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“Mio figlio, jihadista”. Parla la madre di Youssef Zaghba

“Mi ha chiamato al telefono giovedì scorso, nel primo pomeriggio. Con il senno di poi mi rendo conto che quella nei suoi piani era la telefonata di addio. Pur non avendomi detto nulla di particolare, lo sentivo dalla sua voce”. A parlare in esclusiva all’Espresso è Valeria Khadija Collina, la madre di Youssef Zaghba, uno dei tre terroristi responsabili dell’attentato che ha ucciso sette persone a Londra. La donna è stata avvertita della morte del figlio dagli agenti della Digos di Bologna, città in cui vive. Pensava fosse per la denuncia di scomparsa che aveva fatto. Gli agenti però l’hanno subito fermata: “Purtroppo non siamo qui per questo, siamo venuti per dirle un’altra cosa. Suo figlio è morto”.

“Dovevo andarlo a trovare per la fine del Ramadan”

La donna, convertitasi all’Islam, racconta di quell’ultima telefonata: “Abbiamo scherzato su come mi avrebbe accolta all’aeroporto di Londra. Sarei dovuta andare a trovarlo fra dieci giorni per festeggiare con lui la fine del mese di Ramadan”, già il giorno dopo però, “non rispondeva più. Mi ha chiamato suo padre dal Marocco per dirmi che non riusciva a rintracciarlo. Allora ho chiesto a un suo amico di Londra di andarlo a cercare. Non l’ha trovato da nessuna parte”. Poi ha scoperto che gli attentatori identificati “erano suoi amici e mi sono detta che magari si stava nascondendo dalle autorità per non finire nei guai, visto che in Italia era ancora monitorato”.

Quei video sulla Siria

“In passato – continua – ancora prima che cercasse di prendere” un volo per la Siria dove venne bloccato dalla Digos, “mi mostrò qualche video su quel Paese. Ma non mi parlò mai di andare a combattere”. “Quando i figli sbagliano, i genitori si danno sempre qualche colpa. Ma io ce l’ho messa tutta e penso che lui sia stato logorato all’interno. Abbiamo sempre controllato le amicizie e verificato che non si affidasse a persone sbagliate. Aveva però internet ed è da lì che arriva tutto. Nè in Italia nè in Marocco, dove studiava informatica all’Università di Fes, si era mai lasciato trascinare da qualcuno”. 

“Capisco gli imam che non vogliono celebrare il funerale”

Ora molti imam non vogliono celebrare il suo funerale. “Io li capisco – dice la donna – e condivido la loro scelta perché è necessario dare un forte segnale politico. Anche per dare un messaggio ai familiari delle vittime e ai non musulmani”. “Mi rendo conto che chiedere il perdono non vuol dire nulla – continua – per questo io mi impegno e prometto che dedicherò la mia vita per far sì che non accada più. In ogni modo possibile, insegnando il vero Islam alle persone, cercando di convincere le famiglie a riempire il vuoto che possono incontrare i loro figli. Dobbiamo combattere l’ideologia dello Stato Islamico con la conoscenza vera e io lo farò con tutte le mie forze”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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