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L'odissea del medico siriano che non può rientrare negli Usa

Partito da dieci giorni da Chicago diretto in Medio Oriente per il suo matrimonio, dopo i festeggiamenti Amer Al Homssi, medico di 24 anni di origini siriane, deve tornare al suo lavoro all’Università di Medicina dell’Illinois. Niente di più facile, pensa. Perché non sa che deve fare i conti con il bando che nel frattempo è stato promulgato da Donald Trump.

In un attimo i documenti diventano carta straccia

Quando arriva in aeroporto però sorpresa lo attende; la sua patente statunitense e il visto per lavorare a Chicago non bastano a consentirgli di imbarcarsi sul volo per fare ritorno a casa. Pesano di più il suo passaporto siriano – anche se lui in Siria non ha mai vissuto – e una app di preghiera islamica scaricata sul suo cellulare, come riporta il quotidiano britannico Independent.
Tanto è sufficiente per rendere Amer Al Homssi un soggetto indesiderato, dopo il divieto di Trump sull’immigrazione che proibisce a chi proviene da sette nazioni a maggioranza musulmana di recarsi negli Stati Uniti.  

“E’ una semplice formalità”

Iniziano così quattro giorni di odissea per il giovane medico che resta bloccato negli Emitati Arabi Uniti. Viene segnalato alle autorità dal banco del check-in di Etihad Airways. Subito i funzionari di sicurezza dell’aeroporto controllano la sua carta d’imbarco, il suo visto di lavoro e i suoi documenti e lo portano in una camera di sicurezza per prendere anche le impronte digitali. A quel punto è lo stesso medico a consegnare volontariamente i propri effetti personali e lo smartphone all’ufficale aeroportuale. Infine, un altro funzionario comunica ad Al Homssi che gli sta per essere rifiutato l’ingresso a causa dell’ordine esecutivo del presidente Trump. Gli vengono quindi riconsegnati i suoi effetti personali e il suo visto J-1 è annullato; una riga in diagonale fatta con un pennarello nero e la scritta ‘Annullato EO 59447v.8.’ sbarrano definitivamente la strada ad Al Homssi.

Tutti lo vogliono, nessuno lo lascia andare

A suo nome è stata presentata una denuncia alla dell’Illinois da tre avvocati, Thomas Anthony Durkin, Robin V. Waters, e Bernard E. Harcourt, stanno lavorando duramente per suo conto. Sono state presentate alla corte anche una serie di prove, tra cui una lettera del suo supervisore che afferma che “la sua presenza è necessaria per continuare a fornire assistenza ai pazienti presso l’ospedale”. “Immagino – ha dichiarato uno dei suoi legali – che ci siano un sacco di persone in una situazione simile, che sono state così brutalmente trattenute alla frontiera”.

Per un happy ending, quante storie finite male?

La vicenda sembra però essersi sbloccata, sulle pagine del The New Yorker si legge che gli avvocati di Amer Al Homssi hanno fatto sapere che il medico è riuscito a imbarcarsi su un volo da Abu Dhabi.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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