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Macché islamofobia: i giudici tifano per loro

Macché islamofobia: i giudici tifano per loroQuasi una discriminazione razziale al contrario, in ossequio al pensiero unico buonista. Il «migrante irregolare» va tutelato, assistito, compreso nella sua matrice culturale, anche quando delinque. Mentre chi ha posizioni critiche sul fanatismo islamico e i rischi connessi, come Magdi Allam, viene indagato dall’Ordine dei giornalisti per discriminazione razziale. Invece capita che i discriminati abbiano invece trattamenti di favore.

La religione del «migrante» considera la donna una proprietà e vieta rapporti sessuali con infedeli anche se vive in un Paese occidentale? Allora se il padre prova a strangolare la figlia perché fidanzata con un non islamico, il fatto è grave, ma non poi così grave, perché lui va capito. Lo ha stabilito la Cassazione con una sentenza del dicembre 2013 in cui ha annullato le aggravanti per Hamed Ahamed, condannato dalla Corte d’appello di Milano a sette anni per tentato omicidio della figlia colpevole di aver avuto rapporti con un fidanzato non musulmano.

La corte suprema italiana ha respinto le aggravanti perché «per quanto i motivi che hanno mosso l’imputato non siano assolutamente condivisibili nella moderna società occidentale – scrivono i giudici nella sentenza – gli stessi non possono essere definiti futili, non potendosi definire né lieve né banale la spinta che ha mosso l’imputato ad agire». Pena ridotta, insomma, perché islamico. E chissà se un precetto della religione cristiana verrebbe mai ammesso come motivo «non banale» da un Tribunale per eliminare le aggravanti di un reato commesso da un italiano.

Una legge italiana (la 152 del 1975, «Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico») vieta l’uso di caschi o copricapo e «di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico senza giustificato motivo». Se giro con un passamontagna o un casco per strada rischio l’arresto («da uno a due anni») e una multa di 2mila euro. Ma se lo faccio per motivi religiosi no. Il Comune di Varallo (Vercelli) ha vietato con un’ordinanza l’uso del «burkini» (il costume da bagno che copre quasi integralmente le donne musulmane) su tutto il territorio comunale «nelle strutture finalizzate alla balneazione» nonchè il divieto «di abbigliamento che possa impedire o rendere difficoltoso il riconoscimento della persona». Ma il Tribunale di Torino, dopo un ricorso dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, ha dichiarato «discriminatorio» il divieto del burkini «sostanzialmente corrispondente – scrive il giudice – ad una muta da subacqueo (certamente mai vietata nelle strutture finalizzate alla balneazione), adottato espressamente da alcune credenti di religiose islamica».

Quando la Santanchè nel 2009 ha organizzato a Milano una manifestazione contro l’uso del burka, è finita in ospedale (20 giorni di prognosi) colpita allo sterno da un cazzotto di Ahmed El Badry, migrante in dissenso col corteo dell’ex parlamentare. Il pm, nel processo che ne seguì, chiese un mese di reclusione. Ma per la Santanchè, rea di aver organizzato una manifestazione senza il permesso della Questura. Se la caverà poi con quattro giorni di arresto (convertiti in 1100 euro di ammenda). Arresto per l’aggressore egiziano? Macché, solo 2mila euro di multa. Anche lui da capire, perché turbato dalla manifestazione non islamicamente corretta.Non c’è solo la religione musulmana come attenuante, anche altre appartenenze possono rivelarsi decisive sotto processo.

Può risultare sconcertante che il Tribunale per i minorenni di Milano abbia concesso le «attenuanti generiche» a Remi Nikolic, un giovane rom che con un suv rubato travolse e uccise un vigile urbano. Il motivo, per i giudici, è il «contesto di vita familiare» nel quale l’omicida è cresciuto, «caratterizzato dalla commissione di illeciti da parte degli adulti di riferimento e dalla totale assenza di scolarizzazione». Pena ridotta in quanto Rom. Mentre da giorni il Cittadino di Lodi racconta la storia di una diciassettenne minacciata e aggredita, da ben un anno, da un quarantenne ivoriano. Malgrado le denunce e le richieste di intervento nulla succede. «Il magistrato finora non ha autorizzato l’arresto e nemmeno l’espulsione – racconta terrorizzata la sorella – e così rischiamo ogni giorno di trovarcelo di fronte».Fuori dalle aule giudiziarie, anche in un ospedale, può capitare il razzismo al contrario. All’Ospedale di Recanati – racconta il Resto del Carlino – un marito voleva accudire la moglie partoriente, ma la direzione della clinica non l’ha permesso: le compagne di stanza della moglie erano musulmane e mostrare il corpo a un uomo che non sia il marito è assolutamente vietato. Ergo, fuori il marito. Discriminati in quanto italiani.

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