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L’odissea di un ateo dal Gambia all’Italia

migrant-hands2Vogliamo raccontarvi la storia di O., un giovane migrante nato in un villaggio del Gambia. La famiglia è molto religiosa e lui è figlio dell’imam locale. Riesce a studiare, termina il college con ottimi risultati. Ma vuole andare avanti, prosegue gli studi e si iscrive all’università, mentre inizia a insegnare in una scuola superiore. Con i libri di filosofia, letteratura e scienze gli si apre un mondo, si distacca dalla religione nella quale è stato educato. Inizia ad avere “pensieri liberi”, a ritenere la religione semplicemente un “modo di vivere e di essere obbligato”, “non reale”: “voglio essere libero, senza religione e senza Dio”, afferma ricordando quel periodo.

Ma i problemi iniziano quando, finiti gli studi, torna al villaggio. Non prega, non frequenta la moschea e questo suscita crescente ostilità nella comunità e in famiglia. Il padre pretende chiarimenti e lui risponde che la pratica religiosa “non fa parte di lui”. Il giovane viene completamente ostracizzato, nessuno vuole più avere rapporti con lui. Gli anziani della comunità, cui si era rivolto il padre, gli danno un ultimatum: tre giorni per “redimersi”, per fare atto di sottomissione tornando in moschea a pregare.

Ma O. non desiste, non riesce ad accettare questa volontà di sopraffazione e annullamento del pensiero indipendente. Rievocando quei momenti, il giovane spiega: “preferivo morire da uomo libero, piuttosto che vivere da schiavo della religione. So che quello che ho fatto è stato un gesto forte, io sono stato il primo uomo del villaggio a ribellarmi alla nostra religione e in più ero figlio di un imam.” E aggiunge: “Però, per me, era troppo importante; quando ero musulmano stavo male, solo quando ho capito l’importanza della libertà, della possibilità di scegliere per se stessi ho iniziato a stare bene, a sentirmi diverso e felice”.

 

L’atteggiamento emancipato e dignitoso di O., che voleva solo rivendicare la propria libertà individuale, però è ritenuto un grave affronto. Fino alla violenza: una sera, il padre e altri esponenti del villaggio lo rapiscono e lo sottopongono a torture per costringerlo a dichiararsi di nuovo credente. Mani e piedi legati, insulti, minacce, bastonate che gli lasciano cicatrici su gambe, testa, braccia. Poi viene rinchiuso, lasciato senza mangiare né bere. Solo la sorella, impietosita, va da lui di notte portandogli dell’acqua. Cerca di convincerlo a cedere, ma lui le chiede di liberarlo e fugge.

Impossibile chiedere giustizia e il rispetto dei diritti umani: il Gambia è un paese dove la “blasfemia” viene condannata da corti islamiche e governato da Yahya Jammeh, un dittatore famigerato per essere un integralista islamico e per le dichiarazioni al vetriolo contro atei (ritenuti “peggio dei maiali”) e omosessuali, per i quali prospetta la morte.

O. è stato costretto a scappare dal suo paese, lontano dalla sua gente e abbandonando tutto ciò che stava costruendo. Dopo varie vicissitudini, è sbarcato in Italia insieme ad altri profughi e si trova attualmente in centro di accoglienza.

Ma rischia di essere rimpatriato e persino di essere ucciso se la sua domanda di asilo non venisse accolta. La commissione territoriale che valuterà la sua richiesta è stata improvvisamente anticipata a giovedì 17 settembre. L’Uaar si sta interessando al caso e lancia un appello urgente alle istituzioni nazionali affinché siano sensibili anche alle richieste di asilo dei tanti migranti non credenti come O. costretti a fuggire perché perseguitati e oppressi nei Paesi di origine. Un appello rivolto anche ai mezzi d’informazione, per dare adeguata visibilità a questa problematica, di cui non si percepisce la gravità.

Si sente parlare spesso, doverosamente, di cristiani perseguitati e di prese di posizione internazionali a loro favore. E si diffonde una narrativa, dettata dalla paura, che vede tutti i migranti come integralisti islamici venuti a invadere l’Europa cristiana. Storie come queste rendono evidente il contrario: i migranti fuggono anche dall’estremismo religioso e rischiano di esserne tra le vittime, se l’Occidente non fornisce loro alcun supporto. La difesa dei diritti umani nel mondo e la tutela dei rifugiati non può quindi escludere atei, agnostici, laici che subiscono quotidianamente vessazioni in diverse zone del mondo per il fatto di mettere in discussione la religione. Perché costoro sono anche una speranza di progresso ed emancipazione per i propri Paesi di origine.

In diversi Paesi a maggioranza musulmana, dichiarare di essere atei, apostati o esprimere idee non in linea con la religione islamica può costare la condanna a morte, anni di carcere e pesanti multe. Da anni la nostra associazione sensibilizza sulle discriminazioni che subiscono i non credenti e sostiene campagne come End Blasphemy Laws per la liberazione di persone condannate o a rischio e l’abolizione delle norme liberticide che colpiscono la libertà di espressione. Le organizzazioni cui è affiliata (International Humanist and Ethical Union e European Humanist Federation) portano il tema nelle istituzioni internazionali, contrastando anche il tentativo delle confessioni religiose di criminalizzare il dissenso e limitare la libertà di espressione.

In questi mesi, il problema è reso più evidente dalla fuga di centinaia di migliaia di migranti da nazioni sconvolte dalla guerra e piegate dalla povertà. Molti fuggono proprio dalla barbarie scatenata dall’Isis, dai massacri dei jihadisti e dall’imposizione della sharia. Come facevano ad esempio il piccolo Aylan e la sua famiglia, curdi andati via da Kobane. Altri, da nazioni dove l’islamismo prende sempre più piede: le uccisioni di blogger laici da parte di fanatici in Bangladesh hanno diffuso paura tra i non credenti, tanto che diversi stanno lasciando il paese che non riesce a garantirne la sicurezza.

Tante persone come O. chiedono la nostra solidarietà, per poter vivere in maniera dignitosa e sicura continuando ad esprimere le proprie idee laiche.

Per poter vivere liberi, anche dalla religione.

La redazione

 

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