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Né puttane né sottomesse

DonneIl saggio di Rita El Khayat, di cui anticipiamo un paragrafo su Babylon Post, è pubblicato per intero con il titolo Le donne e la strada, sul n. 118 di Lettera Internazionale.

Il saggio di Rita El Khayat, di cui anticipiamo un paragrafo su Babylon Post, è pubblicato per intero con il titolo “Le donne e la strada” sul n. 118 di Lettera Internazionale in libreria in questi giorni.

Gli altri testi, presenti sulla rivista intitolata “Corpo umano, corpo urbano”, sono di Richard Sennett e di Franco Arminio sull’insensibilità e l’indifferenza delle città; di Thierry Paquot, di Eduardo Subirats, che intervista Oscar Niemeyer, e di Pietro Laureano sulla sensualità, la rotondità e la resilienza di Parigi, di Brasilia e di Matera; di Peter Marcuse, di Rachid Boutayeb, di Marcel Hénaff e di Davide Bennato sulle città che vorremmo: sostenibili, ospitali, diffuse e smart; di Giuseppe O. Longo, di Boris Groys sulle città e gli spazi virtuali; e, infine, l’articolo di Pier Aldo Rovatti su Trieste.

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Né puttane né sottomesse

di Rita El Khayat

[…] In Marocco, le donne subiscono ogni sorta di violenza nelle città, soprattutto a Casablanca. Nel luglio 2012, si è arrivati perfino allo stupro in pubblico nel quartiere popolare di Hay Mohammadi senza che nessuno reagisse.
Si tratta di un quartiere di migranti di prima generazione, arrivati dalle campagne negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento e che hanno continuato a confluire qui quando la vita in campagna è diventata intollerabile (siccità, carestie.).
A partire dagli anni Settanta, l’ondata migratoria li ha condotti in Occidente, dove le figlie dei migranti se la sono cavata meglio dei ragazzi, hanno studiato di più e con risultati migliori, si sono inserite in modo più diffuso nel mondo del lavoro e hanno raggiunto ruoli di alto livello, diventando perfino ministre (Fadila Laanane alla Cultura in Belgio, Rachida Dati alla Giustizia e Najat Belkacem alla Famiglia e alle Pari opportunità, in Francia).
Nel Terzo mondo, baraccopoli, slums, vincedades, favelas sordide raggruppano un’umanità che cerca miseramente di sopravvivere a ogni costo, con un’influenza diretta dell’ambiente sulla produzione di violenza – si pensi all’influenza dell’architettura urbana dei grandi quartieri poveri sui giovani che ci abitano. Ovunque, lo stupro delle giovani donne è molto frequente e gli stupri di gruppo sono diffusi.
Altre cause più profonde di natura culturale si aggiungono a quelle appena viste. Per esempio, la crisi della mascolinità, dovuta alla meccanizzazione del lavoro che ha tolto valore alla forza fisica, ha favorito le violenze sessuali o, in ogni caso, la misoginia. I paesi d’origine dei giovani immigrati in Occidente esaltano la superiorità della virilità e non sono neanche sfiorati dagli ideali femministi. Le ragazze, vittime di numerosi attentati alla loro libertà di scelta, hanno ottenuto un riconoscimento mediatico nei paesi d’accoglienza, come l’associazione francese “Ni putes ni soumises”. I valori dei giovani che vivono nei quartieri di immigrazione si caratterizzano per un sincretismo in cui si mescolano l’individualismo tipico della società dei consumi e i comportamenti gregari e clanici, fondati sulla difesa del territorio e dell’onore del gruppo, voltando le spalle sia alla cultura modesta, paziente, spesso rassegnata, dei primi immigrati, soprattutto maghrebini, sia ai valori anticonsumistici, se non idealistici, difesi da una parte della gioventù proveniente dalle classi medie locali.

Poiché lo Stato si definisce come l’ente monopolizzatore della violenza fisica legittima, la risposta istituzionale alla violenza urbana è tutt’altro che scontata. La violenza urbana è una cosa molto grave dal punto di vista politico, perché mette in crisi la capacità dello Stato di rispondere all’istanza di difesa dei cittadini, cosa che è alla base del patto sociale. Se vuole essere credibile, qualunque Stato deve dare una risposta al problema della violenza nelle città attraverso la repressione, la prevenzione, l’intervento di una giustizia autorevole. Nell’agosto del 2013, il caso dell’Egitto è stato esemplare: lo statuto e la condizione delle donne sono un indicatore infallibile per giudicare gli standard di sviluppo di un Paese; la guerra civile scoppia là dove il popolo non è più in grado di esercitare i suoi diritti.
In Marocco, alla riapertura del Parlamento nell’autunno 2013, il re ha messo l’accento con forza sullo stato di degrado della città di Casablanca, assumendo il ruolo, inedito per un monarca marocchino, di chi si interessa alla vita dei cittadini e delle donne. Di fatto, Mohammed VI ha fatto progredire di molto la condizione delle donne che godono del codice della famiglia più avanzato del mondo arabo-islamico. In effetti, la violenza di Casablanca è quasi pari a quella della Chicago dell’inizio del XX secolo, per quanto riguarda traffici illegali, prostituzione e violenza.
Caratteristica di questi fenomeni di violenza è che le donne sono passive: che partecipino o che si oppongano alla violenza, esse si mettono a fianco degli uomini, ai loro ordini, e sono protette o trasformate in vittime dagli uomini. Abbiamo visto stupri pubblici di donne in Piazza Tahrir al Cairo; abbiamo visto il caso della ragazza violentata da un agente di polizia a Tunisi perché era in macchina con un ragazzo. L’agente è stato dichiarato non colpevole dagli islamisti perché “che cosa ci fa una ragazza da sola con un uomo? Sesso!” Solo oggi veniamo a sapere del dramma di migliaia di donne violentate selvaggiamente per ordine di Gheddafi e di suo figlio Sayf al-Islam durante la guerra civile. Queste donne vogliono essere riconosciute come vittime di guerra ed essere indennizzate dallo Stato.

L’aumento della violenza non è imputabile a una categoria particolare di individui, ma alla generalità dei comportamenti aggressivi negli vari strati sociali di tutte le popolazioni del mondo. Ciò che deve ancora trovare una spiegazione è il comportamento di alcune donne che pensano che la loro liberazione passi attraverso lo sfogo della loro violenza.
Sarebbe necessario approfondire i fenomeni di violenza intervistando le persone sugli episodi di cui sono state vittime, che siano stati denunciati alla polizia oppure no. Nel Terzo mondo le denunce sono impossibili e inutili. Per esempio, le donne che vengono scippate denunciano il furto solo quando vengono ferite, cioè solo nel 20% dei casi, e ciò perché la polizia non arresta quasi mai i ladri essendo piena di lavoro e con poco personale.
Lottare contro gli effetti della violenza o il senso di insicurezza proteggerebbe in primo luogo le donne. Sempre a Casablanca, nell’estate del 2011, per esempio, un violentatore si era specializzato nella violenza contro donne sole e di condizione sociale elevata. Le seguiva, le bloccava nell’ascensore o nel garage minacciandole con un coltello, le legava, le violentava e le rapinava. Contrariamente agli altri tipi di violenze civili, le “violenze urbane” hanno effetti che vanno oltre le loro vittime dirette. Siccome la sicurezza è diventata un mercato, la relazione con la realtà violenta passa solo in parte attraverso l’esperienza diretta che se ne può avere. Insomma, la lotta contro le violenze urbane deve tenere conto di due aspetti che solo in parte sono connessi: il primo, quello della violenza reale; il secondo, quello della violenza indiretta o percepita.
Dappertutto, bisognerebbe vincere la violenza, in tutte le fasi della vita umana.
A New York, la terza causa dei decessi tra gli adolescenti di Harlem è l’omicidio e l’80% ha vissuto l’esperienza della morte di qualcuno che gli era vicino a causa della criminalità, ragazzi e ragazze senza distinzione. […]

Traduzione di Anna Zoppellari
© Rita El Khayat
Per la traduzione italiana © Lettera Internazionale

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