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Nella metro del Cairo arrivano gli imam antiterrorismo

Nel gennaio 2015 il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi aveva chiesto ai correligionari una “rivoluzione religiosa”. “Siete responsabili di fronte a Dio”, aveva dichiarato rivolgendosi agli imam, “l’intero mondo sta aspettando voi. L’intero mondo sta aspettando la vostra parola perché il mondo islamico sta venendo lacerato, distrutto, perduto. E sta finendo perduto per mano nostra”. Il riferimento è al terrorismo di matrice religiosa e ai numerosi attacchi contro la comunità cristiana copta, uno al mese negli ultimi quattro anni. Se i jihadisti pronti ad atti violenti sono un’esigua minoranza, l’entità della “zona grigia” che non aderisce ma nemmeno condanna potrebbe invece essere tutt’altro che trascurabile, in modo non dissimile da quanto avveniva per il terrorismo di matrice politica nell’Italia degli “anni di piombo”. 

“Siamo qui per i giovani sul cammino sbagliato”

Gli imam dell’università di al-Azhar, tra le massime autorità spirituali dell’Islam sunnita, hanno risposto all’appello con un’iniziativa piuttosto originale: sguinzagliare gli imam nelle stazioni della metropolitana del Cairo per rispondere ai dubbi in materia religiosa dei fedeli. L’obiettivo principale del progetto, però, è soprattutto contrastare la radicalizzazione. “Siamo qui per rispondere alle domande di carattere religioso della gente”, ha spiegato a Deutsche Welle l’imam Sayed Amr, “ma siamo qui anche per dare una nuova direzione ai giovani che sono sul cammino sbagliato”.

Finora, però, i fedeli si stanno rivolgendo agli imam soprattutto per chiedere consigli su banali scelte di vita quotidiana, spiega Deutsche Welle, dalla distribuzione di un’eredità al rapporto con il proprio coniuge. Amr, nondimeno, afferma di essere entrato in contatto con diversi giovani che sembravano “essere stati sottoposti a propaganda terrorista su internet”. “Alcuni ragazzi stanno dando retta a fatwe non ufficiali emesse da persone che non sono qualificate a farlo”, racconta il religioso, “cerco sempre di rispondere alle loro domande con versetti religiosi e dico loro che l’Islam è fatto di modestia e pace”. 

Ma tra i fedeli c’è chi teme si rischi l’arresto

Alcuni egiziani non sono però convinti dell’iniziativa in quanto, scrive ancora la testata tedesca, ai fedeli che vogliono domandare consigli agli imam viene chiesto di lasciare nome, numero di telefono e anche il numero della carta d’identità. “Temo che se qualcuno fa domande di natura politica o dice qualsiasi cosa che possa essere interpretata come estremista, i suoi dati vengano girati al governo e la persona venga sorvegliata o arrestata”. Un timore giustificato, data la drastica repressione delle opposizioni attuata da al-Sisi. Gli imam di al-Azhar sostengono però che si tratta di una procedura standard. “È una cosa normale”, ribatte un altro imam dell’ateneo, Abo Elazm, “vogliamo sapere con chi stiamo parlando”. 

C’è anche chi critica l’efficacia dell’iniziativa, come Amr Ezzat dell’associazione Egyptian Initiative for Personal Rights, secondo il quale – leggiamo su Haaretz – chi è già radicalizzato non vorrà ascoltare comunque i rappresentanti di un’istituzione che non ritiene legittima. Mohi al-Din Afifi, segretario generale dell’università, è invece convinto che questa sia la strada giusta. E che l’esperimento dovrà essere esteso: “Saranno dappertutto, non solo nella metropolitana”.
 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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