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Ma davvero solo due università italiane meritano di stare nella top 200?

Trentanove università italiane nel World University Rankings 2018, la classifica dei mille più prestigiosi atenei al mondo. Bene ma non benissimo. La lista, pubblicata annualmente dalla rivista inglese Times Higher Education ha inserito solo due italiane tra le prime duecento, e tutte e due a Pisa. Sono la Scuola Superiore Sant’Anna, 155esima guadagnando 35 posizioni, e la Scuola Normale di Pisa, che però perde quasi  50 posizioni passando dal 137esimo al 184esimo posto.

Maria Chiara Carrozza, ex ministro dell’istruzione ed ex Rettore della Scuola Superiore Sant’Anna, esprime all’Agi grande soddisfazione per il risultato raggiunto dal suo istituto: “Quando sono diventata Rettore mi sono subito posta l’obbiettivo di fare in modo che il ranking riflettesse l’eccellenza della Scuola Superiore Sant’Anna, e il mio successore ha saputo continuare in quella direzione”. Ma il risultato complessivo per il Paese è lontano dal farci esultare… “È vero, ma credo che il governo stia lavorando nella giusta direzione. Dobbiamo fare più concorsi e puntare ad avere più docenti giovani, in modo che possano trainare le università. Per fare ciò è necessario lavorare sulla meritocrazia”. Però nell’ultimo anno sono state tantissime le proteste dei ricercatori precari. Secondo alcune stime si parla di 40mila persone tra dottorandi, post-doc e assegnisti, che hanno fatto i conti con la progressiva riduzione del fondo di finanziamento ordinario inaugurata dalla legge Gelmini. “Sono stati anni di sbagli” continua Carrozza, “Ma è di pochi giorni fa la notizia che la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha deciso di destinare 400milioni di euro alla ricerca di base. Credo che parte di quei fondi vada usata per creare più posti e fare più concorsi, in modo da favorire il turnover. 

Il carisma eterno di Oxford e Cambridge

A dominare la classifica generale  c’è la Gran Bretagna, che ‘piazza’ Oxford e Cambridge in testa. Seguono le statunitensi California Institute of Technology, Stanford, Mit, Harvard, Princeton. L’Imperial College di Londra è ottavo e la University of Chicago nona. Chiude il dream team l’Eth di Zurigo, al decimo posto.

Le eccellenze italiane

E se nel punteggio generale nazionale dominano i due atenei pisani, seguiti dall’Università di Bologna al terzo posto, nella classifica delle citazioni (uno degli elementi che concorre a definire il ranking e che si basa su quante volte le pubblicazioni dell’ateneo sono state citate) vince il San Raffaele di Milano, seguito dall’Università di Bolzano.

La classifica di chi produce più ricerca vede ancora la Sant’Anna in testa, seguita dalla Sapienza di Roma. La classifica per il trasferimento tecnologico verso l’industria vede la Sant’Anna ancora eccellere (87.8) staccando il secondo classificato, il Politecnico di Milano (58.1) e l’Università di Pavia (54.7). Per avere un punto di riferimento, il punteggio del California Institute of Technology sul trasferimento tecnologico è di 92.6.

La cavalcata del dragone

L’Europa, Regno Unito incluso, continua a mantenere 100 delle 200 “top universities” mondiali, ma le istituzioni asiatiche, quelle cinesi in particolare, guadagnano posizioni rispetto al precedente ranking e vedono ripagati i significativi investimenti in ricerca dei loro governi. In ambito europeo, sono da segnalare due nuove prime posizioni ai vertici nazionali di Spagna e Italia, dove in prima posizione si affermano rispettivamente la Pompeu Fabra University di Barcellona e la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Per il nostro Paese si tratta di una fluttuazione interna al sistema delle scuole universitarie superiori di Pisa: la seconda posizione della Normale, prossima a federarsi con il Sant’Anna e con lo Iuss di Pavia, ne conferma la competitività a livello globale.

Come viene stilata la classifica

La classifica è stata redatta sulla base di macro indicatori riuniti in cinque categorie: formazione, ricerca, numero di citazioni, internazionalizzazione, trasferimento tecnologico e di conoscenze verso il sistema industriale. Per ogni categoria, gli analisti hanno individuato una serie di ulteriori indicatori; la classifica finale è stata redatta tenendo conto anche del dimensionamento degli atenei e del contesto nazionale di riferimento, per rendere la più omogenea (“normalizzata”) possibile la valutazione, in riferimento alle differenze che intercorrono da un sistema universitario all’altro. Gli “standard rigorosi”, come li ha definiti l’editor di “Times Higher Education”, Phil Baty, sono stati integrati dai prerequisiti di valutazione per ciascuna delle mille università, come il numero di pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali, realizzate dai docenti e dei ricercatori e pari ad almeno mille negli ultimi cinque anni. Sant’Anna e Normale, a fronte di valutazioni generalmente positive nei cinque macro indicatori, hanno trovato uno dei punti di forza nella qualità della ricerca, con particolare attenzione per il numero di citazioni delle pubblicazioni dei loro docenti e ricercatori.

Come l’hanno presa a Pisa

“I risultati” commentano il rettore del Sant’Anna Pierdomenico Perata e il direttore della Normale Vincenzo Barone “ci lusingano e ci invitano a fare ancora di più e meglio, confermando che per le due scuole universitarie di Pisa esistono margini per migliorare ancora le performance. Da un lato, non possiamo che guardare con grande soddisfazione alla crescita costante, anno dopo anno, della Scuola Superiore Sant’Anna, giovane ateneo fondato appena 30 anni fa; dall’altro, il contesto sempre più sfidante di questi ranking ci obbliga ad alzare ancora l’asticella della nostra competitività, ovviamente senza rinunciare ai valori fondanti delle nostre istituzioni, come la capacità di saper riconoscere i talenti e di saper valorizzare il merito.

“Il successo di Sant’Anna e Normale, uniche due istituzioni italiane nelle 200 ‘top universities’ mondiali” continuano “deriva essenzialmente dalla qualità dei docenti e dei ricercatori, dalle capacità degli allievi, come dagli elevati standard offerti da servizi e infrastrutture. Questi aspetti sono comuni a Sant’Anna e Normale dove, nonostante le acclarate criticità che derivano da un sistema di concorsi inadeguato, sono stati selezionati professori eccellenti attraverso percorsi di selezione rigorosi. I nostri atenei vogliono continuare ad attrarre i migliori studenti, scelti attraverso sistemi di selezione molto severi, che premiano unicamente il talento e il merito, come avviene nelle migliori università al mondo. E’ fondamentale selezionare i migliori allievi perché Sant’Anna e Normale sono gratuite e ai loro allievi ordinari (che devono ancora conseguire una laurea di primo livello) offrono la sistemazione nei nostri collegi, a condizione che mantengano performance didattiche assai elevate.

“Se solo arrivassero più soldi…”

“A fronte di risultati così importanti per il sistema Paese, come quelli certificati oggi dal ranking di ‘Times Higher Education’” concludono “resta da chiedersi quanto Sant’Anna e Normale ricevano in termini di finanziamenti statali. La risposta è: molto poco. I nostri atenei ricevono in totale meno dell’1 per cento di quanto l’Italia investe in totale nel suo sistema universitario pubblico. Vale dunque la pena chiedersi quali risultati potrebbero raggiungere le nostre istituzioni con un finanziamento più adeguato, come quello che ci auguriamo possa essere concesso a Sant’Anna e Normale quando, con lo Iuss di Pavia, avranno formalizzato la loro federazione”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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