TwitterFacebookGoogle+

Matrimonio indissolubile? Sì, ma per pochi eletti

Non solo la dottrina della Chiesa, ma le stesse parole di Gesù sul matrimonio sono ormai reinterpretate nei modi più diversi. Secondo il biblista Silvio Barbaglia, nei Vangeli l’indissolubilità assoluta vale solo per le coppie che vivono come fratello e sorella “per il regno dei cieli”

di Sandro Magister – 
ROMA, 25 aprile 2016 – Tra le quasi 60 mila parole dell’esortazione apostolica postsinodale, le parole “indissolubile” e “indissolubilità” ricorrono appena 11 volte. E nemmeno una volta nell’ampio e cruciale capitolo ottavo, quello sulle coppie “cosiddette irregolari”:

> “Amoris lætitia”

Ma nulla vi si trova scritto di chiaro ed esplicito che intacchi il dogma dell’indissolubilità del matrimonio cristiano.

Stando infatti al cardinale Christoph Schönborn – esegeta ufficiale dell’esortazione per investitura di papa Francesco –, le eccezioni che qua e là vi balenano riguardano solo il “discernimento personale e pastorale dei casi particolari” ma non toccano in nessun modo la dottrina, né tanto meno mettono in forse la permanente assolutezza delle parole di Gesù contro il divorzio: “Non separi l’uomo ciò che Dio ha unito” (Matteo 19, 6).

In realtà, su questo punto specifico, né il dogma né i Vangeli risultano oggi al riparo da contestazioni e reinterpretazioni, ai vari livelli della Chiesa e anche dopo la pubblicazione della “Amoris lætitia”.

Per quanto riguarda la dottrina dell’indissolubilità, infatti, sono ormai numerosi coloro che teorizzano che l’amore sponsale possa “morire” e con esso anche sciogliersi il vincolo sacramentale. Per non dire della prassi diffusa di dare la comunione ai divorziati risposati, anch’essa una smentita di fatto dell’indissolubilità del matrimonio.

Solo pochissimi esegeti, però, si sono finora spinti a reinterpretare in modo radicalmente nuovo su questo punto gli stessi Vangeli, sostenendo che nemmeno per Gesù l’indissolubilità del matrimonio fosse un assoluto.

Uno di questi è il monaco camaldolese Guido Innocenzo Gargano, stimato studioso dei Padri della Chiesa, già priore del monastero romano di San Gregorio al Celio, docente al Pontificio Istituto Biblico e alla Pontificia Università Urbaniana, secondo il quale Gesù non ha affatto revocato la concessione mosaica del ripudio, né ha mai escluso dal regno dei cieli chi vi ricorra “per la durezza del cuore”:

> Per i “duri di cuore” vale sempre la legge di Mosè (16.1.2015)

> Cosa direbbe Gesù se fosse un padre sinodale (3.7.2015)

Un altro è il biblista Silvio Barbaglia, sacerdote della diocesi di Novara e docente di Sacra Scrittura presso la facoltà teologica dell’Italia settentrionale, in un saggio che è da pochi giorni in libreria:

> S. Barbaglia, “Gesù e il matrimonio. Indissolubile per chi?”, Cittadella Editrice, Assisi, 2016

La sua esegesi batte una via diversa da quella di padre Gargano. A suo giudizio Gesù ha sì detto parole inequivocabili sull’indissolubilità del matrimonio. Ma le ha dette non per tutti, ma soltanto per una cerchia ristretta dei suoi discepoli, le coppie sposate che avevano lasciato tutto – parentado, proprietà, consuetudini – per seguirlo nella missione itinerante, in fedeltà matrimoniale assoluta ma anche, da lì in avanti, in continenza sessuale perfetta, come “eunuchi per il regno dei cieli”.

E gli altri discepoli, molto più numerosi, che non seguivano Gesù in missione ma restavano nelle loro città e villaggi e all’interno di famiglie di tipo patriarcale? A questi – spiega Barbaglia – Gesù non chiedeva l’immediato distacco dalle tradizioni mosaiche, compreso il “libello di ripudio”. Essi però potevano vedere nelle coppie missionarie che vivevano in castità come fratello e sorella l’anticipazione profetica della vita dei risorti, “dove non si prende né moglie né marito ma si è come angeli nel cielo” (Matteo 22, 30), e ne potevano trarre stimolo per “una via di purificazione” dei propri modelli matrimoniali, ancora segnati da tratti non conformi – ripudio, poligamia, ecc. – rispetto a “com’era in principio”, ad Adamo ed Eva prima del peccato.

Anche Paolo – prosegue Barbaglia – fece lo stesso. Ad alcuni, alle coppie che partivano in missione, come Aquila e Priscilla, proponeva la scelta profetica: “Il tempo ormai si è fatto breve: d’ora innanzi, quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero” (1 Corinzi 7, 29). Ma agli altri, i più, non chiedeva l’astinenza sessuale, ma una relazione il più possibile stabile e fedele.

E lo stesso dovrebbe fare anche la Chiesa d’oggi, secondo Barbaglia. Non “universalizzare” per tutti il dogma dell’indissolubilità, in ogni condizione di spazio e di tempo, ma distinguere tra due gradi della vita matrimoniale: quello dei pochi chiamati a una particolare vocazione sponsale “per il regno dei cieli”, e quello della moltitudine.

Per la moltitudine il vincolo matrimoniale si fonderebbe semplicemente sul battesimo e per celebrarlo come matrimonio cristiano basterebbe una semplice benedizione.

Mentre il sacramento vero e proprio del matrimonio sarebbe riservato solo ai pochi che lo abbracciano “per il regno dei cieli”, magari dopo anni di vita di coppia da semplici sposi cristiani e dopo aver avuto figli. Il sacramento segnerebbe l’inizio di una nuova vita povera e missionaria, con rinuncia all’esercizio della sessualità e con fedeltà indissolubile anche dopo la morte di uno dei coniugi.

L’indissolubilità varrebbe quindi in modo assoluto solo per questi pochi, mentre per i molti – scrive Barbaglia – avrebbe “forma relativa, sebbene tensionale rispetto a quella assoluta”. E questa situazione, “che è quella comune e ordinaria per la maggioranza dei cristiani, potrebbe permettere di risolvere positivamente anche l’annoso problema della comunione ai battezzati, divorziati ma risposati, che nella Chiesa chiedono di ricominciare una nuova vita di fedeltà”, con o senza un previo cammino di penitenza a seconda delle responsabilità di ciascuno nella rottura del precedente vincolo.

Questo doppio grado di matrimonio Barbaglia lo presenta come un “esercizio di scuola”, per ora solo teorico, derivato dalla suddetta esegesi dei Vangeli. A cui aggiunge anche un’altra “ipotesi”, relativa a un clero sposato.

Come nella Chiesa primitiva preti e vescovi coniugati esercitavano il ministero astenendosi però dai rapporti sessuali con le spose, così, secondo Barbaglia, potrebbe avvenire di nuovo anche nella Chiesa cattolica di domani.

Diaconi, preti, vescovi eserciterebbero il ministero nei rispettivi stati celibatari o matrimoniali, “ma entrambi connotati dall’essere ‘eunuchi per il regno dei cieli’, come nel gruppo apostolico gesuano e nella Chiesa delle origini”.

Un “esercizio di scuola”, quest’ultimo, che non troverà molto favore in chi fa campagna per l’avvento di un clero sposato, ma certo non lo immagina in continenza sessuale perfetta.

__________

Silvio Barbaglia è un esegeta non privo di originalità. Il suo penultimo libro è il seguente:

> S. Barbaglia, “Il digiuno di Gesù all’ultima cena. Confronto con le tesi di J. Ratzinger e di J. Meier”, Cittadella Editrice, Assisi, 2011

Nella secolare disputa tra chi sostiene che l’ultima cena fu una cena pasquale e chi invece – seguendo la cronologia di Giovanni – la anticipa alla sera precedente, Barbaglia prende posizione mostrando un accordo pieno tra i quattro Vangeli. A suo giudizio l’ultima cena di Gesù è stata una “cena di digiuno” nella sera di Pasqua, per stare in mezzo ai suoi discepoli come “colui che serve”.

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351280

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.