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Mafia e silenzio della Chiesa/4 Collusi, ciechi e nemici

Cattura Il 9 maggio 1993, nella Valle dei Templi di Agrigento, Papa Giovanni Paolo II gridava un anatema contro la mafia: “Questo popolo siciliano … non può vivere sotto la pressione di una civiltà della morte … questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane devono capire … che non si permette di uccidere degli innocenti … Mafiosi convertitevi. Un giorno verrà il giudizio di Dio e dovrete rendere conto delle vostre malefatte”. Giovanni Paolo II tornerà a Palermo due anni dopo per il convegno delle Chiese italiane, una delle cui sezioni era appunto dedicata al tema della Chiesa di fronte alla mafia.

È del maggio 1994 il documento della CESINuova evangelizzazione e pastorale”, contenente affermazioni quali le seguenti: “Tutti coloro che aderiscono alla mafia o pongono atti di connivenza con essa debbono sapere di essere e di vivere in insanabile opposizione al Vangelo di Gesù Cristo e, per conseguenza, di essere fuori della comunione della sua Chiesa”. Più specificamente, occorre “purificare tutte le espressioni della devozione popolare, rianimando di valori cristiani le processioni, sciogliendo comitati di festa religiosa dove prevalesse l’interesse economico”; “vigilare affinché si eviti ogni possibile collateralismo tra realtà ecclesiali ed uomini e partiti politici”; “inserire in ogni tipo di cammino catechistico tematiche riguardanti la cultura della legalità e la dottrina sociale della Chiesa”, “non chiedere o accettare mai alcuna forma di raccomandazione o favoreggiamento; “non acquistare merce controllata dalla mafia come le sigarette di contrabbando”; “non acquistare o accettare la restituzione di merce rubata (auto, motorini…) grazie all’opera di discutibili mediatori”; “non giocare scommesse clandestine, totonero ed ogni altra illecita forma di gioco”; “non accettare con rassegnazione la logica del pizzo e dell’usura”, ma piuttosto “sforzarsi di trovare vie associative di lotta in collaborazione con tutte le forze sane presenti ed operanti nelle istituzioni e nella società civile”.

Nel 1997 il Cardinale di Palermo, Salvatore De Giorgi (anche a seguito del caso di padre Frittitta), costituiva un gruppo di teologi i quali si soffermeranno sulle delicate questioni riguardanti la condotta da tenere da parte dei religiosi verso i mafiosi latitanti, redigendo il documento “Una pastorale per i mafiosi? Spunti di riflessione. Un parere per l’Arcivescovo Gran Cancelliere”.

Nel 2010 Benedetto XVI in una visita a Palermo definiva la mafia “una strada di morte”incompatibile con il Vangelo e la vita cristiana. Lo stesso anno, nel documento “Per un paese solidale”, un ventennio dopo quello del 1989, la CEI ha ricordato che “la Chiesa è giunta a pronunciare, nei confronti della malavita organizzata, parole propriamente cristiane e tipicamente evangeliche, come ‘peccato’, ‘conversione’, ‘pentimento’, ‘diritto e giudizio di Dio’, ‘martirio’ … in un contesto come quello meridionale, le mafie sono la configurazione più drammatica del ‘male’ e del ‘peccato’. In questa prospettiva, non possono essere semplicisticamente interpretate come espressione di una religiosità distorta, ma come una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione: le mafie sono strutture di peccato”.

Le parole della Chiesa-istituzione sono state, come abbiamo visto, sempre più forti, cogenti, circostanziate. Si potrebbe tuttavia affermare che una cosa sono le proclamazioni ufficiali, le quali potrebbero essere nient’altro che specchietti per le allodole, altra cosa i comportamenti concreti. Come si usa dire, si può predicare bene e razzolare male.

Savagnone ha distinto tre possibili atteggiamenti: compromissione diretta; coabitazione; esplicita presa di distanza. La compromissione si ha quando un fedele collude con i mafiosi, ricavandone vantaggi indebiti. La coabitazione invece si ha quando vi sono rapporti di non belligeranza, nei quali si evita di prendere di petto la questione mafiosa. Ciò può avvenire non tanto in vista dell’ottenimento di un tornaconto, quanto per consuetudine, quieto vivere, o anche per paura. Nel terzo atteggiamento la mafia è una “struttura di peccato” da contrastare attivamente. Un’analoga tripartizione (collusi/conniventi, acquiescenti e resistenti) si utilizza quando si studiano i comportamenti degli operatori economici di fronte al racket delle estorsioni.

La giustamente celebrata scelta di Confindustria Sicilia di darsi un codice etico che prevedesse l’espulsione di chi cede al racket è del 2007. Certe prese di posizione della Chiesa-istituzione, come abbiamo visto, sono ben più antiche e anche più severe. È noto che finora tra gli imprenditori taglieggiati vi sono stati moltissimi che hanno pagato senza ribellarsi e relativamente pochi che hanno denunciato. Ma ciò non vuol dire che la scelta dell’associazione degli industriali sia stata vana, o dettata soltanto da considerazioni esteriori. Anche in questo caso, tra le enunciazioni di principio e le condotte concrete non c’è immediata coincidenza, come del resto non ve n’è neppure quando si tratta di leggi dello Stato. Il fatto che vi siano delle violazioni non significa (a meno che non si riesca a dimostrarlo) che una norma sia stata adottata solo per ragioni di facciata. Anzi, la regola viene statuita proprio perché i destinatari (imprenditori, cittadini o fedeli che siano) non agirebbero spontaneamente come si auspica.

Come abbiamo visto, la parola della Chiesa-istituzione prescrive inequivocabilmente sia al clero che ai fedeli, nel periodo della parola e ancor più in quello del grido, l’esplicita presa di distanza. Possiamo dare per scontato che alcuni fedeli, così come alcuni responsabili della trasmissione della fede (ivi inclusi i diaconi, aggiungendovi i catechisti, gli insegnanti di religione, e così via, con particolare attenzione ai luoghi della formazione, come i seminari o le scuole di teologia) non vi si attengano. Il quesito di ricerca cruciale è: dopo l’emanazione di tali precetti, quanto i comportamenti reali vi si conformano o ne divergono? Vengono violati soltanto da alcuni, in situazioni circoscritte e identificabili, o sistematicamente, da tutti o quasi? Se si volesse sostenere che la Chiesa come insieme dei cattolici in realtà non contrasta la mafia, ma invece la supporta, si dovrebbe dimostrare che prescrizioni del genere sono state emanate in mala fede, soltanto per ragioni simboliche, e/o che esse sono comunque talmente prive di mordente da essere sistematicamente disattese quasi sempre da quasi tutti i loro destinatari. Dovremmo quindi passare dalla rassegna dei princìpi all’analisi empirica dei fatti.

Ma per provare tale pressoché totale discrasia tra i primi e i secondi non basterà citare singoli eventi o singole dichiarazioni in sintonia con una certa tesi precostituita, fossero pure decine e decine. Per dimostrare un’ipotesi non basta che si trovino un buon numero di casi conducenti a ciò che intendiamo sostenere. Occorrerebbe invece rilevare, tramite un piano di campionamento adeguato e tecniche di ricerca affidabili, come tali il meno possibile viziate dai pregiudizi dell’osservatore, quanto nella loro generalità i comportamenti reali divergono dai precetti dopo la loro emanazione (quindi diciamo negli ultimi trent’anni), e trovare una sistematica e schiacciante prevalenza della compromissione o quanto meno di un orientamento psicologico giustificazionista. Non basterebbe la mera acquiescenza di molti, dettata da paura o comunque volontà di evitare fastidi. È possibile che tra i cattolici (non solo tra gli appartenenti al clero) i don Abbondio sino di più e i fra’ Cristoforo di meno. Ma se anche così fosse, ciò non significherebbe ancora che l’ecclesia come tale non contrasta la mafia o peggio la sostiene. La Chiesa è fatta di esseri umani fallibili i quali, da San Pietro in avanti, possono non essere sempre tanto coraggiosi quanto da loro si vorrebbe. Essere conniventi, compiacenti o favorevoli è ben altra cosa. È il caso di sottolineare che una ricerca del genere sarebbe assai difficile da condurre. Comunque sia, ad oggi non è stata svolta.

È plausibile che certi soggetti più anziani e più radicati in certi territori talora continuino a pensarla come quando erano più giovani, e perciò abbiano verso i mafiosi una disposizione diciamo più conciliante. Ma è altrettanto plausibile che soggetti più giovani, socializzati nella fase storica della parola ovvero del grido, siano più frequentemente e stabilmente orientati a prenderne le distanze. È indubbio che vi siano ancor oggi casi di contatti impropri tra, poniamo, singoli sacerdoti e mafiosi, o processioni che si fermano in segno di deferenza sotto l’abitazione del boss (sebbene adesso ciò venga spesso pubblicamente stigmatizzato e proietti una luce negativa su chi lo fa, ma è altrettanto indubbio che vi siano sempre più religiosi, gruppi ecclesiali, movimenti ed esperienze di ispirazione cristiana che contrastano attivamente la mafia. Ciò ha portato al martirio il beato Pino Puglisi e don Giuseppe Diana (proprio all’indomani del grido di Giovanni Paolo II).

E questi non sono peraltro casi del tutto eccezionali. Nella vita quotidiana di molti o di moltissimi la parola della Chiesa spinge a scelte non facili, finanche a subire aggressioni e a vivere sotto tensione (come accadde tra gli altri a Cataldo Naro prima della sua prematura scomparsa), senza che ciò risulti percettibile all’esterno. Lì dove un mero calcolo di convenienza economica potrebbe non bastare, la razionalità rispetto al valore ispirata alla fede può ottenere (e di fatto spesso ottiene) che vengano seguite linee di condotta meno comode e più costose di quelle abitualmente riscontrabili tra gli attori sociali animati soltanto da una razionalità utilitaristica. Il cristiano ha molte più buone ragioni dell’homo oeconomicus (il quale pure qualcuna l’avrebbe) per rifiutare la mentalità mafiosa e la prevaricazione in genere.

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