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Lobbysti regolamentati anche in Italia

Roma – Anche l’Italia ora ha un registro delle lobby, lo ha approvato oggi la Giunta per il Regolamento della Camera. Manca l’ultimo passaggio, dall’Ufficio di presidenza, poi i lobbysti saranno in ‘chiaro’. Non potranno essere iscritte persone che hanno subìto condanne e tutti dovranno svolgere la loro attività in spazi riservati. No, insomma, ai bivacchi sui divanetti davanti alle porte delle commissioni in attesa dell’uscita del deputato ‘giusto’ da agganciare sottobraccio.
La mancanza di trasparenza negli incontri tra istituzioni e gruppi di pressione è rimasta una caratteristiche comune a 21 Stati Ue su 28. Fanno eccezione solo Austria, Irlanda, Lituania, Polonia, Regno Unito e Slovenia. Lo afferma il report di Opepolis “Vedo non vedo – La trasparenza delle lobby in Italia ed Europa”, uscito nei giorni scorsi; prima della creazione del registro italiano.
 
Solo in un caso su cinque esiste un codice etico di comportamento per i lobbisti. In assenza di interventi legislativi, nel 31% dei Paesi società civile e unioni di lobby hanno avviato un percorso di autoregolamentazione. L’Italia era ferma a questo stadio, in compagnia di Lettonia, Repubblica Ceca, Spagna e Svezia. Non c’è neppure un codice di autoregolamentazione in Belgio, Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Slovacchia e Ungheria.

Le lobby in Italia

Openpolis definisce la situazione italiana “abbastanza statica”, anche se “negli ultimi mesi due iniziative hanno mosso un po’ le acque”. Il 26 aprile 2016 la giunta per il regolamento di Montecitorio ha approvato la Regolamentazione dell’attività di rappresentanza di interessi nella Camera dei deputati. A inizio settembre, il ministro per lo Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha lanciato un registro per la trasparenza: “gli interlocutori del Mise” devono iscriversi in un registro che (al 10 gennaio) conta 502 soggetti. Nel frattempo si sta muovendo anche il Parlamento, con alcune proposte: il Ddl firmato da Luis Alberto Orellana è approdato in commissione Affari costituzionali del Senato.
Il disegno di legge introduce un registro obbligatorio. Definisce le lobby, in modo ampio, come “l’attività di rappresentanza degli interessi da enti pubblici (anche territoriali), da partiti politici e da organizzazioni sindacali e imprenditoriali (nell’ambito di protocolli di intesa e strumenti di concertazione)”. La proposta vieta l’accesso a chi ha subito condanne contro Stato, PA, giustizia, ordine pubblico e a chi è stato interdetto dai pubblici uffici. Il testo previste anche sanzioni in caso di violazioni del codice, dai 20 mila ai 200 mila euro.

Il registro europeo 

L’8 maggio del 2008 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione per elaborare un quadro che regolamentasse le lobby. Poco dopo, a giugno, la Commissione europea ha lanciato un registro online e nel 2011 anche il Parlamento europeo ha aderito all’iniziativa. Le organizzazioni accreditate nel registro sono poco meno di 10 mila: 712 hanno sede in Italia. Si è trattato di un passo avanti, che però mantiene alcune lacune. L’iscrizione non è obbligatoria. Non sono previste, di conseguenza, sanzioni. E la definizione di lobby (“Attività di consulenza legale o professionale”) è – sostiene Openpolis – “alquanto vaga, rendendo molto ampia la serie di soggetti che possono registrarsi”.

Le lobby in Europa

Dieci organizzazioni incluse nel registro europeo dichiarano di spendere oltre 10 milioni in attività di lobbying a Bruxelles. Nella maggiore parte dei casi, le cifre sono più modeste: il 93,18% delle strutture dichiara di spendere meno di 500 mila euro l’anno. Quasi la metà (49,06%) ne spende meno di 10 mila. Gli incontri fra lobbisti e membri della Commissione sono stati 10.689. Nel 70,48% dei casi hanno coinvolto lobbisti interni e associazioni di categoria. Ma sono molto attive anche le Ong (1.897 incontri, pari al 17,75%). Dal dicembre 2014, l’organizzazione che ha incontrato più spesso la Commissione è stata Business Europe (99 volte). Seguono Google (76) e Bureau européen des unions de consommateurs (62). Le italiane che più spesso hanno frequentato Bruxelles sono Confindustria (27 incontri), Enel (24), Eni (20), Intesa Sanpaolo (11), Edison (9), Snam, Ferrovie dello Stato e Mediset (8) e Unicredit (7).

Gli intergruppi parlamentari

Openpolis indica il nodo degli intergruppi parlamentari, cioè quelle entità che mettono insieme politici provenienti da diversi orientamenti politici per supportare interessi comuni. Quelli registrati nel Parlamento europeo sono 28. I più corposi sono Cultura e Turismo (con 27 italiani), Diritti Lgbt (con 18 italiani) e PMI (con 11 italiani). Il raggruppamento con il numero più alto di nostri connazionali (35) è quello Trasparenza, anti-corruzione e criminalità organizzata. 
Nel Parlamento italiano gli intergruppi sono 26. Non si tratta però, sottolinea il report, di un numero certo: a differenza di quanto avviene in Europa, Camera e Senato non hanno regolamentato il fenomeno e non esiste un registro comune. Tra gli intergruppi rintracciati da Openpolis, solo 5 hanno un sito web ufficiale dov’è possibile ricostruire l’elenco dei suoi componenti. Gli interessi supportati sono molto eterogenei. Si va dagli Amici del Bio alle Botteghe artigiane, dalla Cannabis legale all’Eutanasia. E ancora: Contro gioco d’azzardo, Sigarette elettroniche e Spazio.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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