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#MeToo arriva in Cina e diventa #WoYeShi (#我也是). Il movimento contro le molestie e gli abusi sessuali scaturito dallo scandalo di Harvey Weinstein a Hollywood non aveva attecchito quaggiù. Fino ad oggi. A rompere il silenzio è stata una donna di trent’anni, Luo Qianqian, che il primo gennaio, racconta il Guardian, ha scritto una durissima denuncia online raccontando dell’aggressione sessuale subita all’età di 18 anni da parte del suo supervisore. La forza di parlare arriva dodici anni dopo. “Non c’è più nessun bisogno di avere paura…dobbiamo alzarci in piedi con coraggio e dire ‘no'”, ha scritto, lanciando l’hashtag #WoYeShi, il corrispettivo del #MeToo che ha fatto il giro del mondo. 

In Cina l’80% delle donne ha subito molestie

Così, seppur lentamente, anche le donne cinesi iniziano a denunciare la misoginia, un fenomeno finora limitato soprattutto a causa del ferreo controllo di Pechino sui media. Secondo uno studio citato dal quotidiano anglosassone, l’80% delle donne cinesi ha subito molestie. Eppure sono pochissime le denunce. Secondo Leta Hong Fincher, esperta di movimenti femministi cinesi interpellata dal giornale, le ragioni vanno ricercate nella composizione della classe dirigente cinese, sostanzialmente maschile, in un Paese dove le concubine sono un costume antico e moderno. I leader del Partito Comunista Cinese sono “spaventati” dall’idea che alcuni membri di una élite “intoccabile” possano essere travolti da una simile campagna. Fincher non ha dubbi: #MeToo minaccia il potere, ed è così che la censura dei media si è intensificata.

Pechino ha paura di #MeToo

“Perché #MeToo non è arrivata in Cina?”, ha twittato Josh Chin del  Wall Street Journal . “Un articolo su uno studente dell’Università di Pechino che sostiene che l’istituto abbia messo in piedi un meccanismo per prevenire abusi sessuali è stato più volte censurato su Wechat (la popolare piattaforma di messaggistica, ndr)”, spiega Chin, che allega lo screenshot: “Questo contenuto non può essere visualizzato perché viola le regole”. La censura online blocca qualsiasi contenuto considerato pericoloso e che rischia di minacciare la stabilità sociale. La situazione non è migliorata negli ultimi anni, con un clima politico sempre più repressivo nei confronti degli attivisti e avvocati che si battono per i diritti umani. Nel 2016 cinque femministe cinesi erano state arrestate perché volevano distribuire nei mezzi pubblici volantini e adesivi contro gli abusi sessuali. 

Dopo Luo Qianqian le storie si moltiplicano 

#WoYeShi sta facendo, lentamente, breccia. Le storie si moltiplicano. La giornalista Huang Xueqin, vittima anche lei di un’aggressione nel 2012, sta conducendo un’indagine sulla violenza contro le donne. C’è poi la studentessa Zheng Xi, che recentemente ha lanciato una campagna pubblica contro le molestie sessuali, ispirata dal movimento americano contro il silenzio. Finora, dice ancora Fincher, è venuta alla luce “solo la più piccola punta dell’iceberg”.

La studiosa non teme ritorsioni su queste prime voci uscite allo scoperto: fino a quando questo fenomeno sarà gestibile, le autorità saranno presumibilmente inerti. “Non ci sono problemi se una singola donna parla della sua esperienza – ha spiegato – ma se qualcuna di queste donne la rende una grossa questione o comincia ad avere un prolungato sostegno sui social media, non ho dubbi che la polizia o qualcuno andrà a farle visita”. Invitandole a bere una tazza di tè – un modo di dire in Cina per indicare gli interrogatori condotti dalle forze dell’ordine.

Twitter@ASpalletta

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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