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Nadia e Lamiya, schiave yazide che beffarono l'Isis

Roma – Sequestrate dopo il massacro di tutti gli uomini del loro villaggio, rese schiave sessuali, brutalizzate per mesi e infine scappate agli aguzzini dell’Isis: sono loro, Nadia Murad Basee Taha e Lamiya Aji Bashar, yazide sopravvissute alla prigionia nelle mani degli jihadisti dello Stato islamico, le vincitrici del Premio Sakharov 2016 assegnato dal Parlamento europeo. Di seguito, le loro tragiche storie, di violenza e riscatto.

NADIA MURAD BASEE TAHA

Nata a Kocho, nel Sinjar iracheno, Nadia viene rapita nell’agosto 2014 dagli uomini neri del Califfato, dopo il massacro di tutti gli uomini del suo villaggio. In quella strage, perde sei dei suoi fratelli e la madre, uccisa insieme ad altre 80 donne anziane perché ritenute prive di alcun valore sessuale. Lei, invece, viene portata via e sfruttata come schiava sessuale, sottoposta a innumerevoli abusi: tre mesi d’inferno, dai quali a novembre riesce a fuggire grazie all’aiuto di una famiglia vicina che di nascosto la porta al di là della zona controllata, permettendole di raggiungere prima un campo profughi nell’Iraq settentrionale e poi la Germania

Nel dicembre 2015 Murad prende la parola dinanzi al Consiglio di sicurezza dell’Onu nel corso della prima sessione in assoluto dedicata alla tratta di esseri umani, e pronuncia un forte discorso sulla propria esperienza. Nel settembre 2016, diventa la prima ambasciatrice di buona volontà dell’Onudc, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine. Il mese scorso, il Consiglio d’Europa le ha conferito il premio per i diritti umani Vaclav Havel.

LAMIYA AJI BASHAR

Sopravvissuta al massacro di Kocho, suo villaggio natale in cui trovano la morte il padre e i fratelli, Lamiya viene sequestrata e sfruttata come schiava sessuale, insieme alle sue sei sorelle. Venduta cinque volte tra i miliziani, viene costretta a fabbricare bombe e corpetti suicidi per gli jihadisti dello Stato islamico di Mosul. Tenta più volte di fuggire, ma senza successo. Finalmente, dopo 8 mesi di prigionia, riesce a scappare con l’aiuto di quel che resta della propria famiglia, che paga dei trafficanti locali. Al momento di attraversare la frontiera curda, però, inseguita dai miliziani dell’Isis, esplode una mina che uccide due suoi conoscenti, mentre lei resta ferita e quasi cieca. Fortunatamente, riesce a raggiungere il territorio controllato dal governo iracheno per poi essere trasferita in Germania per ricevere cure mediche. Lì si ricongiunge ai parenti sopravvissuti. Guarita, Aji Bashar si e’ adoperata per sensibilizzare il mondo sulla tragica condizione della comunità yazide e continua ad aiutare donne e bambini vittime della schiavitù e delle atrocità dello Stato islamico. (AGI)

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