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Nel centenario della nascita di Federico Caffe’

Due articoli ricordano Federico Caffè “La lezione interrotta dell’economista che difendeva il lavoro” di Daniele Archibugi e Marco Ruffolo” e “Per diventare “europei” partiamo dal Mezzogiorno” inedito di Federico Caffè (Repubblica 6.1.14)

“”La misteriosa scomparsa di Federico Caffè avvenuta ventisette anni fa ha reso questo schivo economista una celebrità. Un uomo che per tutta la vita aveva tanto accuratamente evitato il clamore della scena pubblica quanto amato la riservatezza dell’insegnamento è diventato famoso per l’ultimo episodio della sua vita. Oggi avrebbe compiuto cento anni e a chi gli faceva gli auguri, con l’autoironia che gli era propria, rammentava di essere “un figlio della Befana”. Il carisma che ha esercitato su una ampia generazione di allievi ha fatto sì che ognuno di loro abbia sentito la necessità di rievocare il comune maestro, come se questo fosse il modo migliore per esprimergli tardiva gratitudine. Perché Caffè ha lasciato un vuoto che chi lo ha conosciuto non è riuscito a riempire se non con il ricordo.

(Leggi anche l’articolo inedito di Caffè)
La sua eredità non si esaurisce in una univoca scuola di pensiero. Tra i suoi numerosissimi allievi troviamo di tutto: i paladini dell’antagonismo sociale, come Bruno Amoroso, i difensori intransigenti dell’intervento pubblico, come Nicola Acocella, gli esploratori di nuove forme di protezione sociale, come Enrico Giovannini, i fautori di una attiva politica economica capace di controllare l’azione dei mercati, come Marcello de Cecco. Che tra i suoi allievi ci siano anche il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, e il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, indica quanto la sua scuola sia stata tutt’altro che monocorde. Caffè aveva le sue idee, e le difendeva con accanimento, ma era capace di ascoltare e di accettare opinioni diverse. Che cosa è rimasto del suo pensiero? Tre idee ci sembrano oggi ancora più importanti di uno quarto di secolo fa: il pieno impiego, l’assistenza sociale e la politica economica.
1) Caffè riteneva che il lavoro fosse non solo uno degli aspetti essenziali della emancipazione umana ma anche la più solida garanzia di tenuta sociale di un Paese. Certo, era consapevole quale fosse la differenza tra la Gran Bretagna del suo amato Keynes e la nostra penisola: da noi, gli effetti peggiori della disoccupazione, specie quella giovanile, erano e sono parzialmente assorbiti dalla famiglia. Ma Caffè aveva compreso che il ritardato inserimento nel mercato dei lavoro dei giovani, anche quando sono sostenuti dalle famiglie, provocava un distruzione di risorse umane, condannando intere generazioni ad acquisire tardivamente e spesso malamente le competenze ed esperienze della vita professionale. Riteneva, pertanto, che lì dove il mercato falliva, fosse compito specifico dell’operatore pubblico trovare lavoro per i giovani tramite piani straordinari per il lavoro.
2) Come indica il titolo del suo ultimo libro, In difesa del Welfare State, Caffè sosteneva accanitamente la protezione sociale, anche in un periodo come gli anni Ottanta in cui il debito pubblico italiano stava esplodendo. Società opulente dovevano farsi carico dei più deboli aumentando la tassazione sui più ricchi. Per tutta la sua vita, e ancor di più negli ultimi anni, Caffè sentì moltissimo il problema dell’assistenza agli anziani, troppo spesso privi di quei servizi essenziali che invece esistevano in altre parti del mondo; prima ancora di criticare il Welfare State,sosteneva, sarebbe stato necessario realizzarlo. Queste opinioni erano anche associate ai suoi timori personali: temeva di diventare di peso e questa fu una delle cause della sua depressione. Allo Stato rimproverava di “prelevare” male e di “spendere” peggio, e in ciò occorreva rintracciare la crisi dell’assistenza sociale. La soluzione ai problemi del bilancio pubblico non andava ricercata affidando al mercato problemi che non erano di sua competenza, quanto piuttosto riformando radicalmente il funzionamento dell’amministrazione statale.
3) Infine, per Caffè la politica economica poteva e doveva avere un ruolo chiave per la coesione sociale. “Politica economica” non era solo la materia che insegnava, ma anche la pressante richiesta al governo di agire per assorbire i conflitti sociali, aumentare la produzione, soddisfare i bisogni umani. Non digeriva i diktat degli organismi internazionali quali il Fondo monetario e la Commissione europea. La politica economica doveva controllare i mercati per evitare che le risorse finanziarie si indirizzassero verso attività speculative piuttosto che produttive. Era compito del governo trovare soluzioni concrete lì dove i mercati non riuscivano a raggiungere gli obiettivi sociali. Imprese a partecipazione statale, servizi collettivi, lavori pubblici e politica monetaria erano solamente gli strumenti a disposizione del governo per realizzarli. Era fiducioso nel fatto che un loro uso illuminato avrebbe consentito al governo di raggiungere più occupazione e più benessere.
Passano gli anni, i problemi cambiano eppure rimangono simili. Rileggere oggi i suoi scritti ci fa capire quanti appuntamenti siano stati mancati dalla politica italiana per risolvere i problemi strutturali del Paese. La disoccupazione, in particolare quella giovanile, ha toccato nuovi record storici e i pubblici poteri delegano ancora al mercato la risoluzione del problema. Il debito pubblico continua a dominare il dibattito di politica economica ma ancora oggi il governo non è capace di identificare i benefici generati dalla buona spesa e dai buoni investimenti pubblici. La politica economica del governo subisce passivamente i vincoli esterni. No, Federico Caffè non avrebbe ragione di essere soddisfatto dell’Italia di oggi. E chissà se avrebbe ancora la voglia di indicare quotidianamente la via di un riformismo possibile.

Leggi l’inedito di Federico Caffè:

La larga e ben può dirsi unanime adesione che incontra il convincimento di una concentrazione del massimo degli sforzi odierni della nostra politica economica ai fini dell’accrescimento dell’occupazione nel Mezzogiorno è un aspetto confortante, nel contrasto dialettico di opinioni che contraddistingue le società in cui esse possono liberamente esprimersi. […] In effetti, l’individuazione che l’intensificarsi e la persistenza del processo inflazionistico avrebbero provocato conseguenze più deleterie nel Meridione fu tempestiva, ma rimase ancora circoscritta nell’ambito di specialistiche cerchie intellettuali. Sono stati non soltanto fenomeni di degrado economico, ma altresì di maturazione civile, a farci più chiaramente comprendere che, tra le varie compatibilità da tener presente per conservare il necessario aggancio con l’Europa, rientra anche quella della indispensabile attenuazione di un divario ancora troppo accentuato tra le due Italie economiche. Le potenzialità costruttive di questa più diffusa coscienza della priorità, più che della «centralità», dei problemi del Mezzogiorno consistono nella finalizzazione immediata che ne ricevono i sacrifici da richiedersi, in vario grado e proporzione, alla parte privilegiata e protetta della collettività.Ma occorre altresì tener conto che il Mezzogiorno si è profondamente trasformato; che alcuni suoi problemi attuali (si pensi alla maggiore partecipazione femminile all’offerta di lavoro) sono il risultato di un processo di maggiore omogeneità con il resto della società civile italiana; che la stessa compagine demografica si è radicalmente modificata nella localizzazione, con un addensamento in centri urbani di vecchia e nuova formazione, che si è indubbiamente compiuto con caoticità, ma anche con un vigore di cui non vanno sottovalutati l’impulso dinamico e le incidenze sociali. Permangono, in questo ambiente le cui trasformazioni hanno un rilievo non sempre adeguatamente riconosciuto, antiche tare, quali la larga prevalenza di disoccupati sforniti del tutto di titoli di studio o con la sola licenza elementare; e l’elevatezza di persone fornite di diploma tra le nuove leve alla ricerca di lavoro: con una percentuale pressoché doppia rispetto a quella che si rileva nel nord. Ma solo un indulgere ai luoghi comuni può portare a discutere di un’irrazionale corsa al cosiddetto «lavoro intellettuale», posto che i ben evidenti e documentati costi sociali sono, invece, costituiti dalla carenza di completamento della scuola d’obbligo e dall’ampio divario tra coloro che pervengono a ultimarla e gli iscritti agli studi superiori. […] È già accaduto in passato che la «scelta di civiltà » dell’integrazione economica europea determinasse una diversione dell’impegno per le esigenze della parte più debole del Paese, o meglio l’aspettativa che esse fossero soddisfatte in forza dell’operare spontaneo di meccanismi perequativi, garantiti da apposite clausole e specifici codicilli. Oggi, non possiamo non tener conto del divario tra le salvaguardie cartacee e l’operare concreto. La formazione di una zona monetaria europea, che pure costituisce il completamento ideale di quella scelta, potrebbe ancora una volta diventare un involontario diversivo rispetto alla drammaticità dei problemi occupazionali del Mezzogiorno, in cui la necessità di creazione di possibilità di lavoro e il loro carattere aggiuntivo hanno carattere di pressante immediatezza.
Tratto da Federico Caffè,La dignità del lavoro,a cura di Giuseppe Amari, Castelvecchi, 2014. Per gentile concessione dell’Editore. IL LIBRO: La dignità del lavoro di Federico Caffè (a cura di Giuseppe Amari, Castelvecchi pagg. 430 euro 22)””

Fonte

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