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Lo steccato oltre il quale il pensiero non può andare

“Noi non abbiamo il diritto di sopprimere una vita umana innocente”. Questo ritornello me lo sento ripetere ogni volta che affronto con qualcuno, soprattutto se persona religiosa, temi come, l’aborto o l’eutanasia. E’ una sorta di steccato oltre il quale il pensiero  non può avventurarsi; è il muro che ci separa inesorabilmente dall’interlocutore; è la chiusura totale del dialogo. Basta, non ho il diritto, e non si parla più.

E così, il dialogo continua con me stessa. E’ vero, noi non abbiamo il diritto di sopprimere una vita umana innocente. Ma ha sempre senso parlare di diritto? Se un feto è portatore di malattia gravissima che recherà grandi sofferenze al neonato e lo porterà inevitabilmente a morte prematura, è corretto parlare di diritto ad impedirne lo sviluppo, oppure è il caso di parlare di dovere? Ho il dovere di farlo nascere, oppure ho il dovere di non farlo nascere? E’ giusto, in tal caso, parlare di diritto? 

Così, se un malato terminale vuole essere liberato dalla morsa della sofferenza, da una vita diventata per lui insopportabile, è corretto parlare del mio diritto di esaudire la sua supplica, o è più corretto parlare del mio dovere? Esistono, quindi, casi in cui parlare di diritto non ha senso. E lo steccato cade, per il mio pensiero, ma resta intatto nella testa dell’interlocutore: “Noi non abbiamo il diritto…”. E questo perché l’interlocutore è a favore della vita, della vita a tutti i costi, ma non è a favore della persona.

Francesca Ribeiro

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