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#metwo, il cuore diviso in due dei tedeschi di origine straniera

Sui social network tedeschi corre un nuovo hashtag: #metwo. L’assonanza è con il movimento #metoo ma qua le molestie sessuali non c’entrano. C’entra il “cuore diviso in due” dei cittadini tedeschi di origine straniera, come il calciatore della nazionale Mesut Özil, che, dopo un mondiale non proprio felice per la Germania, ha lasciato la Nazionale accusando di razzismo il presidente della Federcalcio tedesca Reinhard Grindel, che non lo avrebbe difeso a sufficienza dalle critiche che sono piovute su di lui dopo la disastrosa eliminazione al primo turno. 

“Agli occhi di Grindel e dei suoi sostenitori, io sono tedesco quando vinciamo, ma io sono un immigrato quando perdiamo”, aveva scritto il giocatore che fu tra i pilastri del trionfo del 2014, “ho due cuori, uno tedesco e uno turco”. Due persone in un corpo solo. ‘Me two’, appunto. Nè davvero tedesco, né davvero turco. In un mondo dove in Europa riemergono le identità delle piccole patrie e flussi migratori non gestiti generano reazioni xenofobe, mentre Erdogan, l’uomo forte di Ankara, esaspera una retorica nazionalista che sta avendo effetti laceranti sulla comunità turca locale. Gli eredi di quelle migliaia di turchi, che arrivarono come “lavoratori ospiti” per aiutare la ricostruzione di un Paese distrutto dalla guerra, a volte non vogliono sentirsi tedeschi e non ci pensano nemmeno e altre si sentono tedeschi eccome ma non vengono percepiti come tali dagli autoctoni.

Non è una questione (solo) di razzismo

“I seguaci di Erdogan sono come i seguaci di Afd​”, il partito nazionalista che si è imposto alle ultime elezioni. Ad averlo dichiarato all’agenzia Dpa, lo scorso giugno, è un tedesco di origine turca, Cem Özdemir, l’ex leader dei Verdi. Il riferimento era ai festeggiamenti per le strade tedesche dei sostenitori del presidente turco dopo la sua rielezione. È anche questo il contesto nel quale è nato il caso Özil. E quella controversa foto del calciatore con Erdogan era stata percepita quasi come un “tradimento” da parte di un uomo che fino a poco prima era considerato come un simbolo dell’integrazione di successo.

Sotto l’hashtag #metwo corrono invece storie molto diverse. Di chi ha origini persiane o arabe ma viene comunque considerato a prescindere turco. Di chi, come il giornalista dello Spiegel Hasnain Kazim, essendo l’unico non bianco nel treno, è l’unico che si vede chiedere i documenti dalla polizia (anche se qua il clima successivo agli attentati jihadisti che hanno colpito il Paese ha il suo ruolo).

Wenn ich im übervollen Zug der einzige Nichtweiße bin, Polizei steigt ein, und der einzige, der seinen Ausweis zeigen muss, bin ich. #MeTwo

— Hasnain Kazim (@HasnainKazim) 26 luglio 2018

O di ragazzi (oggi anatolici, ieri magari calabresi) che si diplomano con il massimo dei voti ma vengono indirizzati verso una scuola professionale dove “troveranno più persone come loro”. Come è avvenuto, ad esempio, a Miriam Davoudvandi, direttrice della rivista musicale Splash, che narra di come un’insegnante cercò di inserirla in una classe di livello più basso perché potesse stare con alunni più “simili” culturalmente a lei. 

4. klasse, es geht um weiterführende schulen. ich bin klassenbeste.

lehrerin empfiehlt hauptschule, damit ich „unter gleichgesinnten“ bin.

eltern können kaum deutsch und vertrauen lehrerin. bekannte greift zum glück ein.

5. klasse: ich bin klassenbeste auf dem gymnasium#metwo

— Miriam (@labiledeutsche) 26 luglio 2018

O storie di donne, magari figlie di coppie miste, che si sentono domandare perché non portino il velo, sebbene siano cristiane o agnostiche. Di chi in Germania è nato, senza mai apprendere la lingua dei padri, ma si sente chiedere comunque “da dove viene davvero”. Come Ali Can, che ha lanciato l’hashtag spiegando come i suoi interlocutori insistano quando dice che viene dalla Münsterland.

Woher kommen Sie?
Aus dem Münsterland.
Nein, woher kommen Sie wirklich?
Ich bin Deutscher. Meinen Sie eher meinen Migrationshintergrund? #MeTwo solche Gespräche passieren wirklich, sind aber nicht integrationsfördernd! #MeTwo

— Ali Can (@alicanglobal) 26 luglio 2018

A volte chi fa queste domande non ha intenti razzisti, agisce in modo naturale è quasi senza malizia. Semmai c’entra l’ignoranza, intesa nel senso più letterale, come mancanza di conoscenza. Un musulmano non è necessariamente integralista, un arabo non è necessariamente musulmano, un immigrato di seconda generazione può non capire una parola del dialetto avito e così via.

Ma c’è anche una questione più profonda, che è più penoso sollevare, perché almeno in parte senza soluzione. ll percepire il diverso come “altro” è innato e questo è più vero nelle terre, come la Germania, che non sono circondate da mari e dove la stessa diffidenza veniva riservata fino agli anni ’90 agli immigrati greci o italiani che, a sposare una donna di pura razza teutonica, rischiavano di non ritrovarsi i suoceri al matrimonio. Queste storie di ordinario pregiudizio, di normale discriminazione, almeno in parte rischiano di essere paradigmatiche di quelli che appaiono quasi limiti strutturali all’integrazione: per una parte della popolazione, forse maggioritaria, “sangue e suolo” contano. Non è una posizione politica o ideologica, è così e basta. Gli episodi raccontati in questi giorni dai tedeschi di origine straniera su Twitter sono raramente pestaggi o aggressioni. Diverse volte sono insulti, certo.

Growing up as a mixed kid in Germany two terms I heard the most on playgrounds and at school: „Ausländerbaby“ and „Mischlingsbastard“ #Metwo

— Rachel Baig (@rachel_baig) 26 luglio 2018

Ma sovente sono episodi piccoli, banali, quasi innocui ma che lasciano un segno profondo nella costruzione della propria identità. Che resta divisa in due. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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