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March for Science: in difesa dei nostri figli

di BENIAMINO TULIOZI –

Il 22 aprile 2017 si terrà a Washington e in centinaia di altre città del mondo la prima “March for Science”, una manifestazione apartitica in solidarietà e difesa della scienza come mezzo per indagare il mondo e gestirne le risorse. Sebbene la causa scatenante sia riconducibile all’attuale linea politica del governo statunitense, che appare ignorare l’opinione della comunità scientifica su varie questioni chiave, il dibattito web sulle ragioni e gli scopi della marcia si è allargato a comprendere molte altre problematiche riguardanti la scienza e la sua percezione. Il sentimento generale delle persone appartenenti al mondo della ricerca è di stare vivendo un’epoca critica, nella quale il ruolo dello scienziato vada almeno in parte ridefinito: per dirla con le parole degli organizzatori della marcia: “stare in silenzio è un lusso che gli scienziati non possono più permettersi”.

La più grande marcia di protesta nella storia degli USA è stata probabilmente quella del 21 gennaio 2017, promossa in risposta all’elezione dell’impenitente maschilista Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America[1]. Poco dopo questo evento si è iniziato a parlare di un’altra manifestazione, una che protestasse contro il rampante sentimento anti-scientista che ha conquistato ampie parti della popolazione di tutto il mondo e di recente anche il governo americano.

Il successo della marcia delle donne ha galvanizzato i vari gruppi che si stavano già organizzando e questo 22 aprile si terrà dunque nel mondo la prima “March for Science” [Il manifesto della Marcia per la Scienza | Pagina Facebook]. Questa manifestazione ha lo scopo di riunire tutte le persone che vogliono difendere la ricerca scientifica come strumento per innovare la tecnologia, indagare il mondo che ci circonda e acquisire le informazioni necessarie a viverci al meglio. Gli obiettivi, le ragioni e le speranze di tutte le persone che protesteranno sono espresse nel sito web degli organizzatori, mentre le paure che li accomunano sono ogni giorno notizia dei media internazionali[2].

La “March for Science” è nata infatti in risposta ad un disagio preciso: l’apparente volontà dell’attuale governo statunitense di non basarsi più su opinioni scientifiche per le sue decisioni in ambito ambientale, sanitario ed educativo. Nei mesi successivi la manifestazione ha però trovato un riscontro tale nel web da indicare che il problema è più ampio e ha portata internazionale. In breve, gli scienziati si sono resi conto che “non si possono più permettere di tacere”: non è in pericolo solo il loro lavoro, ma anche la salute e il benessere di tutta l’umanità. E per questo un gruppo che ha fama di isolamento dalle comunità in cui pure opera – il 70% degli americani non saprebbe dire il nome di uno scienziato vivo – ha deciso di rompere il silenzio e di uscire allo scoperto[3].

Non passa effettivamente giorno senza che attorno alle scoperte scientifiche si apra un nuovo fronte, si accenda una controversia, si scateni una battaglia. Lo scenario è sempre lo stesso: a un angolo del ring viene posta la scienza (con i suoi ricercatori) argomenti, prove, verifiche, risultati e all’altro c’è un avversario che urlando a gran voce, o meglio sbraitando, cerca di imporre le proprie ragioni (non scientifiche) spesso sostenute solo dal volume e dalla foga della polemica. Queste ragioni a volte hanno la forma di un dogma religioso (la scienza moderna nasce con una battaglia simile in fondo) o di un interesse economico, come per l’uso dei combustibili fossili o la vendita dei medicinali omeopatici. Altre volte il senso di sfiducia generale verso le istituzioni può generare mostruose paranoie, come quella particolarmente pericolosa e dilagante negli ultimi anni sui presunti effetti collaterali dei vaccini. Qualunque sia l’avversario, spesso le sue ragioni sono più intuitive e le sue conclusioni più convenienti, ma questo non le rende meno false o meno potenzialmente catastrofiche. Lo scienziato d’altro canto non può basarsi su semplicistiche relazioni di causa ed effetto senza curarsi della loro veridicità, perché ne va della sua credibilità, del suo stesso lavoro. Il mondo è complicato, e così lo scienziato è costretto a raccontarlo: in breve, lo scienziato è un pessimo politico[4].

Tant’è vero che la “March for Science” non è stata esente dalle controversie. Molte persone temono che dia ragione a quelli che già associano gli scienziati ad una sinistra ambientalista e progressista, confermando che esista appunto un “ring” e che la ricerca abbia scelto nettamente una fazione. E quindi secondo i critici un evento che dovrebbe essere il più possibile inclusivo rischia di consolidare la percezione dello scienziato come di un (sinistrorso) alieno che vive in una torre d’avorio, al soldo di gruppi anti-conservatori e lontani dalla “gente”. In risposta, gli organizzatori sostengono che proprio per questo è necessario che gli scienziati parlino per loro stessi, senza essere strumentalizzati e chiamati in causa nel dibattito pubblico solo quando conviene ad un partito o all’altro. Uno dei capisaldi della marcia è che al di là dell’attuale situazione negli Stati Uniti la scienza e il metodo scientifico devono essere lo strumento di base di interpretazione della realtà, per un semplice e incontrovertibile fatto: tra quelli a nostra disposizione è l’unico che, giorno dopo giorno, si dimostra ripetutamente efficace [5].

È infatti vero che da ben prima dell’elezione di Donald Trump l’opinione pubblica è sembrata nel migliore dei casi indifferente alla crisi in cui versa la ricerca: molti governi sono apparsi considerarla qualcosa di accessorio, eliminabile. I fondi che servono allo sviluppo scientifico sono sempre i primi ad essere tagliati e trovare un lavoro stabile in questo campo è diventata un’impresa ardua, anche dopo un decennio di studio e specializzazione. Eppure è indubbio che la ricerca sia parte integrante della vita di tutti i giorni: stiamo vivendo un’era in cui lo sviluppo tecnologico procede a ritmo vertiginoso ed ogni innovazione che arriva nelle nostre case è ottenuta tramite studi scientifici. Una formazione basata sulle più recenti scoperte è essenziale per medici, ingegneri e molte altre categorie professionali e ciononostante spesso i ricercatori hanno l’immeritata fama di indagare cose disconnesse dalla realtà quotidiana. Purtroppo la realtà è anche che il pianeta sta affrontando delle gravi crisi, che possono essere interpretate e risolte solo con una attenta applicazione del metodo scientifico.

Tutte le informazioni e i dibattiti riguardanti queste ed altre problematiche, ed in generale la genesi della “March for Science”, sono facilmente reperibili su internet e sui social network. E non c’è effettivamente un posto in cui i timori, le speranze e le idee dietro la marcia siano state discusse nel dettaglio quanto sul gruppo Facebook da 800000 partecipanti creato appositamente per organizzarla. Qui persone di tutto il mondo condividono le loro opinioni su come essa dovrebbe essere e sul perché vi parteciperanno. In questi pochi mesi in quel gruppo è passato un po’ di tutto: litigi sul significato politico della marcia, battute e striscioni sempre più creativi (e nerd), riflessioni a volte tristi e a volte colme di speranza. Chi sosteneva di manifestare per un’inclusività vista come diretta conseguenza delle scoperte scientifiche, chi si augurava che l’opinione dei ricercatori venisse maggiormente rispettata, chi difendeva le innovazioni mediche per tutto il bene che hanno portato. Molti avevano paura delle terribili conseguenze a cui porterà l’attuale politica dei governi di ignorare i segnali raccolti da scienziati di tutto il mondo sul riscaldamento globale, o del periodo buio che ci aspetterà se il lavoro dei ricercatori venisse ignorato su altre questioni chiave[6].

Eppure piano piano, post dopo post, è diventato chiaro che quasi tutti quelli che scrivevano avevano anche un’altra causa comune, una ragione e uno scopo che, tra tutti, si andava imponendo come il principale motivo per cui il 22 aprile la gente manifesterà in piazza il suo sostegno alla scienza.

Questa ragione, confermata da centinaia di foto di bambini armati di retino per insetti, lente d’ingrandimento, calcolatrice giocattolo o semplice lego, sono le future generazioni. Migliaia di persone hanno scritto che marceranno per i loro figli, perché hanno paura per loro o perché vogliono che siano liberi di indagare con curiosità scientifica la natura. Moltissimi sono insegnanti o divulgatori e altri vogliono semplicemente difendere coloro che tra pochi anni erediteranno un mondo ricco solo di problemi. La cosa che colpisce, ciò che davvero potrebbe rendere la “March for Science” unica, è l’umanità espressa da coloro che vi parteciperanno, la loro volontà di esserci non per qualche ideale astratto e supremo, ma semplicemente per coloro che gli sono più cari.

La marcia della scienza potrebbe anche cambiare la percezione che lo scienziato sia solo uno strano personaggio, magari in camice, silenzioso e concentrato in un proprio mondo distaccato dalla realtà. I ricercatori sono, all’opposto, persone che della realtà hanno un’idea assai concreta e certo non ricevono soldi da organizzazioni segrete, non cospirano e non hanno interesse a mentire per chissà quale tornaconto. Sono, purtroppo, molto spesso malpagati e le risorse necessarie alla sopravvivenza loro e del loro lavoro vengono sempre più spesso negate loro, proprio nel momento in cui il mondo avrebbe più bisogno di essere indagato e compreso.

Ed è quindi importante che escano dalle torri d’avorio – che poi sono laboratori, foreste piene d’insetti, sale computer o aule strapiene – e si facciano sentire e conoscere, sia come persone che come scienziati. La realtà è che la marcia per la scienza potrebbe essere un passo verso una maggiore consapevolezza del proprio ruolo di ricercatori e potrebbe rafforzare una maggiore volontà di far sentire la propria voce, proprio ora che ce n’è un estremo bisogno. E chissà che non porti anche alla formazione di una coscienza unitaria tra scienziati, trasmettendo loro la capacità di vedersi come un gruppo in grado di avere l’influenza che, di fatto, è necessario abbia.

NOTE

1) Women’s March

https://en.wikipedia.org/wiki/2017_Women%27s_March#Background

2) Sito degli organizzatori

https://www.marchforscience.com/mission/

https://www.marchforscience.com/mission-and-vision/

3) Sondaggio Research!America

http://www.researchamerica.org/sites/default/files/uploads/MostAmericansCantNameaLivingScientist.pdf

4) Per cosa manifesta chi manifesta per la scienza

https://www.theatlantic.com/science/archive/2017/03/what-exactly-are-people-marching-for-when-they-march-for-science/518763/

5) La marcia per la scienza aiuterà gli scienziati?  https://newrepublic.com/article/140944/march-science-bad-scientists

6) Gruppo Facebook https://m.facebook.com/profile.php?id=1862739727343189

Beniamino Tuliozi è un dottorando di Biologia Evoluzionistica all’università di Padova e lavora sotto la supervisione dei professori Matteo Griggio e Alessandro Grapputo. Studia (in uccelli e pesci) il modo in cui l’ambiente sociale interagisce con la variabilità comportamentale presente all’interno di un gruppo. È recentemente uscito un articolo su Scientific Reports (http://www.nature.com/articles/s41598-017-00929-8?WT.feed_name=subjects_biological-sciences) del quale è coautore.

(18 aprile 2017)

http://lameladinewton-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/04/18/march-for-science-in-difesa-dei-nostri-figli/

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