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«Violata la libertà sull’ aborto» Consiglio d’ Europa contro l’ Italia

Diritto abortodi Annachiara Sacchi in “Corriere della Sera” dell’8 marzo 2014 –
I medici obiettori: troppi, oltre il 70 per cento in tutto il Paese.
Gli abortisti: talmente pochi da essere costretti a orari di lavoro massacranti.
La libertà delle italiane che vogliono interrompere la gravidanza: calpestata o ignorata, con conseguenze a volte drammatiche.

Sulla base di queste denunce, l’associazione non governativa International planned parenthood federation european network (Ippf) ha presentato un reclamo collettivo al Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa.

La risposta è appena arrivata: l’Italia viola i diritti stabiliti dalla legge 194. «L’obiezione di coscienza non può impedire la corretta applicazione della norma». Una lunga battaglia legale. Iniziata quasi due anni fa (il reclamo 87 è stato depositato l’8 agosto 2012) con la partecipazione di varie associazioni — tra cui i ginecologi della Laiga — e il supporto legale degli avvocati Marilisa D’Amico e Benedetta Liberali, che hanno presentato, oltre al «ricorso», tutti i dati sulla «reale non applicazione della legge 194» (consultabili su www.coe.int/socialcharter). Esempio: «In Calabria — racconta D’Amico, ordinario di Diritto costituzionale alla Statale di Milano — i medici abortisti sono quasi spariti; a livello nazionale, i ginecologi obiettori sono passati ufficialmente dal 58,7 per cento del 2005 a oltre il 70 del 2009, ma i dati ufficiosi raggiungono percentuali molto più alte». Precisazione: «Nessuno di noi vuole mettere in discussione il diritto a non praticare l’aborto, ma la legge 194/1978 parla chiaro: indipendentemente dalle dichiarazioni di obiezione di coscienza, ogni struttura deve poter sempre garantire la possibilità di interrompere la gravidanza». Questo principio — continuano i legali — non è rispettato.

«Il crescente numero di obiettori compromette questa facoltà, in contrasto con la Costituzione italiana e la Carta sociale europea». Obiezione accolta, Italia condannata. Il Comitato europeo lo scorso settembre (la procedura prevede un periodo di embargo) ha accettato il reclamo di Ippf (che è presente in 172 Paesi a sostegno delle fasce deboli) accogliendone tutte le osservazioni. In particolare, «le autorità competenti non assicurano il diritto delle donne di accedere all’interruzione di gravidanza alle condizioni previste dalla legge 194, e ciò si traduce in una violazione del loro diritto alla salute garantito dalla Carta sociale europea». Altro punto, la «discriminazione irragionevole»: «Le donne sono costrette a spostarsi da una struttura all’altra, con ciò compromettendo il loro diritto alla salute, anche tenendo conto che in materia di interruzione volontaria di gravidanza assume un rilievo cruciale il fattore tempo».

La decisione è stata presa a larghissima maggioranza: 13 voti favorevoli, uno contrario. Gli effetti della sentenza: «A breve — commenta Marilisa D’Amico — l’Italia dovrà dimostrare di aver cambiato rotta. Mi auguro che al più presto vengano presi i provvedimenti necessari per applicare la 194 in tutte le strutture nazionali». Aggiunge Vicky Claeys, regional director di Ippf: «Dimostrata una mancanza fondamentale nell’applicazione della legge italiana». E la battaglia è appena cominciata: un secondo reclamo (elaborato dagli avvocati D’Amico – Liberali) è stato presentato dalla Cgil, con Susanna Camusso. Il «ricorso» intende far valere non solo i diritti delle donne, ma anche quelli dei medici non obiettori «sui quali grava tutto il carico di lavoro relativo alle interruzioni di gravidanza».

Annachiara Sacchi

http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201403/140308sacchi.pdf

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