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May spera negli unionisti per governare

L’unica speranza per Theresa May si chiama Arlene Foster, la leader ultraconservatrice del Democratic Unionist Party (Dpu), la formazione che rappresenta i protestanti dell’Irlanda del Nord. Il voto anticipato che il primo ministro britannico aveva voluto con tanta determinazione, sperando di portare un successo elettorale al tavolo della Brexit, si è concluso con una figuraccia. Con lei il partito conservatore ha perso la maggioranza che aveva alla Camera dei Comuni ed è sceso a 318 seggi, 8 in meno di quelli necessari per avere la maggioranza assoluta. Nel gergo politico anglosassone si parla di “Hung Parliament”, ovvero Parlamento appeso. L’unica speranza sta nei dieci deputati del Dpu, che si troveranno i mano un potere negoziale enorme. Il ‘Guardian’ dà l’accordo per già fatto. Foster ha emesso un comunicato più cauto nel quale dà a intendere che il negoziato è tutt’altro che chiuso. 

La fronda interna dei ‘tories’

L’unica cosa certa è che May non avrà alternative se vorrà governare. L’unica possibile alternativa sarebbero stati i liberaldemocratici, vecchi partner di coalizione di David Cameron. Il partito più europeista d’Inghilterra non intende però andare al potere con una leader che al referendum si era schierata a favore del ‘Leave’, seppure in maniera tiepida. E se il segretario laburista, Jeremy Corbyn, vincitore morale delle elezioni, chiede a gran voce le dimissioni del primo ministro, i pezzi grossi dei ‘tories’, da Boris Johnson ad Amber Rudd, tacciono in maniera eloquente. Il Telegraph scrive di una May “isolata” e “ridicolizzata” all’interno del suo stesso partito, dove sarebbero in molti a volere la sua testa.

L’ex ministro delle Finanze di Cameron, George Osborne, il cui licenziamento fu uno dei primi atti di May una volta arrivata a Downing Street, nel frattempo pubblica tweet di questo tenore:

Here’s @Adamstoon1 view on Mrs May’s election result @EveningStandard pic.twitter.com/iQ4NXvZZ8A

— George Osborne (@George_Osborne) 9 giugno 2017

 

“Rispetteremo la promessa della Brexit”

“Farò un governo per rispettare la promessa di Brexit che il popolo britannico ha deciso”, è la prima dichiarazione di May dopo gli appena 15 minuti di colloquio avuti con la Regina Elisabetta a Buckingham Palace, parlando di fronte al numero 10 di Downing Street, con il marito Philip al suo fianco. May ha detto che il suo governo punterà sulla equità e sulle opportunità, e ha aggiunto che “nei prossimi cinque anni costruiremo un paese in cui nessuno, nessuna comunità resterà indietro”. Ma ciò di cui il paese ha più bisogno è sicurezza e certezza – ha proseguito – e solo un’alleanza di governo tra Conservatori e Unionisti può assicurarla nell’interesse dell’intero Regno Unito”. “Adesso mettiamoci al lavoro”, ha concluso May dopo aver letto la sua dichiarazione ai cronisti assiepati di fronte alla residenza del primo ministro britannico.

 

Il nuovo Parlamento britannico

Così la Camera dei Comuni dopo le elezioni legislative. Manca ancora un seggio da assegnare, quello di Kensington.

  • Partito Conservatore: 318 seggi
  • Partito Laburista: 261 seggi
  • Partito liberaldemocratico: 12 seggi
  • Scottish National Party: 35 seggi
  • Democratic Unionist Party: 10 seggi
  • Sinn Fein: 7 seggi
  • Plaid Cymru: 4 seggi
  • Verdi: un seggio
  • Altri: un seggio

Una scommessa finita male

Gli inglesi, si sa, amano le scommesse. Quella di Theresa May è però finita malissimo. Ha peccato di “hybris”, dice Paul Nuttal, leader dimissionario degli euroscettici dell’Ukip, scomparsi dal Parlamento avendo perso, con la Brexit, la loro ragion d’essere. La premier aveva convocato le elezioni anticipate sperando di accrescere i propri consensi e avere così un mandato più solido per le trattative sulla Brexit. Invece ha perso la maggioranza parlamentare ed è costretta ad un accordo di coalizione che le consetirebbe di governare con appena tre voti. E senza alcuna alternativa possibile.

I liberaldemocratici hanno chiarito poco dopo i primi exit poll di non avere alcuna intenzione di ripetere l’esperienza del governo di coalizione, inaugurata nel 2010, quando, sotto la guida di Nick Clegg portarono la loro – allora consistente (57 seggi) – pattuglia di deputati a sostegno del governo di David Cameron. L’ufficio stampa del nuovo leader del partito, Tim Farron, ha comunicato di “aver ricevuto un sacco di telefonate ma solo per essere chiari: diciamo no a qualsiasi coalizione. Nessun accordo”. “Abbiamo parlato con Theresa May questa mattina, approfondiremo con i Conservatori per esplorare la possibilita’ di portare stabilità alla nostra nazione in questo tempo di grandi sfide”, fa sapere invece la leader del Democratic Union Party, Arlene Foster.

Corbyn: “La Brexit prosegua come previsto”

Il Labour Party è “pronto a servire il paese”, ha dichiarato da parte sua Jeremy Corbyn, ribadendo la richiesta di dimissioni di Theresa May, che oggi “non ha un governo forte, stabile e con un programma”. Corbyn ha aggiunto che l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue deve procedere come previsto. Corbyn, si legge sul Guardian, ha rivendicato il buon risultato del Labour “dovunque” nel paese, in Galles e in Scozia. Tutti coloro che hanno lavorato a questo successo, ha sottolineato, “devono essere orgogliosi”. Si tratta di una pesante vittoria personale per un leader fortemente criticato all’interno del suo partito.

La Ue avverte: “Non c’è tempo da perdere”

A Bruxelles le torsioni della politica interna albionica interessano, però, poco. La campagna elettorale era stata quasi un’indesiderata pausa nelle trattative per il divorzio e il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, nell’inviare a May una lettera di congratulazioni, le ha ricordato che la tabella di marcia prevista dall’articolo 50 del trattato di Lisbona “non ci lascia tempo da perdere”. E, con una May azzoppata, ragionano fonti comunitarie, la strada verso una ‘soft Brexit’ sembra meno in salita. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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