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Logica

Due articoli: di Hilary Putnam “L’invenzione di Aristotele” e di Nicla Vassallo “La svolta di Frege” (Sole 28.12.14) LEGGI DI SEGUITO

“”Come sanno bene tutti quelli che apprezzano l’arte, gli oggetti esposti nei musei possono essere molto belli, e, nelle epoche in cui sono stati creati, hanno spesso segnato l’inizio di nuovi modi di vedere, di pensare e di creare. Questo vale anche per la logica antica. Aristotele ha avuto l’idea da cui è scaturito l’intero dominio della logica, l’idea secondo la quale le inferenze valide, le inferenze la cui la conclusione, come si dice, “segue logicamente” dalle premesse, dipendono per la loro validità esclusivamente dalla loro forma.
Ad esempio, non solo quello che segue è un sillogismo valido –
Tutti gli esseri umani sono mortali
Tutti i Greci sono esseri umani
(quindi) Tutti i Greci sono mortali
– ma lo è ogni altra inferenza della «forma logica»
Tutti gli S sono M
Tutti gli M sono P
(quindi) Tutti gli S sono P
– a patto che le parole sostituite a «S», «M» e «P» si riferiscano tutte alla stessa classe di cose in entrambe le loro occorrenze (naturalmente Aristotele usava le lettere greche, non le lettere latine). Nella terminologia odierna, «S», «M» e «P» sono dette variabili predicative. Aristotele ha inventato le variabili. Aristotele ha studiato nei dettagli 256 inferenze (dette «sillogismi categorici» o semplicemente «sillogismi») in cui premesse e conclusione hanno tutte una delle seguenti quattro forme: tutti gli S sono P, qualche S è P, qualche S è non P (o più fedelmente rispetto al testo aristotelico, non tutti gli S sono P), e nessun S è P, e ha fatto vedere come stabilire quali sono valide (24 lo sono) e quali sono invalide (la grande parte). Così facendo ha inaugurato il programma consistente nella creazione di un organo del ragionamento deduttivo, di un resoconto sistematico dei modi della deduzione valida. Con una sola mossa ci ha dato le nozioni di forma logica, di validità logica e l’intero programma di cui ho appena parlato. Come questo risultato magnifico sia diventato un pezzo da museo è una lunga storia, e questa lezione riguarda la logica moderna, e per questo sarò breve. I più importanti successori di Aristotele furono i logici stoici (III secolo avanti Cristo), e fra le loro conquiste ci sono i primi passi di quello che oggi chiamiamo «calcolo proposizionale». Nei cosiddetti secoli bui (che, per quanto riguarda la logica, furono davvero «bui») non solo la logica stoica fu dimenticata, ma quasi tutti i libri di Aristotele andarono perduti per tutto l’Occidente latino (l’opera logica De Interpretatione costituisce una rara eccezione). Molti più libri di Aristotele tornarono a circolare nel XII secolo, e nel XIII secolo vi fu un revival della logica (sono molto importanti, ad esempio, gli studi medievali sulla teoria della supposizione e la teoria delle conseguenze), ma quasi tutti i testi stoici erano andati perduti, e il curriculum diffuso nell’alto medioevo non venne mai ad integrare la logica stoica (di fatto la logica stoica fu «riscoperta» dagli studiosi del XII secolo). È questa la ragione per la quale Kant poteva scrivere nella prefazione alla seconda edizione della Critica della ragion pura (B viii) che «dopo Aristotele la logica non ha potuto fare un passo avanti, di modo che, secondo ogni apparenza, essa è da ritenersi come chiusa e completa». Arrivati a quel punto, la logica era davvero un pezzo da museo.””

LEGGI ANCHE l’articolo di Nicla Vassallo “La svolta di Frege”

“”Possiamo ancora dire qualcosa di nuovo su Gottlob Frege, su cui tanto ormai si è di già riflettuto e scritto, e senza cui, almeno stando ad alcuni, Michael Dummett, in primis, la filosofia analitica dipende proprio da Frege, non solo perché quest’ultimo ne verrebbe considerato il nonno o, in termini incisivi, il patriarca? Crediamo di sì.
Personalmente, non confido più di tanto nelle grandi categorizzazioni, del tipo filosofia continentale da una parte e filosofia analitica dall’altra: sopra ogni cosa, preferisco la buona filosofia, ben argomentata. E dubito pure di classificazioni nell’ambito della storia della filosofia, quali «costoro sono razionalisti, mentre costoro sono empiristi», come, del resto rimango assai perplessa di fronte a chi identifica la filosofia antica e medioevale con metafisica e ontologia, e la filosofia moderna con la teoria della conoscenza. Basti ricordare quanto i filosofi antichi si siano occupati di conoscenza, sempre che non vengano interpretati da contemporanei incapaci di altro se non di triviale filologia.
Dummett sostiene che «il risultato di base di Frege sta nel fatto che ha ignorato totalmente la tradizione cartesiana», ovvero una tradizione che molti legano alla riflessione epistemologica. Per chiarire ciò, Dummett non esita a parlare di rivoluzioni, con un Frege che «inizia dal significato nel senso che prende la teoria del significato come l’unica parte della filosofia i cui risultati non dipendono da quelli di nessun’altra parte, ma sta alla base di tutto il resto. Nel fare così, ha effettuato una rivoluzione in filosofia grande almeno quanto la simile rivoluzione precedentemente effettuata da Descartes; e fu capace di fare così anche se applicò i risultati ottenuti nella teoria del significato solo a una parte della filosofia. Possiamo quindi datare un’intera epoca in filosofia a partire dal lavoro di Frege, proprio come facciamo con Descartes». Quest’intera epoca passa notoriamente sotto il nome di «svolta linguistica» o di filosofia analitica, e benché non mi sia mai parsa esatta l’interpretazione in questione, né nei confronti di Frege, né della filosofia analitica – se non ridotta a miseri termini – non nasce essa forse con Socrate, mentre la cosiddetta filosofia continentale non emerge a partire dall’Ottocento, con una mistura tra filosofia e poesia che Platone abborriva? Sta però di fatto che c’è ancora chi ritiene che Frege sia soprattutto un filosofo del linguaggio, oltre che un filosofo della logica e della matematica. Certo, fare filosofia della logica e della matematica comporta notevoli riflessioni sulla teoria della conoscenza, ma, finora non mi risulta si sia conferita una sufficiente rilevanza alla riflessione di Frege sul pensare, pensare anche logico e matematico, ma pure psicologico e logico-psicologico, come tento di mostrare, insieme a Pieranna Garavaso, professore da decenni negli States, in Frege on Thinking and Its Epistemic Significance. Pensare, il processo di pensare, e conoscere risultano strettamente interconnessi. In Frege è stata sottovalutata la concezione della conoscenza, al pari della concezione del pensare, perché la riflessione sul pensare in una certa filosofia viene delegata alle scienze cognitive, e qui agisce, direttamente o indirettamente la convinzione dummettiana, stando a cui il pensare debba rimanere «l’oggetto proprio della psicologia». Si ribadirebbe pertanto che Frege è il nonno della filosofia analitica, a causa del suo poderoso accento sul pensiero (contenuto e non processo) e della sua supposta propensione antipsicologistica o antinaturalistica a separare nettamente la filosofia del pensiero dalla filosofia del pensare, la filosofia di quanto si suppone oggettivo ed indipendente dalla nostra attività mentale dalla filosofia di quanto si suppone soggettivo e che consiste in un processo mentale.
Partendo dalla “banale” convinzione che le traduzioni debbano valere e meritino precisione, e che nel caso specifico, das Denken (pensare) non possa venire confuso con il der Gedanke (pensiero), al fine, tra l’altro, di non precipitare in indebite confusioni sulla filosofia di Frege e sulla filosofia analitica, Frege on Thinking and Its Epistemic Significance è stato comunque concepito e scritto non tanto e non solo per porre in discussione alcune interpretazioni standard di Frege e della filosofia analitica, quando per proiettare la filosofia di Frege nella filosofia contemporanea, e far sì che la prima acquisisca un significato, non solo storico, per la seconda, attraverso temi di prim’ordine quali: le molte sfaccettature dell’antipsicologismo e dell’antinaturalismo, che non riescono ad evitare “cadute” nello psicologismo o nel naturalismo, le diverse preminenti concezioni del pensare che non concedono il “senso unico”, la speculazione sulla teoria della conoscenza, con analisi anticipatrici, e, infine, il ruolo svolto dal linguaggio nel pensare e nel pensiero, ruolo che però non si lega al solo pensiero. Ad altri il giudizio su questo “nostro” Frege e sull’essere “il nonno” di quale filosofia.””

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