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Nazimuddin Samad, lo studente ateo ucciso in Bangladesh

Proponiamo la traduzione di un articolo pubblicato sul sito della International Humanist and Ethical Union, organizzazione umanista internazionale di cui anche l’UAAR fa parte, che denuncia l’ennesima uccisione di un attivista laico in Bangladesh. Nel 2013 le proteste in piazza Shahbag a Dhaka, che hanno fatto emergere la voce laica del Bangladesh, hanno scatenato la reazione degli integralisti islamici, che hanno invocato a gran voce la morte dei blogger atei accusati di blasfemia. Il governo ha assecondato le pretese islamiste, procedendo alla repressione con l’arresto di alcuni attivisti.

Alla protesta internazionale verso questo abuso ha partecipato anche l’UAAR, con una manifestazione davanti all’ambasciata bengalese in Italia e una lettera alle autorità di quel paese. Ma il lassismo dell’esecutivo ha reso gli islamisti più feroci. Nel 2015 quattro blogger sono stati uccisi, con modalità mafiose: Avijit Roy, Washiqur Rahman Babu, Ananta Bijoy Das e Niloy Chowdhury Neel. In Bangladesh si respira ormai un clima pesante e i laici non hanno vita facile, a causa del radicalismo islamista che prende sempre più piede. Molti intellettuali laici sono inseriti in una lista nera, stilata da fanatici: diversi appunto sono stati uccisi, aggrediti o hanno subito minacce. In questi giorni, purtroppo un altro omicidio: quello di Nazimuddin Samad, anch’egli sulla hit list. Per questo lanciamo di nuovo un appello alle istituzioni internazionali e a quelle del Bangladesh affinché difendano la vita e i diritti di chi osa criticare l’integralismo islamico.

Nazimuddin Samad, studente di master ventottenne, è stato ucciso nella città vecchia di Dhaka mercoledì sera da presunti militanti islamisti che gridavano “Allah Akbar” mentre lo colpivano a morte.

Secondo resoconti di media locali, Nazimuddin è stato aggredito verso le 20:30 (ora del Bangladesh) del 6 aprile mentre tornava a casa a piedi, dopo le lezioni, con un collega. Tre uomini li hanno raggiunti su una moto, hanno colpito con un machete Nazimuddin, quindi gli hanno sparato mentre era steso al suolo. Non si sa attualmente dove si trovi il collega di Nazimuddin e, sebbene l’area sia stata descritta come affollata, gli assalitori si sono dileguati.

Nazimuddin veniva da Bianibazar, nell’area di Sylhet, ed era uno studente e attivista del locale Gonojagoron Moncho [le manifestazioni di piazza iniziate nel 2013 contro gli islamisti].

Omaggi e messaggi allarmati stanno riempiendo la bacheca Facebook personale di Nazimuddin, dove con regolarità postava critiche di stampo ateo e femminista verso l’islam. Era critico sia verso i partiti politici islamisti, sia verso gli errori del governo attuale. Poco prima di essere ucciso, aveva pubblicato un post in cui lasciava intendere che il partito di governo Awami League sarebbe caduto se non avesse attuato repentini cambiamenti, scrivendo (in bengali): “La situazione nel paese, il declino della legalità e dell’ordine nel paese, ci dicono che non può rimanere a lungo al potere”.

In un post precedente Nazimuddin aveva reagito al violento discorso di un religioso che citava il Corano contro le donne, contestando una delle affermazioni fatte (“l’islam è il più grande onore dato alle donne!”). Aveva risposto chiedendo giustizia per una ragazza, conosciuta come Tonu, che era stata stuprata e uccisa nell’area dei quartieri militari vicino la città di Comilla.

Nazimuddin aveva di recente contestato il sostegno del primo ministro Sheikh Hasina alle madrasse (scuole islamiche), sempre più legate al radicalismo islamista e a quel tipo di militanza nel paese. Nazimuddin aveva inoltre condiviso un post di Washiqur Rahman Babu, ucciso l’anno scorso in un attacco simile condotto da due studenti di madrassa che sostenevano di aver agito per ordine di qualcuno legato alle loro scuole islamiche.

In un altro post, aveva proposto in maniera satirica una strategia per battere la pressione aggressiva volta ad affermare l’islamismo nel paese, con queste parole: “Per favore, lasciate che venga introdotta la sharia anche solo per 5 anni in Bangladesh. Governate il paese con la legge di Medina. Vi garantisco che dopo questi 5 anni nessun musulmano del Bangladesh invocherà la legge islamica! Con le perdite e i danni che avremo dopo questi 5 anni, ce ne vorranno 1.400 per avere di nuovo un paese moderno”.

I media riportano che Nurul Amin, vice commissario della polizia del distretto di Sutrapur, ha detto che gli aggressori devono aver monitorato le attività di Nazim prima dell’attacco e che conoscevano la strada che faceva per tornare a casa. “Stiamo investigando concretamente sul caso per conoscere i motivi del delitto”, ha detto.

Reazioni

Il presidente della International Humanist and Ethical Union (IHEU), Andrew Copson, ha commentato:

È chiaro dai post e dall’attivismo di Nazimuddin che egli era un giovane impegnato politicamente e socialmente. Ha manifestato critiche verso certe figure religiose e dottrine radicali; quel tipo di idee che molte persone, non solo atei e umanisti ma anche credenti, esprimono in tutto il mondo, ogni giorno.

Ogni volta che una persona riflessiva e onesta come Nazimuddin è colpita a morte, evidentemente per non aver fatto altro che parlare in maniera franca di temi laici, politici e religiosi, noi e altri riteniamo sia fondamentale capire cosa ha detto, cosa ha fatto, di cosa ha scritto, e condividerlo. Sarà così visto da tante persone, molte più di quante non l’abbiano visto prima. E ricorderemo il suo nome e la lista crescente di coloro che sono stati isolati e uccisi da meschini estremisti carichi di odio, i quali pare pensino che le parole possano essere uccise. Non possono ucciderle.

Un post sulla piattaforma blog laica bengalese Mukto-Mona (“libero pensiero”) ha reagito all’attacco recente scrivendo: “Anche se nessuno ha rivendicato la responsabilità per questo omicidio, il modus operandi è molto simile a tutti gli altri omicidi compiuti da militanti islamisti estremisti in Bangladesh.”

Nel 2015, quattro blogger che si dichiaravano, a vario titolo, umanisti, atei e liberi pensatori, oltre a un editore di libri laici, sono stati uccisi da gruppi di uomini a colpi di machete. Nei loro scritti e nelle loro attività queste persone hanno tutte difeso la libertà di espressione e di credo e criticato l’islamismo radicale o particolari idee religiose (che consideravano in vario modo discriminatorie e dannose per la società). Se questo tipo di scritti e di attivismo, specialmente quando contengono critiche all’islamismo di stampo umanista, ateo o laico, sembrano attirare più facilmente i sicari, l’odio manifestato dagli islamisti bengalesi radicali si estende anche verso gli stranieri e le altre religioni; un volontario italiano e un investitore giapponese sono stati uccisi nel 2015, il primo a settembre e l’altro a ottobre; un sacerdote italiano è stato ferito con colpi di arma da fuoco a novembre ma è sopravvissuto e l’Isis ha rivendicato la responsabilità per l’accoltellamento di un convertito cristiano lo scorso mese, verosimilmente come “lezione per gli altri”.

Nell’agosto del 2015, l’IHEU ha coordinato una estesa lettera aperta, firmata da organizzazioni per i diritti umani, gruppi laici e religiosi della società civile e numerosi accademici, scrittori e altre personalità bengalesi, per chiedere al governo di attivarsi per proteggere coloro che erano minacciati e per portare gli assassini davanti alla giustizia. Non è arrivata alcuna risposta e, nonostante diversi arresti, nessuno è stato dichiarato colpevole per gli omicidi dello scorso anno. I pubblici ufficiali, compresi alti esponenti del partito di governo, hanno dato la colpa ripetutamente agli attivisti laici per aver “ferito i sentimenti religiosi”, che è considerato un crimine nel paese sulla base della legge quadro sull’informazione e la comunicazione.

La redazione

 

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