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Mettiamo un tetto agli stipendi

Articolo di Ferdinando Camon (Fatto 18.6.16)

“”In Italia non è stata accolta con l’attenzione che meritava una notizia proveniente dalla Francia, che riguarda il divario tra lo stipendio minimo e massimo nelle maggiori aziende quotate in Borsa. Quaranta personalità del mondo culturale, economico e politico francese hanno firmato una petizione con la quale chiedevano al governo di ridurre di oltre la metà il divario massimo tra gli stipendi. I quaranta firmatari della petizione, tra i quali l’economista Thomas Picketty, la sindaca di Parigi Anne Hidalgo, l’intellettuale Daniel Cohn-Bendit chiedono al governo di abbassare il divario al rapporto di 1 a 100. In Francia il terreno per una simile petizione è stato preparato dalla dichiarazione programmatica pronunciata da Hollande subito dopo l’elezione. Hollande aveva invitato le aziende ad auto-regolamentarsi, altrimenti si sarebbe reso necessario un intervento legislativo. Le aziende non si sono autoregolamentate. Dunque è necessario un intervento legislativo.
Ma la notizia non ha qui il suo vertice: il suo vertice sta nel successo della petizione, che in una giornata è passata da 40 firme a 10mila, e nel sostegno che le ha dato subito il primo ministro, Manuel Valls.
Valls ha pubblicamente dichiarato di essere d’accordo con la richiesta, perché quella è la strada che bisognerà seguire.
Da noi la situazione è pressoché identica, il divario tra il minimo e il massimo degli stipendi (e delle pensioni) arriva allo stesso rapporto, insostenibile. Da noi ci sono stipendi d’oro e stipendi da fame (letteralmente),e pensioni d’oro, da 3 mila euro al giorno, e pensioni da fame. Ci sono però anche aziende che vietano alla radice che il rapporto salga a questo livello, e al momento dell’assunzione impongono l’accettazione di uno statuto interno che blocca quel divario a un rapporto tollerabile: un mese fa il direttore della Banca Etica di Padova ha dichiarato che il suo stipendio (il più alto dell’azienda) è pari a 4,6 volte lo stipendio più basso, e non può, per statuto, superarlo di 6 volte. Questo statuto interno, che fissa il rapporto tra stipendio massimo e minimo, a noi italiani fa venire in mente la nascita dell’Olivetti, sotto l’ingegnere Adriano: allora l’azienda stabilì che tra il meno pagato degli operai e il più pagato degli ingegneri il divario doveva restare da 1 a 10. I fautori degli stipendi d’oro ai grandi manager dicono che, se l’attuale divario vien ridotto, i grandi manager se ne vanno l’azienda si svuota delle intelligenze migliori, perde il progresso e il successo. Ma la storia della Olivetti dimostra il contrario. La Olivetti richiamò fin da subito le migliori intelligenze del Paese (per restare nel mio campo, che è la letteratura, Geno Pampaloni, Paolo Volponi, Giovanni Giudici, Ottiero Ottieri lavorarono lì) e raggiunse un livello d’inventività e di produttività tra i più alti al mondo: poco prima che Adriano morisse (d’infarto, in treno) era arrivata a inventare e produrre una macchina (che chiamò Divisumma) che era un prototipo del computer, con un largo anticipo sulla concorrenza. L’azienda era nota per l’accordo e l’armonia al suo interno, anche nel rapporto tra base e vertice.
Un rapporto di 1 a 6, come nell’attuale Banca Etica, o da 1 a 10, come nella Olivetti delle origini, è un divario che funziona. Tutti lavorano con dignità e danno il massimo. Nel rapporto che corre oggi, di 1 a 240, chi riceve un duecento quarantesimo si sente trattato come un sottoumano, e non capisce perché dovrebbe lavorare per mantenere un sistema che non gli permette di vivere. Il divario attuale non è cristiano, non è marxiano, non è umano. Il primo ministro francese lo ammette e dice che bisogna necessariamente ridurlo.

Possiamo chiedere al primo ministro italiano, Matteo Renzi, di pronunciare le stesse parole del suo collega francese? Di dire che quel rapporto va ridotto di molto? Visto che siamo in Italia possiamo chiedere al nostro presidente di pensare al rapporto di 1 a 10 della nascente Olivetti, o di 1 a 6 dell’attuale Banca Etica? Non retroattivamente, perché non si può, ma d’ora in poi. Il primo ministro francese ha risposto nel giorno stesso in cui gli fu rivolta la richiesta. Aspettiamo la risposta del nostro presidente del Consiglio.””

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