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Macron ha già reso Parigi capitale europa delle startup

“Macron ha creato una startup politica. E come tutte le startup cresce velocemente”. Uno dei primi ad azzardare il paragone tra Emmanuel Macron e una startup fu lo scorso dicembre Dominique de Villepin durante un’intervista alla radio francese Rtl. Ma l’ex primo ministro francese in fondo non disse nulla di nuovo. Macron, 39 anni, in Francia era già noto come il ministro delle startup. Nei due anni a capo dell’Economia ha posto le basi alla legislazione francese sulle neoimprese digitali. E con successo. Tra il 2014 e il 2016 gli investimenti in startup francesi sono cresciuti da 0,2 a 2,7 miliardi. Dietro solo la Gran Bretagna (3,2). Mentre il numero degli investimenti è schizzato a 590 (dati Dealroom.co). Record assoluto in Europa. Per fare un paragone, in Italia nel 2016 sono stati investiti 200 milioni in startup per un totale di 78 investimenti. Esattamente la situazione francese prima di Macron.

L’eredità di Pellerin

Sarebbe una forzatura attribuire solo al candidato all’Eliseo il boom dell’ecosistema delle startup francesi. In parte ha raccolto i frutti di quanto aveva seminato il ministro per l’Economia digitale Fleur Pellerin, 43 anni. Tra il 2012 e il 2014 ha lavorato per incentivare gli investimenti in innovazione con politiche fiscali mirate. Abbandonata la politica ad aprile 2016, Pellerin ha poi creato uno dei principali fondi di venture francesi, Korelya Capital. Ma se guardiamo i numeri è con Macron che la Francia delle startup ha cambiato passo. Il candidato all’Eliseo le startup le conosce bene. Ne sa a memoria i meccanismi, la filosofia. E da loro ha mutuato il modello del suo progetto politico. En Marche!, proprio come una startup, ha saputo sfruttare le carenze di un mercato, quello della politica, e ci si è inserito con una struttura agile, antitetica rispetto ai partiti tradizionali. Il partito è cresciuto alla velocità di una startup (e’ stato fondato ad aprile 2016) fino a vincere primo turno delle presidenziali francesi lo scorso 23 aprile conquistando la fiducia di un elettore su quattro.

Nel 2014, appena nominato ministro, Macron partecipò a Parigi ad una delle piu’ importanti tech conference europee, Le Web. Mise subito in chiaro la sua politica economica: “Vogliamo accelerare sui temi del digitale e delle startup. Quello che più ci preme è capire come farle crescere e come aiutare i francesi a creare nuove imprese. Voglio essere sicuro che nei prossimi anni la Francia sarà in grado di creare migliaia di nuove imprese, e che siano in grado di rimpiazzare quelle vecchie. Ma cercherò anche di proteggere le persone che vogliono accettare il rischio di fare impresa innovativa”. Proteggerli dall’onta del fallimento, più che un’ipotesi nel mondo del digitale, per riprovarci senza essere marchiati a vita. 

La ‘loi Macron’: 4 giorni per creare una startup

Grazie alla legislazione che Macron ha fatto approvare nel 2015 dal governo Hollande, e che porta il suo nome, in Francia per creare una startup servono in media 4 giorni. Un giorno in meno rispetto alla Gran Bretagna e 7 in meno rispetto alla Germania. Ma non è solo la facilità di creare un’impresa quello che ha fatto la differenza. La Francia nel 2011 ha creato l’Ambition Numerique Fund, fondo di venture capital supportato da Caisse des depots et consignations, la Cassa depositi e prestiti d’Oltralpe, e Bpifrance, banca pubblica di investimento. 300 milioni da investire in startup, grazie anche al programma La FrenchTech, una rete di 9 incubatori e acceleratori locali ad alto potenziale di crescita. Due anni dopo ne sono stati mobilitati altri 300 milioni. In 5 anni, si legge sul sito della Cdp, hanno investito in 35 startup 150 milioni, supportato aziende che hanno creato 3mila posti di lavoro. Con Macron questo piano ha subito una netta accelerata.

Nel 2014 la Bpifrance, banca pubblica di investimento, sempre con Cdp, ha annunciato investimenti per 1.1 miliardi in startup, sia direttamente che con altri investitori privati, dando il via alla scalata francese del venture europeo. Per le startup più cresciute, quelle che hanno già conquistato il loro mercato di riferimento, la Bpi ha creato inoltre un fondo da 500 milioni per round di investimenti pari o superiori a 10 milioni di euro. Come conseguenza ha attirato in Francia gli investimenti dei campioni del venture capital mondiale: Accelerare Partners, Index Venture e Balderton Capital. Secondo uno studio Ernst&Young, almeno il 20% delle startup francesi che hanno raccolto 5 milioni di finanziamenti lo hanno fatto anche grazie a capitali stranieri. Percentuale che sale al 67% per startup che hanno chiuso round superiori a 50 milioni. 
Un’accelerazione unica in Europa. Ancora piu’ notevole se si pensa che solo nel 2012 investitori e imprenditori erano sul piede di guerra contro il governo Hollande per la proposta di tassare al 60% le plusvalenze ottenute dagli investimenti. La loro fu la ‘Protesta dei piccioni’, quelli che il governo voleva ‘spennare’ in pieno clima austerity. La proposta, che dopo qualche settimana fu ritirata, di sicuro avrebbe allontanato qualsiasi investitore in startup, nazionale e non. 
Macron ha sempre messo tra i suoi principali obiettivi quello di creare una “startup nation”. Una nazione capace di creare e far crescere aziende innovative in armonia con il tessuto produttivo esistente. Ma soprattutto capaci di crescere all’estero. Senza imitare per forza la Silicon Valley, ma trovando una propria via.

“Oggi l’innovazione è inarrestabile”

 “Oggi l’innovazione è inarrestabile. E’ veloce e globale. L’innovazione oggi viene più dalle startup che dalle grandi aziende, ed è per questo che per me non ci può essere alcuna contrapposizione tra startup e grandi aziende”, aveva detto Macron in un’intervista a Tech Crunch nel 2016, a margine del Ces di Las Vegas, il più grande evento mondiale di tecnologia. Lì si presentò con una delegazione di 190 startup. Il gruppo più folto di tutte le delegazioni mondiali nella storia della manifestazione. “Tutte le grandi aziende francesi hanno vecchi modelli di business – sull’energia, i trasporti, il turismo. Ma c’è una rivoluzione che sta avvenendo. Se non saranno parte della rivoluzione digitale, perderanno la loro battaglia”, aveva ammonito allora. 

Con un trend di crescita del 63% anno su anno, la Francia è la nazione che più velocemente sta crescendo in Europa sul mercato delle imprese digitali. Parigi oggi è un modello per le altre nazioni. Solo nei primi due mesi del 2017 sono stati investiti 472milioni in startup francesi in 169 round di investimento (dati Dealrooom.co). Nella capitale si contano oltre 134mila sviluppatori professionisti, la seconda città dopo Londra che ne ha 300mila. 

Una piccola rivoluzione culturale

Uno studio Kpmg ha mostrato come oggi un terzo degli studenti francesi vorrebbe lavorare o creare un’azienda digitale e che il 74% di loro vorrebbe farlo in Francia. Una piccola rivoluzione culturale. Nelle scuole si è cominciato ad insegnare la cultura d’impresa, mentre nelle università hanno preso a fiorire gli incubatori d’impresa accademici. 
Oggi che i sondaggi lo danno come probabile nuovo presidente della Repubblica francese, il digitale continua a rimanere al centro della sua visione politica. Tra i punti del suo programma troviamo un fondo da 50 miliardi per dare una formazione digitale ai francesi senza lavoro e per digitalizzare la macchina burocratica. Una riforma del lavoro per rendere più facile ai francesi la registrazione come lavoratori autonomi o imprenditori. Il miglioramento e l’espansione di Internet super veloce e delle reti wi-fi. Ma soprattutto spingere sul mercato digitale unico europeo, per molti la vera chiave di volta per unificare l’Europa e dare un’incentivo alla crescita di un ecosistema continentale delle startup. Un segnale forte anche all’Ue da quello che potrebbe diventare il primo presidente europeo delle startup.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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