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Mafia e il silenzio della Chiesa/5. Si è voltato pagina. Forse

Cattura Una volta i mafiosi ostentavano la loro adesione al cattolicesimo, forse oggi ciò va attenuandosi nel caso di boss meno anziani, come Lo Piccolo o Messina Denaro. Ammesso che sia veramente così, è possibile che tale cambiamento dipenda da più vaste trasformazioni sociali e da un fatto generazionale. Ma potrebbe anche attestare che il solco tra mafia e Chiesa diventa sempre più ampio.

La Conferenza episcopale calabra ha stabilito che in tutti gli Istituti teologici della regione si studieranno in forma non episodica la storia e le relazioni fra Chiesa e criminalità organizzata mafiosa. Il documento cita “l’impegno ormai quarantennale delle Chiese di Calabria su questo tema decisivo e scottante”, ricordando che il primo intervento risale “al lontano 1975″ e ribadisce due doveri il “coraggio della denuncia” e la “fuga da ogni omertà”.

Il 21 marzo 2014 Papa Francesco, incontrando i familiari delle vittime di mafia nell’ambito della veglia di preghiera promossa a Roma dall’associazione Libera per la Giornata della memoria, ha detto, rivolgendosi idealmente ai mafiosi: “Il vostro potere è insanguinato, per favore, ve lo chiedo in ginocchio, convertitevi e non fate più il male … c’è tempo per non finire nell’inferno, che è quello che vi aspetta se non cambiate strada”. E ancora, parlando stavolta ai presenti: “il desiderio che sento è di condividere con voi una speranza: che il senso di responsabilità piano piano vinca sulla corruzione in ogni parte del mondo. Ma questo deve partire da dentro, dalle coscienze. E risanare i comportamenti e il tessuto sociale. Così la giustizia si allarghi e radichi, e prenda il posto dell’iniquità”.

Come è noto, Papa Francesco sta apportando una serie di importanti innovazioni nella Chiesa. Credo si possa dire, alla stregua di ciò che si è mostrato nei paragrafi precedenti, che queste sue affermazioni sulla mafia sono in continuità con un lavoro avviato da tempo e trovano un terreno almeno in parte già arato e fertile. È importante anche la sua enfasi sulla corruzione. Al di là di certe sbandierate adesioni al cattolicesimo e ad alcuni dei suoi valori caratterizzanti, per giudicare chi fa politica e chi amministra contano pure i comportamenti nella gestione della cosa pubblica, l’effettivo perseguimento del bene comune, la correttezza, la competenza, l’astensione da favoritismi, scambi di voti, clientelismo e ruberie. Anche a tale riguardo il mondo cattolico potrebbe prendere posizione, se del caso prendere le distanze, evitare di tacere.

Leonardo Sciascia raccontava che “in ogni paese e in ogni quartiere cittadino, capi e gregari erano conosciuti quanto i comandanti le stazioni carabinieri e i carabinieri; conosciuti erano gli uomini politici che loro ‘portavano’ (che raccomandavano, cioè, all’elettorato) e dai quali erano in effetti portati; conosciuti i loro sistemi di illecito arricchimento, per lo più consistenti in mediazioni imposte e qualche volta, a evitare l’imposizione, richieste. I capi non solo non cercavano di nascondersi, ma persino si esibivano”. La mafia era sì un’associazione segreta, ma, nel tipo di assetto politico-sociale in cui con essa si facevano affari e comunque si conviveva, la sua presenza era al contempo un fatto notorio (al di là di certe smentite ufficiali).

Lo scrittore usava il passato perché secondo lui negli anni Ottanta la situazione era mutata, e anche i mafiosi. Alcuni politici “hanno rifiutato legami ereditati o appena stabiliti … Di un tale movimento, ovviamente, la mafia ha preso coscienza: e da ciò la sua rabbiosa reazione. Queste considerazioni si possono anche applicare al caso del rifiuto dei detenuti dell’Ucciardone a sentire la messa celebrata dal cardinale. Nel tradimento di cui si sentono oggetto, i mafiosi coinvolgono anche il cardinale arcivescovo di Palermo. Stentano a credere che la Chiesa, la Chiesa siciliana, dopo secoli di silenzio abbia deciso di parlare chiaro ed alto contro di loro (e difatti, la domenica successiva, sono andati disciplinatamente alla messa celebrata dal cappellano): e perciò mettono in conto di un solo uomo, appunto il cardinale arcivescovo, la condanna che finalmente la Chiesa proclama. Si erano talmente abituati al silenzio della Chiesa, che in certi momenti diventava benevolenza e complicità, che la rottura operata dal cardinale ha fatto loro commettere l’imprudenza di manifestargli avversione”.

Sciascia faceva queste considerazioni più di trent’anni fa. Anche in luogo così refrattario al mutamento quale in genere si crede sia la Sicilia, le cose cambiano, seppur molto lentamente e faticosamente. Tali cambiamenti hanno inciso sulla “Chiesa” (intesa sia come istituzione, sia come insieme di certe condotte dei cattolici), contribuendo a modificarla. A sua volta, però, la Chiesa stessa potrebbe aver cominciato ad agire quale fattore di cambiamento da un certo punto in avanti, e forse ancor di più lo farà in futuro.

DI

http://www.siciliainformazioni.com/141163/la-mafia-e-il-silenzio-della-chiesa5-si-e-voltato-pagina-forse

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