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Ma è possibile un mondo senza carceri? Il sogno di Grillo, le tesi di Christie

“Un mondo senza carceri”, lo sogna Beppe Grillo che sul suo blog ha attaccato il sistema punitivo definendolo “antico come il mondo e non funzionante”. Per Grillo “il vero problema sono i recidivi”, cioè i detenuti che tornano in carcere dopo esserci già stati. Persone che, dopo aver scontato una pena, commettono cioè un nuovo crimine per il quale vengono nuovamente reclusi. In Italia, dove i carcerati sono 58.223, succede in quasi due casi su tre. Il 63% delle persone che si trova in un istituto penitenziario lo aveva già frequentato in precedenza. La reclusione, per Grillo, è un metodo che “non funziona”.

Cosa ha scritto Beppe Grillo sul suo blog:

Di tutti i detenuti, circa il 35% sono in custodia cautelare. Cioè quasi 20.000 persone. Aumentano anche chi viene arrestato preventivamente ed è ancora in attesa di una sentenza di primo grado. Oggi sono più di 10.000 persone. Sono numeri incredibili, allarmanti.

Inoltre rinchiudere una persona per anni dentro una stanza, oltre ad essere una tortura senza senso, non porta a nulla e non capisco quali risultati dovrebbe portare. Oggi è chiaro. Se non fosse chiaro abbiamo i dati a dircelo.

É chiaro che servono mezzi alternativi.

E non sono l’unico che sta cercando di far capire che il sistema non va così come è costruito. Nils Christie è un criminologo norvegese e ha dedicato gran parte del suo impegno accademico a far emergere le distorsioni del sistema penitenziario.

Sono pienamente d’accordo con lui quando dice che le carceri sono una struttura progettata per infliggere legalmente dolore, uno strumento di controllo sociale e un vero e proprio business.

Un business fantastico, perché continua a crescere e se si ferma, non c’è che fare una nuova legge e creare altri criminali.

Dobbiamo capire che lo stato delle nostre prigioni non solo è il prodotto del crimine, ma dello stato generale della cultura di un paese.

Dobbiamo tendere a un mondo a carceri zero, o almeno, al minimo possibile. Come il Canada che con il welfare ha dimostrato come sia possibile limitare il ricorso alla detenzione e indirizzare il denaro verso lo stato sociale invece che verso lo stato penale.

Quindi in questa prospettiva, la soluzione penale diventa una delle possibilità, non più la sola. La punizione diventa una, ma solo una, tra diverse opzioni.  La pena non è mai la riposta adeguata al crimine per la sua soluzione; anzi si limita a fabbricarlo.

La prigione, il più delle volte, è dannosa per gli individui. La cosa importante nella politica carceraria di un qualsiasi paese civile sarebbe cercare misure alternative al carcere e molto spesso questo significa accompagnarli verso uno standard di vita accettabile: provare a cercare un’abitazione, cercare alternative nei periodi di disoccupazione, rieducare, reintegrare, far si che si possa ricreare una vita. Per davvero.

A supporto dell’ipotesi di un mondo senza carceri Grillo cita Nils Christie, criminologo morto nel 2015 e padre dell’abolizionismo penitenziario.

“Ridurre il carcere”, il pensiero di Christie

Professore all’Università di Oslo dal 1966, Christie ha scritto diversi libri che trattano di crimini, tra cui quello del 2004 intitolato ‘A suitable amount of crime’, una modica quantità di crimine. Al centro della sua teoria c’è il ripensamento del sistema penitenziario: “Visto che la prigione rappresenta l’università del crimine, dovremmo trovare soluzioni alternative al carcere”, diceva Christie durante il Vaffa-day di Genova del primo dicembre 2013, a cui era stato invitato proprio da Grillo.

In Norvegia, spiegava cinque anni fa il professore, “stiamo creando una forma di comitato per risolvere i principali conflitti sociali”. Niente carcere per chi mi ha rubato la bicicletta, per esempio: “Non voglio provocare altro dolore a chi ha commesso un simile crimine, preferisco parlargli, capire cos’ha fatto con la mia bici, eventualmente farmi pagare le riparazioni necessarie”. Un meccanismo che in Norvegia si chiama ‘Conflict solving board’, e che prevede la risoluzione dei danni attraverso il dialogo e il confronto tra persona offesa e responsabile. Senza bisogno della reclusione: per Christie le carceri “sono sistema per somministrare intenzionalmente sofferenza alle persone”, diceva invitando a tornare a essere “più gentili gli uni con gli altri”.

In un altro video pubblicato da Beppe Grillo poco prima dell’evento di Genova, Chistie ribadiva che “in carcere le persone soffrono” ed è compito dei Paesi “cercare di ridurre le prigioni e trovare alternative”. Motivo per cui è necessario ripensare al “numero di persone in carcere” e al tipo di reato per cui si può finire reclusi.

Ridurre il carcere e ripensare il modello, accompagnando “le persone verso uno standard di vita accettabile”. Non si tratta di un’amnistia totale, spiegava Chistie secondo cui “esistono persone per cui serve comunque l’autorità statale”, quelle che ha commesso atrocità.

Che ne sarà della riforma della giustizia di Orlando?

La scorsa estate il Parlamento approvava la riforma della giustizia dell’ex ministro Andrea Orlando, la legge numero 103 del 23 giugno 2017, voluta dal governo di centrosinistra. Il 16 marzo di quest’anno entravano in vigore alcuni decreti legislativi, tra cui quello sulla riforma della giustizia penale: il Consiglio dei Ministri scriveva che “il provvedimento ha principalmente l’obiettivo di rendere più attuale l’ordinamento penitenziario previsto dalla riforma del 1975, per adeguarlo ai successivi orientamenti della giurisprudenza di Corte Costituzionale, Corte di Cassazione e Corti europee”. In particolare “riducendo il ricorso al carcere in favore di situazioni che, senza indebolire la sicurezza della collettività, riportino al centro del sistema la finalità rieducativa della pena indicata dall’art. 27 della Costituzione”.

Sul tavolo anche il tema del numero di carcerati: il governo si muoveva nel tentativo di “diminuire il sovraffollamento, sia assegnando formalmente la priorità del sistema penitenziario italiano alle misure alternative al carcere, sia potenziando il trattamento del detenuto e il suo reinserimento sociale in modo da arginare il fenomeno della recidiva”. Il tentativo del governo, insomma, sembrava andare – seppur lentamente – nella direzione indicata anche da Nils Christie. La riforma della giustizia, dopo l’insediamento del nuovo governo pentaleghista, è stato delegato ed è stato bocciato da Camera e Senato, anche se non in termini definitivi visto che dovrà essere discusso entro la deadline del prossimo 3 agosto. “Altrimenti il testo decadrà”, spiega ad Agi Michele Miravalle dell’Osservatorio di Antigone, l’associazione che si occupa dei diritti dei carcerati. Alla stesura di quel testo aveva partecipato, in una fase iniziale, proprio Antigone.

Nel nome della sicurezza Senato e Camera hanno bocciato la riforma dell’ordinamento penitenziario. Demagogia pura. Lo sa anche Grillo che, con un post che condividiamo totalmente, sconfessa l’operato del ‘suo’ governo e del ministro della giustizia del M5S https://t.co/UjTo1ksCRq

— AssociazioneAntigone (@AntigoneOnlus) 13 luglio 2018

La bocciatura della riforma è un atto di “pura demagogia”, ha scritto Antigone su Twitter commentando il post di Grillo. Per l’associazione quanto scritto dal comico genovese ex leader dei cinque stelle “sconfessa l’operato del suo governo e del ministro della Giustizia del M5S”. “La riforma Orlando poteva aiutare”, aggiunge Miravalle, anche perché se verrà stracciata si tornerà al testo del 1975. Una legge vecchia di oltre quarant’anni, con la spiacevole conseguenza che una serie di aspetti sono oramai superati: visto che nelle carceri italiane il 39% delle persone sono straniere, si rendono necessarie alcune modifiche strutturali.

“Per esempio il diritto di essere in contatto con il detenuto – spiega Miravalle -: perché tecnologie come Skype sono utilizzate in altri ambiti ma non in per avvicinare i parenti dei carcerati che vivono magari lontanissimi, fuori dall’Italia?”. La riforma Orlando, spiegano da Antigone, non era perfetta: aveva aspetti positivi e altri negativi. Però poteva rappresentare un tassello per ammodernare la situazione italiana, anche per evitare di incorrere in nuove condanne da parte della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo per maltrattamenti e torture, come accaduto nel 2013. Cancellare una riforma lunga anni potrebbe essere anche, secondo Miravalle, uno spreco economico, esponendo l’Italia a nuovi risarcimenti nei confronti dei detenuti, oltre che un passo indietro sul piano internazionale. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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