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Nell’era dei mass media alla predica ci pensa il servizio pubblico

benigniQuella della predica è la parte più importante della messa cristiana, come di qualunque altra funzione religiosa, perché è quella in cui il sacerdote si rivolge direttamente ai fedeli con parole proprie, al contrario di tutto il resto che è fatto di pura ritualità. La predica è esegesi dei testi sacri, è spiegazione della dottrina, è enunciazione del punto di vista ecclesiastico su qualunque argomento. In una parola è la voce del pastore, quindi della Chiesa. Che però rischia di essere sempre meno ascoltata dai fedeli, o sedicenti tali, che più passa il tempo e meno vanno a messa. L’alternativa però c’è e ha il grande vantaggio di potersi rivolgere a tutti, fedeli e non: è la Rai, servizio pubblico televisivo con spiccata vocazione cattolica che da 60 anni porta la messa sul piccolo schermo. Talmente spiccata che nemmeno l’Agcom ha potuto negarlo, limitandosi a respingere il ricorso con cui l’Uaar chiedeva un riequilibrio del pluralismo religioso.

E così, tra un Angelus domenicale e una puntata di “A sua immagine”, la scorsa settimana la predica di Stato in edizione de luxe e senza interruzioni pubblicitarie è stata affidata a Roberto Benigni sul tema dei dieci comandamenti. Si dirà che qui la Chiesa non c’entra nulla, che l’iniziativa è della stessa Rai e fa seguito alle precedenti che il comico toscano ha realizzato su Dante e la Costituzione, ma sta di fatto che la trasmissione è stata benedetta da tutti i media cattolici, e pare addirittura che Bergoglio in persona abbia telefonato a Benigni per complimentarsi con lui. Non proprio un atteggiamento disinteressato, dunque, ulteriormente amplificato dal fatto che tutte le telefonate papali, questa compresa, vengono prontamente rilanciate ovunque. Forse un giorno pubblicheranno la stessa bolletta.

Come se ciò non bastasse, dopo il non luogo a procedere dell’Agcom anche la commissione di vigilanza Rai, organo parlamentare che sulla carta dovrebbe essere il sorvegliante della Rai in materia di pluralismo, si è letteralmente scontrata con un muro di gomma. Infatti, dopo che sulla stampa erano state diffuse voci secondo cui l’onorario di Benigni sarebbe stato di ben 4 milioni di euro, il presidente della commissione Roberto Fico (M5s) ha presentato un’interrogazione che fino a questo momento non ha avuto risposta. O meglio, ha avuto come risposta un laconico “i corrispettivi sono in linea con il processo aziendale di ottimizzazione dei compensi”. In pratica la riedizione di un grottesco guardie e ladri dove le guardie vengono puntualmente beffate dai ladri, quando non ne prendono direttamente le difese. In seguito Fico ha rincarato la dose facendo presente che sia la produzione che l’organizzatore della serata sono società che fanno capo in qualche modo a Benigni stesso, situazione che tra l’altro non potrà più verificarsi con l’entrata in vigore del nuovo contratto di servizio, come già adesso accade in Gran Bretagna e Stati Uniti.

 

Nemmeno l’audience sembra essere stata eccezionale, almeno non rispetto ai numeri che lo stesso comico aveva ottenuto con le performance precedenti e considerato anche il fatto che pare non ci siano state molte alternative negli altri palinsesti. Si è trattato pur sempre di due puntate di quasi due ore, non è facile digerirle a prescindere dal taglio dato alla trasmissione. Due puntate zeppe di imprecisioni, a partire dalla schiavitù degli ebrei in Egitto la cui antistoricità è ormai presente perfino nei testi scolastici; di interpretazioni a dir poco discutibili, come quella secondo cui la frase “Io sono il Signore dio tuo” sarebbe una manifestazione d’amore e non piuttosto l’attestazione del fatto che ci si trovasse in un contesto politeista; e perfino di affermazioni gratuite come quella secondo cui bestemmierebbero addirittura i credenti. In realtà bestemmiano soprattutto i credenti.

Per il resto, commenti di ogni genere su un dettato, il Decalogo, contenente norme che sono in parte precetti squisitamente religiosi, applicabili quindi solo ai fedeli, e in parte regole che qualunque società riconosce come leggi, valide a prescindere dall’appartenenza religiosa. Ma anche norme che potevano essere adeguate nell’età del ferro e che sono semplicemente anacronistiche ai giorni nostri, come quella che vieta l’adulterio o quelle che impongono di non desiderare donne e beni altrui. Oggi le regole etiche sono ben altre, hanno a che fare con il rispetto degli esseri umani e dei loro diritti: solo enti dogmatici, come le confessioni religiose e la Rai, possono andare avanti senza tenerne conto. Da questo punto di vista è estremamente interessante il concorso lanciato da Lex Bayer e John Fidgor, autori del libro Atheist mind, humanist heart, in collaborazione con diverse associazioni umaniste, che ha premiato dieci regole etiche per costituire un’alternativa laica ai dieci comandamenti biblici. Questo è il Decalogo laico risultante:

1. Sii di mentalità aperta e pronto a cambiare il tuo pensiero con nuove prove
2. Sforzati di capire ciò che è più probabilmente vero, non credere in quello che vorresti lo fosse
3. Il metodo scientifico è il mezzo più affidabile per comprendere la natura
4. Ogni persona ha il diritto di disporre del proprio corpo
5. Dio non è necessario per essere una buona persona o per dare alla vita pienezza e significato
6. Sii attento alle conseguenze delle tue azioni e riconosci che devi assumertene la responsabilità
7. Tratta gli altri come vorresti che trattassero te e come ti aspetti ragionevolmente che vogliano essere trattati. Pensa al loro punto di vista.
8. Noi abbiamo la responsabilità di tenere in considerazione gli altri, comprese le future generazioni
9. Non c’è nessun modo giusto per vivere
10. Lascia il mondo un posto migliore di come lo hai trovato

Massimo Maiurana

 

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