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L'Onu ha una manciata di giorni per evitare che la Libia ripiombi nel caos

E’ una corsa contro il tempo, quella dell’inviato speciale dell’Onu in Libia, Ghassan Salamé, per traghettare la Libia verso la stabilità politica mantenendo come base l’accordo di Skhirat, siglato in Marocco il 17 dicembre 2015 e arrivato ormai alla sua scadenza naturale: la durata prevista era di due anni.

Salamé aveva presentato nel settembre scorso, a New York, una roadmap per la Libia basata su tre punti essenziali: modificare l’accordo marocchino rivedendo quelle parti che finora non ne hanno permesso la piena attuazione; istituire un congresso nazionale per coinvolgere tutte le parti libiche in campo e indire le elezioni, legislative e presidenziali, entro l’estate prossima. Ora molti si interrogano su quanto potrà essere ancora efficace l’accordo, scaduti i suoi termini. Il rischio è infatti che il paese nordafricano torni nel pieno caos.

Una prima risposta è arrivata giovedì dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: l’accordo politico libico di Skhirat “rimane l’unico quadro praticabile per porre fine alla crisi politica in Libia”, hanno scritto i quindici membri nella dichiarazione adottata.

“La sua attuazione rimane una chiave per tenere le elezioni e per finalizzare una transizione politica, respingendo le false linee temporali che servono solo a minare il processo politico facilitato da Nazioni Unite”. Tradotto: l’accordo non scade.

Cosa prevede l’accordo di Skhirat​

Il 17 dicembre 2015 a Skhirat, una città cinquanta chilometri a Sud della capitale marocchina Rabat, viene firmato sotto l’egida dell’Onu (l’inviato speciale è lo spagnolo Bernardino Leòn) l’Accordo politico libico (LPA, Libyan Political Agreement) con la sigla di 90 membri della Camera dei rappresentanti di Tobruk e di 69 deputati del Congresso nazionale di Tripoli.

L’intesa prevede la formazione di un governo di unità nazionale, a sua volta articolato in un Consiglio di presidenza e in un Gabinetto, nonché di una Camera dei rappresentanti e di un Consiglio di Stato. Prevede inoltre l’affidamento del potere legislativo al Parlamento di Tobruk, l’istituzione di un Consiglio superiore per l’amministrazione locale; una commissione per la ricostruzione; il Consiglio per la difesa e la sicurezza e la stesura di una nuova Costituzione.

Al Consiglio di presidenza, guidato da Fayez Sarraj, viene attribuito il compito di formare la lista dei ministri del Governo da insediare a Tripoli entro un mese. Appongono la propria firma numerosi rappresentanti della società civile, dei partiti politici e delle municipalità libiche.  


 

Che fine ha fatto l’accordo

Il 20 gennaio 2016 il nuovo Consiglio di presidenza libico presenta la lista dei membri del Governo di unità nazionale, composta da ben 32 ministri e 64 sottosegretari. Il Parlamento di Tobruk però rigetta di fatto la compagine, votando a larga maggioranza una mozione che dà ulteriori dieci giorni a Fayez Sarraj per presentare una nuova lista di ministri. Un’altra mozione, votata quasi all’unanimità dal parlamento di Tobruk, blocca anche il via libera all’accordo politico di Skhirat, ponendo come condizione assoluta l’eliminazione dell’articolo 8 delle disposizioni finali dell’accordo, articolo che delega le nomine e le decisioni militari al Consiglio di Presidenza, espropriandone di fatto interamente l’influente generale Khalifa Haftar, considerato il leader della Cirenaica.

Il 14 febbraio, ancora una volta a Skhirat, viene presentata una nuova lista di governo, più leggera della precedente, con 13 ministri e cinque sottosegretari. Anche in questa occasione manca la fiducia: l’opposizione arriva da due esponenti del Consiglio di presidenza favorevoli al generale Haftar, al-Qatrani e al-Aswad, che non la sottoscrivono.

Il punto di svolta porta la data del 24 febbraio: 101 parlamentari di Tobruk firmano una petizione a sostegno del nuovo esecutivo proposto da Sarraj.

Il 12 marzo 2016 il Consiglio di presidenza del Governo di accordo nazionale, riunitosi a Tunisi, si autoproclama legittimo, rivolgendo un appello a tutte le istituzioni libiche a prendere contatto con il nuovo governo al fine di mettere in atto le modalità di passaggio del potere. Costretto a muoversi tra Tunisi e Rabat, il nuovo governo manca di ancoraggio territoriale: la Libia resta di fatto sotto il controllo dei due governi rivali di Tobruk e Tripoli (che minaccia addirittura di arrestare Sarraj se dovesse mettere piede in Libia). Il giorno dopo, in una riunione a livello ministeriale al Quai d’Orsay di Parigi, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Stati Uniti e Unione europea nella Dichiarazione finale qualificano il Governo di accordo nazionale come il “solo governo legittimo in Libia”.

Il 30 marzo 2016 Fayez Serraj e altri sei membri del Consiglio presidenziale sbarcano a Tripoli e il Consiglio di Sicurezza dell’Onu adotta la risoluzione che pone sotto il controllo del governo di unità nazionale il commercio del petrolio e le armi non soggette a embargo. Tuttavia, sono presenti a Tripoli almeno 41 milizie, di cui solo una parte ha accettato il governo Sarraj, mentre a Tobruk il generale Haftar si impone sempre più come figura determinante militarmente e politicamente. In particolare dopo aver strappato Bengasi allo Stato islamico, grazie anche al sostegno delle forze speciali francesi, alleate per l’occasione con Haftar.

La contrapposizione politica perdura in alcuni casi in modo violento, anche dopo aver siglato, il 25 luglio a Parigi, un cessate il fuoco tra il generale e Sarraj.

Gli sforzi dell’inviato speciale Salamé

Il 17 giugno il Segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres approva l’affidamento del delicato incarico di gestire la crisi libica al diplomatico libanese Ghassan Salamé.

Il 20 settembre Salamé presenta la sua roadmap per traghettare la Libia verso la tanto sperata stabilità che manca dalla rivoluzione post primavera araba. In particolare, l’inviato speciale punta alla riforma dell’accordo di Skhirat, al coinvolgimento in un congresso nazionale di tutte le fazioni libiche per arrivare poi alle elezioni nell’estate del 2018.

I colloqui di Tunisi, convocati da Salamé a fine settembre, non danno gli esiti sperati. Nonostante le intenzioni delle parti di andare alle elezioni, non c’è stata possibilità di emendare l’Accordo in scadenza.

Salamé però minimizza: “Le due parti hanno concordato la maggior parte dei punti da modificare, ma ci sono ancora disaccordi che richiedono perseveranza e pazienza da parte dei libici”, aveva dichiarato la settimana scorsa durante un incontro con il ministro degli Esteri marocchino. Salamé ha definito gli emendamenti non “essenziali”, spiegando che il loro scopo era quello di formare un nuovo governo “indipendente” la cui unica missione sarebbe migliorare le condizioni di vita dei libici in un paese in preda a una profonda crisi economica e istituzionale. “Se siamo in grado di modificare l’accordo, tanto meglio, altrimenti lavoreremo senza. I libici non vogliono passare da una fase di transizione a una nuova fase di transizione, vogliono istituzioni stabili”, ha concluso.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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