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Mattarella, "Dalla Chiesa esempio per i giovani"

(AGI) – Roma, 3 set. – “Il sacrificio di uomini e donne impegnati nella lotta alla violenza mafiosa e nella strenua difesa dei principi democratici costituisce un costante e severo richiamo, per le istituzioni e i cittadini, a una comune offensiva contro ogni forma di criminalita’ organizzata e le sue ramificazioni nel tessuto sociale”. Lo afferma il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una dichiarazione nella ricorrenza del 33esimo anniversario del vile attentato in cui persero la vita il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. “Desidero – riprende – rendere il partecipe e commosso omaggio del popolo italiano e mio personale alla loro memoria. Il Prefetto Dalla Chiesa, con la sua inflessibile battaglia contro l’insidiosa opera di organizzazioni terroristiche e criminali e la sua azione intelligente e tenace, rappresenta particolarmente per le nuove generazioni un grande esempio”. Il Capo dello Stato richiama alla offensiva “contro ogni forma di criminalita’ organizzata e le sue ramificazioni nel tessuto sociale” e ricorda che “con la ferma convinzione che la salvaguardia dei valori della democrazia e della liberta’ vada garantita con la mobilitazione e il contributo di tutti i soggetti istituzionali e delle forze politiche e sociali, rinnovo le espressioni di vicinanza alle famiglie Dalla Chiesa, Setti Carraro e Russo”. Il prefetto e’ stato ricordato a Palermo. Corone di fiori sono state poste nel luogo dell’eccidio, in via Isidoro Carini. Tra i presenti la figlia Rita Dalla Chiesa, il ministro dell’Interno Angelino Alfano, il sindaco Leoluca Orlando, alcuni assessori regionali, ma non il presidente Rosario Crocetta. Poi la cerimonia presso la caserma intitolata al generale, sede del comando regionale dei carabinieri. Dalla Chiesa era gia’ stato in Sicilia come ufficiale dei carabinieri dal 1949 ai primi anni ’50 e successivamente dal 1966 al 1973. Da generale aveva coordinato la lotta al terrorismo ed era stato nominato prefetto di Palermo dopo l’omicidio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, per fermare la mattanza mafiosa. Aveva chiesto piu’ volte, ma senza ottenerli, poteri effettivi di coordinamento della lotta a Cosa nostra. Cento giorni di impegno determinato, oltre ogni ostacolo, e di solitudine. Fino al tragico epilogo. Quel venerdi’ sembro’ davvero che fosse per sempre “morta la speranza dei palermitani onesti”. Durante i funerali, il cardinale Salvatore Pappalardo tuono’ dall’altare usando le parole di Tito Livio: “Dum Romae consulitur… Saguntum espugnatur. Mentre a Roma si pensa sul da fare, la citta’ di Sagunto viene espugnata e questa volta non e’ Sagunto, ma Palermo! Povera Palermo nostra”. Restano le ombre. I mandanti e alcuni esecutori sono stati condannati all’ergastolo. Ma, come disse l’attuale presidente del Senato Pietro Grasso, “per gli omicidi eccellenti bisogna pensare a mandanti eccellenti”. La loro ricerca sembra non avere fatto alcun passo avanti e l’unica verita’ giudiziaria e’ compendiata nelle sentenze di condanna per due sicari e per i vertici della cupola tra cui Toto’ Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco e Pippo Calo’. “Si puo’ senz’altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalita’ con le quali il generale e’ stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacita’ del generale”, affermo’ la sentenza con cui nel 2002 la corte d’Assise inflisse l’ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, e a 14 anni i pentiti Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Nell’ultima intervista a Giorgio Bocca, il prefetto spiego’ che “un uomo viene colpito quando viene lasciato solo”. E il pubblico ministero Nico Gozzo nella sua requisitoria parlo’ di “un delitto maturato in un clima di solitudine: Carlo Alberto Dalla Chiesa fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l’espressione di una effettiva e corale volonta’ dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso”. Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo ‘abbandono’: “Cosa nostra ritenne di poterlo colpire impunemente perche’ impersonava soltanto se’ stesso e non gia’, come avrebbe dovuto essere, l’autorita’ dello Stato”. Gli uomini della cupola erano gia’ stati condannati nel maxiprocesso nato proprio da un rapporto di Dalla Chiesa contro 162 esponenti di Cosa nostra e consolidato, nel suo impianto accusatorio, dal contributo di alcuni grandi pentiti come Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e Francesco Marino Mannoia. Il ‘superprefetto’, nato a Saluzzo (Cuneo) il 27 settembre del 1920, ritorno’ a Palermo con procedura d’urgenza dopo avere affrontato la malavita del nord, la mafia siciliana e le brigate rosse. Era la sera del 30 aprile del 1982, poco dopo l’uccisione del segretario siciliano del Pci, Pio La Torre, terzo uomo politico assassinato nel giro di qualche mese dopo Piersanti Mattarella, democristiano, presidente della Regione siciliana, e Michele Reina, segretario della Dc palermitana. Ma durante i suoi cento giorni a Palermo non ebbe quei poteri speciali piu’ volte inutilmente richiesti. (AGI) .
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