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Nei giorni di festa i negozi possono sempre imporre l'apertura? Il caso Oriocenter

“No ai negozi aperti nei giorni di festa”: lo hanno messo nero su bianco la metà dei 3.000 lavoratori del centro commerciale Oriocenter di Bergamo, il più grande d’Italia collocato strategicamente nelle vicinanze dell’aeroporto. Qui, in questo spazio immenso che ospita 280 negozi, si sta combattendo una guerra per far sì che Natale e Santo Stefano non facciano la stessa fine delle altre festività eliminate dal calendario delle chiusure. “Dopo il primo maggio, Ferragosto, 25 aprile, 2 giugno, Ognissanti, Immacolata, Epifania, Pasquetta e tutte le domeniche del mese, c’era rimasto solo Natale. Ora vogliono toglierci anche questo”, racconta a Linkiesta Flavia, 25 anni, rappresentante della seconda generazione dei lavoratori dell’Oriocenter. “Si parla tanto di famiglia, ma poi guai se non compri una maglietta il giorno di Natale! Mica salviamo la vita di qualcuno vendendo panini e mutande! Qui ci sono mamme sole o divorziate. Che fanno? Lasciano i figli soli a Natale? I nostri sono bambini di serie B?”, gli fanno eco le colleghe Manuela e Sara.  La battaglia per ora procede a suon di firme in calce a una petizione intitolata “Santo Natale, Santo Stefano, Capodanno non si lavora!”

Cosa sta succedendo

Il caso è scoppiato quando dal Consorzio operatori Oriocenter, il 10 novembre hanno spedito la circolare che annunciava, per la prima volta nella storia del centro, l’apertura totale per il 26 dicembre dalle 9 alle 22, come un qualsiasi giorno feriale, e fino alle 23 per l’area food e cinema, dove si lavorerà dalle 17 alle 23 anche il giorno di Natale e il primo dell’anno. Dopo la notizia, il primo a imbracciare le armi è stato un gruppetto di commesse. Dopotutto a Oriocenter oltre otto lavoratori su dieci sono donne. Molte delle quali arrivate dietro le casse dei negozi del centro commerciale dopo la chiusura di alcune fabbriche della bergamasca. 

Il timore dell’apertura tutto l’anno

Oriocenter è stato il primo in Italia ad aprire 52 domeniche all’anno, senza dover aspettare il “salva Italia” di Monti, ma sfruttando una legge regionale confezionata ad hoc che lo identificò come “polo turistico” per la sua vicinanza all’aeroporto. Ora, secondo i sindacalisti, l’obiettivo finale è che il centro rimanga aperto tutti i giorni, 365 giorni l’anno. Mentre ai piani alti di Oriocenter il timore che serpeggia è quello di vedere i lavoratori incrociare le braccia come accaduto in Amazon nel giorno del Black Friday.

Secondo quanto riportato dall’Eco di Bergamo, due settimane fa, con un presidio all’esterno del centro commerciale e una breve manifestazione al suo interno, i sindacati avevano chiesto che le proteste e le proposte dei lavoratori fossero ascoltate da tutti gli attori della vicenda: “Non è ancora arrivato il momento dello sciopero” avevano spiegato i tre segretari generali Mario Colleoni di Filcams Cgil, Alberto Citerio di Fisascat Cisl e Maurizio Regazzoni di Uiltucs Uil. “Tentiamo tutte le strade possibili del dialogo. Quella dello sciopero è l’ultima ratio, alla quale non rinunciamo, ma che vorremmo spendere nelle forme e nel momento migliore. Intanto, riteniamo utile proseguire la ricerca del confronto con la proprietà e con i negozi, oltre a continuare a incontrare i lavoratori e ascoltare le loro esigenze”.

L’appello ai politici

Nella stessa occasione, i sindacati Filcams Cgil Fisascat Cisl e UIilyucs Uil di Bergamo hanno indirizzato una lettera agli onorevoli bergamaschi: “Riteniamo vergognoso che nel lavoro festivo che coinvolge milioni di lavoratori (nonché elettori) in tutta Italia nel commercio e nei servizi, sia negli ipermercati come nei punti vendita di piccola e media dimensione, le persone vivano sacrifici costanti a fronte di salari che, spesso, non superano i mille euro al mese”. Non va meglio all’Oriocenter dove Lo stipendio medio per un full time è di 1.100 euro, ma la gran parte ha contratti part time a 24 ore.

“Stiamo parlando – proseguono i sindacalisti –  di lavoratrici e lavoratori che nella maggior parte dei casi, a seguito dei contenuti del decreto Salva Italia voluto dal governo Monti cinque anni fa, operano in esercizi aperti quasi 365 giorni all’anno. Persone a cui non viene data la possibilità di vivere liberamente le festività previste nel nostro Paese. Lavoratrici e lavoratori che in molti casi hanno contratti part time o che semplicemente sono stagisti o stagiste e che, quindi, non hanno di fatto alcun contratto di lavoro, bensì un patto formativo malgrado troppe volte svolgano un’attività lavorativa anche domenicale e festiva”, si legge in un passaggio della lettera che si chiude così: “Chiediamo il vostro intervento su un tema di carattere nazionale e che necessita di un’azione diretta del Parlamento. A voi, che quotidianamente dovreste agire considerando i bisogni di lavoratrici e lavoratori, chiediamo attenzione e riflessione su un tema che ha anche una valenza etica e sociale”.

La polemica si allarga. E Di Maio dice la sua

Intanto il dibattito di allarga su scala nazionale: è giusto o sbagliato temere i negozi aperti durante i festivi? Per il candidato premier del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio si tratta di un’iniziativa errata: “Ho un appello da fare a tutte le forze politiche. Prima delle feste di Natale, prima dello scioglimento della legislatura, il Senato deve approvare la proposta di legge a prima firma Michele Dell’Orco, già approvata alla Camera dei Deputati all’unanimità, che dice una cosa molto semplice: tutte le famiglie hanno il diritto al riposo anche quelle che posseggono o gestiscono esercizi commerciali. Famiglie più felici sono la premessa di una Italia più forte!”, scrive sul blog di Beppe Grillo.

Negozi chiusi durante le feste, famiglie più felici https://t.co/vevhiUZzqm

— Luigi Di Maio (@luigidimaio) 11 dicembre 2017

Poi entra nel merito della proposta che prevede che “su dodici giorni festivi all’anno sei devono essere di chiusura per i negozi. Questi giorni devono essere contrattati fra associazioni di categoria e i Comuni ma garantiscono che il 25% degli esercizi commerciali a rotazione deve restare aperto. Approvando questa legge si istituirebbe, inoltre, un Fondo per il sostegno delle piccole imprese del commercio. Le liberalizzazioni selvagge di Monti e dei decreti Bersani hanno fallito. Hanno solamente spalmato su sette giorni lo stesso incasso che i negozi facevano prima in sei. A fronte di nessun beneficio economico, le conseguenze sociali sono state disastrose”.

 Italia, unico Paese senza restrizioni

L’Italia è l’unico Paese europeo che non prevede alcuna restrizioni di orari (e di aperture) per festivi e superfestivi. La novità, ricorda il Corriere della Sera, è stata introdotta dal governo Monti che nel 2012 con il provvedimento ‘Salva Italia’ ha voluto liberalizzare del tutto gli orari degli esercizi pubblici. Tra i critici più accaniti, Federmoda: l’associazione aderente a Confcommercio, guidata da Renato Borghi. La proposta di Federmoda, che conta una forza lavoro di 80 mila persone in tutta Italia, è di solo quaranta fine settimana all’anno di lavoro. Non di più. Altrimenti si rischia di produrre, paradossalmente, effetti anticoncorrenziali. “Solo in Italia — dice Borghi — c’è questa liberalizzazione sfrenata e selvaggia”. In Germania, Francia (nei festivi) e Spagna (dove la materia è regolata dalle Regioni) non si deve aprire il negozio sempre e comunque.

 

 

 

 

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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