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Morto Provenzano, porta nella tomba i segreti di Cosa Nostra

Palermo – “Binnu u tratturi” e il “ragioniere”. L’uomo delle stragi e della trattativa. Feroce con i suoi avversari e raffinato stratega mafioso che sapeva usare la violenza ma anche le arti della diplomazia bellica e della politica. Era tutto questo Bernardo Provenzano, morto stamane all’ospedale San Paolo di Milano, al termine di un declino fisico e mentale che aveva subito un’accelerazione negli ultimi due anni. Era stato catturato nella sua Corleone l’11 aprile 2006, in un masseria, tra ricotta e cicoria e numerosi pizzini con i quali dispensava ordini e gestiva affari e relazioni. Dieci anni dopo se ne e’ andato portandosi via, come ha detto anche il procuratore generale di Caltanissetta “molte verita’ e i grandi segreti di Cosa nostra“. Tra questi la vicenda della trattativa tra Stato e mafia, certo, oggi al centro di un processo; ma anche quella della sua presunta intenzione di collaborare che molti segreti avrebbe disvelato. A sopresa Domenico Gozzo che di Lari fu uno degli aggiunti e che oggi e’ sostituto Pg a Palermo, esprime un rammarico: “Mi rimarra’ sempre il dubbio che quel 31 maggio 2013 tutto potesse andare diversamente. Quando, cioe’, Provenzano espresse timidamente, e gia’ provato psichicamente, la possibile volonta’ di collaborare alla Procura di Palermo. Che era andata a sentirlo senza noi di Caltanissetta, nonostante diversamente si fosse deciso. Peccato per una fuga di notizie che immediatamente accadde, e che produsse l’inaridimento della possibile importantissima fonte di dichiarazioni. Senza contare che poi accaddero una serie di eventi…”. Misteri su misteri. Il questore di Palermo ha vietato i funerali pubblici; sara’ possibile solo un rito privato nel cimitero di Corleone, ma solo dopo l’autopsia disposta dalla procura di Milano per fugare ogni dubbio. Il sindaco del paesone siciliano, Lea Savona, che freme nell’attesa delle conclusioni della commissione prefettizia su possibili infiltrazioni, parla della morte del padrino come di “una liberazione da una presenza ingombrante, del nostro 25 aprile”. E non mancano le polemiche sulla mancata revoca del 41 bis, confermato ad aprile, e sul no alla scarcerazione ribadito fino a due giorni. “Era un vegetale. Piu’ volte ho chiesto la revoca del carcere duro ma la mia richiesta non e’ mai stata accolta”, dice lo storico legale Rosalba Di Gregorio. Cosicche’ per la Camere penali questa morte rapresenta “la sconfitta del diritto in un Paese che, pur di dimostrarsi ‘forte’, ricorre a ingiustificati provvedimenti simbolici che assumono il valore di una vendetta”. Di certo, Provenzano “porta con se’ tanti misteri, pezzi di verita’ che abbiamo il dovere di continuare a cercare”, incalza il presidente del Senato Pietro Grasso, “e’ stato per decenni il capo di Cosa nostra, il vertice delle piu’ segrete trame del nostro tempo. Nel 2006 riuscimmo a prenderlo, infrangendo il mito dell’invincibilita’ della mafia”.

E guarda gia’ oltre la presidente dell’Antimafia Rosy Bindi: “C’e’ ancora un capomafia latitante, Matteo Messina Denaro, ci auguriamo che venga quanto prima catturato”. Il compedio di quei misteri, o gran parte di questi, e’ al centro del processo sulla trattativa, di cui, se ci fu, Provenzano fu una pedina essenziale, lo stratega e il mediatore. E’ il capo corleonese a essere al centro della ricostruzione dei pm del processo che sta cercando di capire se e come i presunti accordi tra pezzi di Cosa nostra e pezzi dello Stato incisero sulla stagione delle stragi del ’92-’93, se rafforzarono l’intendimento dei boss di ricattare lo Stato, per ottenere l’ammorbidimento del carcere duro e altre concessioni, se contribuirono a creare l’aspettativa che le istituzioni potessero cedere al volere delle cosche. Il ruolo di “Binu” e’ stato delineato da Massimo Ciancimino; e collaboratori di giustizia considerati piu’ affidabili hanno riconosciuto a Provenzano la figura della cerniera tra le due parti in causa: la politica della mediazione e della sommersione piu’ che dello scontro frontale, della sapiente alternanza del delitto a scopo intimidatorio e “terroristico”, a cominciare dall’eliminazione di Salvo Lima, vede in Provenzano un elemento insostituibile, un “ragionatore” o “Ragioniere”. Attraverso il medico-boss Antonino Cina’, Provenzano avrebbe fatto conoscere le condizioni di Cosa nostra per fermare le bombe che, nella primavera-estate del 1992, avevano colpito prima Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino. Lui avrebbe scritto i pizzini a don Vito Ciancimino, altro terminale della trattativa e interlocutore proprio di “Binu”, lui avrebbe dettato tempi e modi di incontri e reciproche concessioni. Pentiti come Giovanni Brusca sostengono che Provenzano non sarebbe stato del tutto concorde con la linea sanguinaria di Riina. Cosa che non spiega pero’ come – a Riina catturato, a gennaio del 1993 – le stragi proseguirono al Nord, con la partecipazione e il mandato di uccidere dettato ancora una volta del “numero due” corleonese. I morti di Roma, Firenze e Milano e il fallito attentato contro i carabinieri, programmato il 23 gennaio 1994 allo stadio Olimpico di Roma, stanno li’ a dimostrare che nessuna vera intesa era stata raggiunta. Tuttavia, di recente anche Toto’ Riina, sia in alcune frasi da lui dette in presenza di agenti del Gom, che in quelle registrate in carcere, mentre discuteva col “compagno di socialita’” pugliese Alberto Lorusso, ha rilanciato le tesi del tradimento e dei contrasti con il suo vice. Cosa che confonde ulteriormente un quadro gia’ abbastanza appesantito da voci, dicerie, “tragedie” messe in giro ad arte e che contribuisce non poco ad alimentare il mistero su una stagione tragica e confusa come quella del ’92-’93. (AGI) 

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