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Madri-bambine e poligamia, le sfide globali del Pontefice

Madri-bambine e poligamia, le sfide globali del Pontefice(©Reuters) Francesco con cardinali e vescovi alla vigilia del Sinodo.

ANDREA TORNIELLI –
Città del Vaticano –

Dei quasi duecento partecipanti al Sinodo straordinario sulla famiglia che si apre in Vaticano più della metà (106 vescovi) provengono dall’Asia, dall’America Latina, dall’Africa e dall’Oceania. Sarebbe dunque piuttosto miope focalizzare l’attenzione soltanto su alcuni temi molto dibattuti nelle società e nelle Chiese europee colpite dalla secolarizzazione, dimenticando sfide e problemi esistenti ad altre latitudini. Di questa complessità ha tenuto conto la segreteria del Sinodo, compilando il testo base per i lavori dopo un’ampia consultazione delle comunità cattoliche del mondo, che ha fornito una fotografia della realtà, cioè di come gli uomini e le donne realmente vivono l’esperienza della famiglia, e non di come si vorrebbe che la vivessero.

 

Più che con «la famiglia», è con le tante famiglie reali che il Sinodo dovrà fare i conti. Ci sono regioni africane dove esistono matrimoni combinati tra bambine di dieci anni e uomini di sessanta. Ci sono Paesi, come il Niger e il Ciad, dove oltre il 70 per cento delle donne che oggi hanno un’età compresa tra i 20 e i 24 anni, si sono sposate prima di averne compiuti 15.

 

E non è certo facile per la Chiesa parlare di «legge naturale» – come hanno segnalato vescovi africani, asiatici e dell’Oceania – in regioni nelle quali è la poligamia a essere considerata «naturale», così come è considerato «naturale» ripudiare una moglie che non sia in grado di dare figli o figli maschi. Mentre in Melanesia, ad esempio, la famiglia per noi «tradizionale» è considerata un modello occidentale poco comprensibile, vista l’esistenza di società matriarcali nelle quali la responsabilità per l’educazione dei bambini è affidata agli zii materni più che al padre biologico.

 

Tornando con lo sguardo in Occidente, non c’è soltanto un panorama profondamente mutato negli ultimi trent’anni, con la diminuzione dei matrimoni, la diffusione delle coppie di fatto, le legislazioni che riconoscono le unioni omosessuali. C’è anche l’incidenza di ritmi lavorativi intensissimi che comprendono le domeniche e rendono sempre più complicate le relazioni familiari, per non parlare dei problemi economici e della mancanza di politiche a sostegno delle famiglie.

 

Insomma, pensare che il Sinodo sia tutto incentrato sul confronto-scontro tra chi propone di aprire ai sacramenti ai divorziati risposati e chi invece ha preventivamente dichiarato che nessuna apertura è possibile, è riduttivo.

 

Papa Francesco vuole un dibattito vero e libero, non intende imporre schemi precostituiti, e non ha mai ragionato in termini strategici per pilotare la discussione, come dimostra l’inclusione, tra i membri di nomina papale, di alcuni cardinali notoriamente contrari a qualsiasi apertura sul tema. Ma un Sinodo è diverso dal congresso di un partito o da un’assemblea di azionisti: per chi ha fede, è un incontro nel quale si cerca di «camminare insieme» facendosi guidare dall’alto, mettendosi in ascolto di un Dio sempre più grande della nostra capacità di immaginarlo. Sarebbe dunque un errore inquadrarlo nello schema preconfezionato di quanti rappresentano gli aperturisti come avventurieri disposti a compiacere le tendenze mondane, e i contrari come strenui difensori della dottrina. O di quanti lo immaginano come un ring dove si rivendicano presunti diritti, dandone già per scontato l’esito finale.

 

Il Papa, questo è certo, continua a chiedere, con il Vangelo alla mano, di uscire da uno sguardo legalista: «La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre… la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita». Da domani il Sinodo è chiamato a confrontarsi non con le geometrie delle formule dottrinali, ma con i problemi, le ferite, il vissuto delle persone e l’urgenza di annunciare loro il Vangelo attraverso l’accoglienza e la vicinanza. Sono in molti ad augurarsi che i vescovi non si limitino a denunciare i costumi della società «liquida» e gli «attacchi» alla famiglia, ma che si interroghino sulle cause del divario esistente tra l’insegnamento della Chiesa e il vissuto di molti cristiani.

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