Ferrere: una manciata di case e di abitanti in provincia di Asti. Tuta nera di chi non ha in programma di incontrare nessuno, ciabatte e caffè sorseggiato nei bicchieri di plastica, Monsignor Gabriele – al secolo Domenico Fiume, 38 anni – impiega due ore a raccontare la sua storia di ragazzo calabrese sbarcato nell’oltrepo Pavese da bambino e diventato Vescovo della chiesa Ortodossa dopo aver inseguito per vent’anni, o giù di lì, il suo sogno. E se è vero che l’abito non fa il monaco e quindi la tuta indossata adesso non trae in inganno, allora bisogna prendere per veri i suoi racconti di bambino che piange a dirotto, per l’emozione, il giorno della Prima Comunione, o che nella chiesa del Santo Spirito in Saxia, a Roma,

Non nella Chiesa cattolica apostolica romana, ma nella chiesa Ortodossa. Dove scala in poco tempo i vertici e diventa vescovo. «Ma io non mi riconoscevo nell’ortodossia. Sono di animo cattolico. E ho chiesto di andarmene» racconta. Quindi è diventato un laico? «Ma assolutamente no. In piena continuità apostolica sono e resto un monsignore che lavora per il bene della sua gente. Che prega e fa tutto ciò che può fare un vescovo». Ovvero celebra la messa. Impartisce le benedizioni. Dà la comunione: «Ma non nelle mani: è un sacrilegio». E la gente sale fin quassù, su una strada che quasi è sentiero in mezzo ai boschi, inseguendo il carisma di questo ragazzone che prega per le guarigioni, che scaccia il diavolo, «il maligno» e racconta di aver visto malati uscire sani dal suo monastero dedicato a san Bartolomeo Apostolo: «Anche tossicodipendenti che sono guariti dopo le mie preghiere».

Ora, che il monastero non sia propriamente una chiesa come la si immagina, è chiaro, perchè questo posto un tempo era una casa di contadini. E la chiesa è stata ricavata in quelle che un secolo fa dovevano essere le stalle, ed oggi è un locale lungo e stretto, come un garage. E domenica – nonostante la scomunica – alla funzione c’erano cinquanta e più persone. Venerdì alla processione rischiano di essercene ancora di più, se non la bloccheranno i carabinieri.

Il monsignore un po’ si arrabbia con «il signor Ravinale» che poi è il vescovo di Asti. Un po’ sorride. Il più del tempo spera. Cosa? «Che Papa Francesco ci accolga nella chiesa cattolica». Ma visti i presupposti è dura. E vista la scomunica ancora di più: «Contro di noi si sono mosse le gerarchie ecclesiastiche. Ci sono interessi e c’è ostracismo» dice. Perchè monsignor Gabriele? « Guardi, molti religiosi sono stati criticati dalla Chiesa ufficiale. Ma poi il tempo ha dimostrato il loro valore». A chi si paragona? «A nessuno». E con le medagliette benedette, e le immagini ed i braccialettini di Santa Teresa in mano se ne va, a indossare l’abito talare per la funzione che celebra da solo, nel monastero – garage.

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