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Marino, indagine e veleni. Il sindaco cacciato con le firme dal notaio

Roma – “Verità ristabilita”. Ignazio Marino, a caldo, ha commentato così la sentenza di assoluzione arrivata oggi. Ma l’affaire degli scontrini resta quello che, finito sulle prime pagine di tutti i giornali, ha segnato di fatto la prematura fine della sua avventura di sindaco. E’ nel settembre del 2015 che il suo nome finisce per la prima volta nel registro degli indagati della procura di Roma per la vicenda della ‘Imagine’, una onlus fondata nel 2005 per portare aiuti sanitari in Honduras e in Congo: l’accusa è quella di aver predisposto la certificazione di compensi riferiti alle prestazioni fornite da collaboratori fittizi o soggetti inesistenti, inducendo in errore l’amministrazione finanziaria e l’Inps. Ma in un crescendo di indiscrezioni, il sindaco si vede contestare anche l’utilizzo della carta di credito assegnatagli dall’amministrazione capitolina e, in particolare, 56 cene, per una spesa complessiva di 12 mila euro, consumate in numerosi ristoranti di Roma e di altre città.

Quando gli scontrini, per iniziativa dello stesso Marino, appaiono sul sito del Comune, la procura apre un fascicolo: mentre sui media fioccano le ‘testimonianzè dei vari commensali, Marino prova a difendersi spiegando che le spese contestate risalgono all’inizio del mandato e che, per colpa di un cambiamento organizzativo, sono state compilate con mesi di ritardo. Ma a calmare le acque non basta nemmeno l’intenzione di donare alla città, di tasca propria, i circa 20 mila euro che sarebbero stati spesi con la carta del Comune: dopo giorni di polemiche politiche sempre più roventi, l’8 ottobre Marino annuncia le dimissioni, formalizzate quattro giorni dopo, presentando la decisione “non come segnale di debolezza o addirittura di ammissione di colpa per questa squallida e manipolata polemica sulle spese di rappresentanza e i relativi scontrini”.

Più che una svolta, si rivela però una moratoria, l’inizio di tre settimane di attesa, dubbi e tentativi di mediazione puntualmente falliti: il 29 ottobre, rinvigorito anche da sit-in dei suoi sostenitori in piazza del Campidoglio, il chirurgo dem ritira – a sorpresa – le sue dimissioni con una lettera in cui ammette alcuni errori ma rivendica la bontà del lavoro svolto da primo cittadino. Sono ore frenetiche, segnate dalla conferma che Marino avrebbe taciuto per qualche giorno alla Giunta la notizia di essere indagato. “Voglio un confronto trasparente in Aula con la mia maggioranza”, attacca, ma il Pd ha deciso di mettere la parola fine alla storia: i consiglieri eletti nelle file del partito e i loro colleghi ‘alleati’ si mettono d’accordo per le dimissioni in blocco, mossa che una volta formalizzata davanti ad un notaio apre la strada all’arrivo del commissario e a nuove elezioni. Dal 30 ottobre 2015 Marino non è più sindaco di Roma (resta ancora un giorno in carica per l’ordinaria amministrazione) e denuncia in una affollatissima conferenza stampa: “Mi hanno accoltellato”. E chi lo fatto “ha nome, cognome e un unico mandante”. (AGI)

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